In un’altra vita ero seduta per terra in un capannone a Marfa, in Texas, a sentire Charles Curtis interpretare il lavoro di Éliane Radigue al violoncello, e quella fu la prima volta che sentii parlare dei wolf tones, quei suoni instabili e spesso ululanti dovuti al “conflitto” tra la corda e il corpo dello strumento. Da allora mi è rimasta una fascinazione per il tema del controllo, per una disciplina innervata dalla consapevolezza del suo imminente e possibile disfarsi. In Lacinia (che significa merletto in latino) di Stefano Pilia (uscito per Die Schachtel/SZ Sugar a febbraio), i wolf tones somigliano ai nodi in una lavorazione all’uncinetto, qualcosa che per i perfezionisti sfigura il lavoro ma procura un piacere necessario e imprevisto al tatto.
Salvare i nodi smussandone le asperità, trattarli con gentilezza, renderli quasi invisibili: il lavoro di Stefano Pilia in questi anni, la grazia con cui si occupa di tutte queste azioni, lo rendono un artista fuori categoria. Sparisce il metro con cui misurare Lacinia perché la misura non conta: mai come in questo disco Pilia riesce a farci sparire in un pozzo di luce e a rendere disponibile un sacro troppo spesso nominato male, a sproposito, evocato per aggirare tutti gli aggettivi stanchi e abusati che usiamo per esprimere un momento di semplice e intuitiva bellezza. Lacinia richiede una semplificazione del pensiero per galleggiare nella materia e compiere il proprio percorso circolare. Quanti autori ci sono ormai nel mondo capaci di costruire un incantesimo così? Pilia era già grande, qui sconfina ovunque. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati