◆ Se i sogni degli esseri umani fanno parte della storia delle loro azioni, come trascurare uno dei più universali e longevi, l’idea dell’Eden? Il sogno di una condizione di armonia, di assenza di violenza, ingiustizia, separazione e sopraffazione? L’idea di un giardino in cui non è necessaria la lotta per la sopravvivenza e il potere e si vive in assenza di conflitto? L’Eden è un non luogo sospeso tra nostalgia e ambizione. Di sicuro ha dato il titolo a moltissime canzoni in cui finalmente non c’è più disaccordo né pezzi in mi minore né cuori spezzati. Ci devono essere, però, ben alti cancelli e cherubini con la spada di fiamma a vigilare all’ingresso, visto quanto succede nel nostro mondo, a partire da quel Medio Oriente in cui alcuni cartografi ne avevano immaginato l’ubicazione. East of Eden (titolo di un celebre libro di John Steinbeck) era la regione in cui Caino, errante, si va a stabilire dopo avere ucciso. È il mondo in cui viviamo. Il concetto di Eden ha a che fare con il recinto. Fare un recinto non è necessariamente un atto di chiusura, ma può alludere al proteggere quello che intendiamo coltivare. Costruire recinti di umanità in cui l’essere umano, come diceva Silvano Agosti, è dichiarato patrimonio dell’umanità. Per ricordarci che “l’aiuola che ci fa tanto feroci” potrebbe essere un giardino in cui coltivare la cura.
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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati