Sabato 9 agosto la polizia britannica ha arrestato più di cinquecento manifestanti pacifici sospettati di reati di terrorismo. La stragrande maggioranza di questi arresti è avvenuta in Parliament square a Londra, ma la polizia ha fermato una donna anche a Belfast, in Irlanda del Nord.

I manifestanti non stavano facendo niente di violento né incitavano alla violenza contro qualche creatura vivente. Eppure, ora potrebbero ritrovarsi imputati con accuse di terrorismo pesantissime, che prevedono pene fino a quattordici anni di carcere.

Perché? Perché, pienamente consapevoli delle conseguenze delle loro azioni, queste persone coraggiose hanno deciso di esprimere il loro sostegno al gruppo di protesta Palestine action.

Fin dalla sua nascita nel 2020 Palestine action ha organizzato soprattutto azioni dirette contro produttori di armi, deturpando edifici, rompendo finestre e occupando fabbriche. Quest’estate, mentre il Regno Unito continuava a offrire supporto materiale e diplomatico al genocidio in corso a Gaza, alcuni attivisti hanno fatto irruzione in una base aerea della Royal air force (l’aviazione militare britannica) imbrattando due aerei con lo spray.

Il governo ha risposto dichiarando Palestine action un’organizzazione terroristica, mettendola sullo stesso piano di Al Qaeda e del gruppo Stato islamico. La cofondatrice Huda Ammori sta giustamente contestando questa definizione nei tribunali, ma nel frattempo qualsiasi espressione di sostegno per Palestine action, persino un semplice cartello o una maglietta, per la legge britannica sono un grave crimine di terrorismo.

Nel frattempo il governo irlandese – insieme praticamente a tutte le organizzazioni umanitarie del mondo – ha riconosciuto che Israele sta commettendo un genocidio in Palestina. Il genocidio è il più grave dei crimini internazionali e per la maggior parte di noi, al di là dei riferimenti giuridici, è anche l’ingiustizia più orrenda che si possa immaginare. Secondo la Convenzione sul genocidio, di cui sia l’Irlanda sia il Regno Unito sono firmatari, gli stati nazionali hanno il dovere non solo di punire ma anche di prevenire questo crimine terrificante.

Gli attivisti che ostacolano il flusso di armi verso un regime genocida magari violano qualche articolo minore del codice penale, ma rispettano una legge molto più importante e un imperativo umano più profondo: proteggere un popolo e una cultura dall’annientamento.

Una strana riluttanza

Mentre dei cittadini irlandesi – anche sull’isola d’Irlanda – sono accusati di terrorismo per aver contestato un genocidio riconosciuto, il governo del paese finora è rimasto in silenzio. Quando dei cittadini irlandesi vengono arrestati da regimi autoritari in altre parti del mondo, lo stato e i suoi diplomatici cercano di intervenire, o almeno fingono di farlo, per difendere i diritti umani di chi detiene un passaporto irlandese. Ora che la giurisdizione in questione si trova nel paese accanto – anzi, ancora più vicino – i nostri leader sembrano stranamente riluttanti ad agire.

Se il governo di Dublino ritiene davvero che Israele stia commettendo un genocidio, come può chiudere un occhio mentre il suo vicino più prossimo finanzia e sostiene quel genocidio, e i suoi stessi cittadini vengono arrestati semplicemente perché lo denunciano?

L’arresto di una manifestante a Belfast rappresenta senz’altro un esempio particolarmente eclatante di repressione politica. Quando l’anno scorso una tempesta aveva danneggiato un ignobile murale lealista nel nord di Belfast la ricostruzione è cominciata immediatamente e quel muro oggi è nuovamente decorato con i simboli dell’Ulster volunteer force. Non ci sono stati arresti per questo episodio e nemmeno è stato rimosso il murale, anche se l’Uvf è un’organizzazione terroristica fuorilegge responsabile dell’uccisione di centinaia di civili. Palestine action, messa al bando in base alla stessa legge contro il terrorismo, non si è mai macchiata della morte di nessuno e non ha mai sostenuto l’uso della violenza contro un essere umano.

