“Te cosa ne pensi?”. “Tu, cosa ne pensi”, mi corresse Pippo Baudo la volta che ebbi modo di lavorare con lui. Non perdeva occasione per stigmatizzare le mie scivolate grammaticali, con l’intransigenza di certi professori che non capisci se vogliano davvero educarti o solo ribadire la loro superiorità. Con me giocava facile. Poi però sapeva ripagarti con una cascata di aneddoti che sfidavano la fisica cerebrale. Un pomeriggio arrivò a raccontarmi i gusti culinari del dirigente comunista Giancarlo Pajetta come chiave per comprenderne il rigore politico. Così era Baudo: onnisciente, o almeno così ti appariva. Da autore consumato, talvolta piegava i ricordi a suo piacimento, incastonando persone ed episodi dentro un copione che investiva la tv di una missione “risorgimentale”: unire il paese grazie al talento – che lui fiutava come un cane da tartufo – e alla preparazione. Il vero ostacolo, spiegava, erano i partiti. Lo disse in un’intervista del 1996 alla tv svizzera Rsi, che si trova ancora in rete: la tracotante invadenza degli onorevoli, pronti a occupare ogni cosa, tv compresa. Un’ingerenza “infame”, la definiva, che umiliava contenuti, linguaggi e spettatori. Una critica strutturale che si è nel tempo arricchita di fulgidi esempi. Una lezione che, dopo quasi trent’anni, moltissimi, salutandolo ora come maestro, re o imperatore, preferiscono dimenticare. Ben sapendo che anche lì, caro Pippo, te avevi ragione. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati