Difficilmente negli scenari speculativi del passato, quasi sempre orientati alla massificazione del gusto e dei consumi, si sarebbe immaginata un’estate senza tormentoni che avrebbero costretto chiunque ad accogliere tra i propri ricordi quell’insopportabile pezzo eurodance, reggaeton o it-pop. Nella fantascienza tradizionale di stampo occidentale il futuro è un luogo di desideri appianati, di consumi narcotici destinati a non appagare fino in fondo un esercito di persone in divisa che rispondono a malapena agli stimoli culturali. Se c’è della musica, è un motivetto che suona uguale per tutti, pronto a replicarsi sinistramente da altoparlanti per le strade o dentro case altrettanto standardizzate. Esiste qualcosa di più cupo di una canzonetta pop che riverbera ovunque? Forse più cupa ancora è la sua assenza: in mancanza di un ritornello sotto il sole di Riccione, di una danza kuduro e di una nuova vorrei ma non posto, siamo costretti a renderci conto di un altro legante che viene meno. La memoria personale si forma anche per involontaria antipatia. Il modo in cui detestiamo le cose segna il passare degli anni e ci vincola a un senso di collettività. Non sarà mai possibile sentire una sincera mancanza per il grado zero del mambo salentino e molti interpreteranno la sua scomparsa come una benedizione, ma se l’ascolto estivo più attivo che ci è rimasto è quello dei vecchi singoli degli Oasis, vuol dire che qualcosa nel senso della musica pubblica si è inceppato, come nelle stagioni. Lo dice Bad Bunny: ormai le canzoni dell’estate escono a gennaio. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati