“Se vi arrivano queste mie parole, sappiate che Israele è riuscito a uccidermi e a mettere a tacere la mia voce. Dio sa che ho fatto ogni sforzo per essere un sostegno e una voce per il mio popolo, dal momento in cui ho aperto gli occhi a quando ho vissuto nei vicoli e nelle strade del campo profughi di Jabalia. Speravo che Dio potesse prolungare la mia vita fino al momento in cui insieme alla mia famiglia e ai miei cari sarei potuto tornare alla mia città d’origine, Al Majdal Asqalan, oggi sotto occupazione. Ma la volontà di Dio ha prevalso, e la sua decisione si è compiuta”.

Questo è stato l’ultimo messaggio del giornalista palestinese Anas al Sharif, ucciso il 10 agosto insieme ad altri quattro giornalisti e a due civili nella tenda della stampa vicino all’ospedale Al Shifa nella città di Gaza. Ma non è stata la volontà di Dio a decidere la sua sorte. È stato un drone criminale dell’esercito israeliano che ha preso di mira Al Sharif, il più importante corrispondente del canale televisivo Al Jazeera in questa guerra. Non la volontà di Dio, ma quella d’Israele, deciso a ucciderlo con il pretesto che era il capo di una “cellula di Hamas”, senza offrire un briciolo di prove per questa affermazione.

In molti nel mondo hanno dato credito alla versione dell’esercito israeliano, come molti nel 2022 erano convinti che non fossero stati i suoi soldati a uccidere la giornalista palestinese di Al Jazeera Shireen Abu Akleh a Jenin. Anche chi crede che Al Sharif fosse un terrorista deve chiedersi: e le altre cinque persone che sono state uccise con lui? Erano vicecomandanti della cellula di Hamas? Non si può credere mai a un esercito che massacra giornalisti a sangue freddo o a uno stato che non permette di fare liberamente informazione sulla guerra.

È difficile credere – o forse ormai niente lo è più – quanto sia stato scarso l’interesse mostrato in Israele per l’uccisione dei quattro giornalisti. Una parte della stampa ha ignorato la storia, l’altra ha raccontato semplicemente che era stato ucciso un terrorista. Senza alcuna informazione a disposizione, tutti si sono mobilitati per raccontare la storia che l’esercito israeliano gli aveva dettato, e al diavolo la verità. Al diavolo anche le manifestazioni di solidarietà a un collega coraggioso.

L’unica prova mostrata è stata una fotografia di Al Sharif insieme al capo di Hamas Yahya Sinwar, morto nell’ottobre 2024. Questo è stato il motivo dell’esecuzione.

Un milione di volte più coraggioso di qualsiasi giornalista israeliano, e meno schiavo della propaganda del suo stato, Al Sharif avrebbe potuto insegnare le basi del giornalismo ai colleghi israeliani.

La sfrontatezza della stampa nel mio paese non conosce limiti: Al Jazeera viene fatta passare come una rete di propaganda dai giornalisti dei canali televisivi israeliani, che in questa guerra hanno portato a nuovi livelli la propaganda ultranazionalista e l’occultamento della verità. Se Al Jazeera fa propaganda, allora le tv israeliane cosa fanno? Il loro comportamento in questa guerra ha qualcosa a che fare con il giornalismo?

Quando è morto il giornalismo, sono morte anche la verità e la solidarietà. Lo stato che dall’inizio dell’offensiva nella Striscia di Gaza nell’ottobre 2023 ha ucciso più giornalisti che in qualsiasi altro conflitto nella storia – 186 secondo l’organizzazione indipendente Committee to protect journalists di New York, 263 secondo l’ong israeliana B’Tselem – un giorno punterà le armi anche contro di noi, contro quei giornalisti israeliani che non hanno la sua approvazione. È difficile capire come i miei colleghi non riescano ad accorgersene. O forse vogliono continuare a fare il loro servizio obbediente alla macchina propagandistica israeliana, perché ai loro occhi questo è il vero giornalismo.

Nei giorni scorsi, però, l’esercito di Tel Aviv ha bombardato una tenda della stampa, e le scene che gli israeliani non hanno visto erano orribili: i corpi dei giornalisti estratti dalla tenda in fiamme, mentre i loro colleghi israeliani esultavano o rimanevano in silenzio. Che infamia, umana e professionale. Come può questo episodio essere meno sconcertante dell’omicidio del giornalista saudita Jamal Khashoggi a Istanbul nel 2018? Solo perché il corpo di Al Sharif non è stato fatto a pezzi?

Gli amici di Al Sharif dicono che lui sapeva di essere un bersaglio. Quando a ottobre l’esercito ha cominciato a minacciarlo, Irene Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite per la libertà di espressione, si era detta preoccupata per la sua sorte. Al Sharif, ha dichiarato Khan, era l’ultimo giornalista sopravvissuto nel nord della Striscia di Gaza. Ed è proprio per questo che Israele l’ha ucciso. “Non dimenticate Gaza”, sono state le ultime parole del suo testamento. ​

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 40. Compra questo numero | Abbonati