Perché allora i suoi sostenitori vengono arrestati per una maglietta, mentre dei murales che celebrano gli squadroni della morte lealisti rimangono al loro posto? La polizia dell’Irlanda del Nord può spiegare questa applicazione palesemente selettiva della legge antiterrorismo?

Mentre nel Regno Unito si considerano terroristi i manifestanti, le forze israeliane considerano terroristi i civili palestinesi. Ma i manifestanti britannici rischiano incriminazioni fasulle e condanne al carcere; i palestinesi, invece, una morte violenta.

Lo scorso fine settimana le forze israeliane hanno ucciso un gruppo di giornalisti di Al Jazeera, tra cui anche Anas al Sharif, che l’anno scorso aveva vinto il premio Pulitzer con un lavoro per la Reuters. Invece di negare la responsabilità di questo crimine agghiacciante, Israele ha rivendicato apertamente l’uccisione, affermando senza alcuna prova credibile che Anas al Sharif, giornalista affermato e molto apprezzato, era in realtà un “terrorista”. Questa affermazione, pur essendo infondata, è stata ampiamente ripetuta dai mezzi d’informazione occidentali nei giorni successivi. Appena viene evocato il termine “terrorista” sembra che ogni legge svanisca nell’aria e che tutto sia consentito.

In questo contesto mi sento ancora una volta in dovere di affermare che anche io – come le centinaia di manifestanti arrestati lo scorso fine settimana – sostengo Palestine action. Se questo fa di me una “sostenitrice del terrorismo” secondo le leggi britanniche, allora così sia. I miei libri, almeno per il momento, sono ancora pubblicati nel Regno Unito e sono ampiamente disponibili nelle librerie e perfino nei supermercati. Negli ultimi anni la tv pubblica britannica ha trasmesso anche due ottimi adattamenti televisivi dei miei romanzi, quindi mi paga regolarmente i diritti.

Voglio mettere in chiaro che intendo usare questi ricavi del mio lavoro e la mia posizione pubblica in generale per continuare a sostenere come posso Palestine action e l’azione diretta contro il genocidio. Se per lo stato britannico questo è “terrorismo”, allora dovrebbe indagare anche le losche organizzazioni che continuano a promuovere il mio lavoro e a finanziare le mie attività come la catena di negozi WH Smith e la Bbc.

Dare voce

Per essere sicura che il pubblico britannico sappia come la penso sarei felice di pubblicare questa dichiarazione in un quotidiano del Regno Unito, ma oggi sarebbe illegale. Il governo britannico ha deliberatamente privato i cittadini di diritti e libertà fondamentali, tra cui il diritto a esprimere e a leggere opinioni di dissenso, per proteggere i rapporti con Israele.

Le conseguenze sulla vita culturale e intellettuale nel Regno Unito – la poeta Alice Oswald è già stata arrestata, e un numero crescente di artisti e scrittrici non può più entrare nel paese per parlare in pubblico – sono e saranno profonde.

Ma come ha detto Sinéad Ní Shiacáis, una cittadina irlandese arrestata a Londra lo scorso fine settimana: “La notizia non siamo noi; la notizia è il popolo palestinese, che sta implorando le persone di dargli voce”.

Palestine action è stata una tra le più forti di queste voci nel Regno Unito, mettendo in atto azioni concrete per fermare la macchina apparentemente inarrestabile della violenza. Ai loro coraggiosi attivisti dobbiamo gratitudine e solidarietà. E ormai, dopo quasi due anni di genocidio in diretta streaming, dobbiamo al popolo di Palestina qualcosa di più che semplici parole.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Sally Rooney è una scrittrice irlandese. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Intermezzo (Einaudi 2024).

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 37. Compra questo numero | Abbonati