Donald Trump ha messo in ginocchio l’Europa, ma ha ancora una spina nel fianco. Il presidente degli Stati Uniti ha fatto pressione e minacciato il governo brasiliano, ha imposto dazi del 50 per cento sui prodotti del paese sudamericano, ha revocato i visti per otto magistrati della sua corte suprema e ha addirittura applicato la legge Magnitsky – finora riservata alle gravi violazioni dei diritti umani o ai casi di corruzione – contro il giudice Alexandre de Moraes. L’obiettivo dichiarato di queste manovre è forzare l’assoluzione dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, accusato di cinque reati, tra cui l’aver ordito un colpo di stato. Eppure il 4 agosto de Moraes, incaricato del caso, ha ordinato che Bolsonaro fosse messo agli arresti domiciliari.
La resistenza al ricatto di Trump, probabilmente più interessato a ottenere vantaggi economici che a proteggere Bolsonaro, dimostra che le istituzioni democratiche sono ancora importanti e capaci di resistere. Non è poco, in un mondo dominato dall’ascesa dell’estrema destra e da uno degli uomini peggiori della storia. In Brasile la democrazia è tornata solo nel 1985, dopo 21 anni di dittatura militare sostenuta dagli Stati Uniti. Questo passato rende la resistenza attuale ancora più significativa.
La resistenza della corte suprema brasiliana, che ha confermato l’arresto dell’ex presidente Jair Bolsonaro, dimostra che le istituzioni democratiche sono ancora importanti
Difettosa, incompleta, assediata e più brava a premiare le élite che a difendere i più poveri, la democrazia brasiliana ha resistito al tentativo di colpo di stato dell’8 gennaio 2023 meglio di quella statunitense, definita troppo spesso “la più grande democrazia del mondo”. Bolsonaro è stato arrestato, mentre Trump non ha mai dovuto assumersi responsabilità per l’assalto al congresso e oggi si dedica a distruggere il pianeta per fare i suoi interessi personali e quelli delle grandi aziende.
Uno dei figli di Bolsonaro si è trasferito negli Stati Uniti e da lì promuove una guerra contro il suo paese, perché l’unica cosa che gli interessa è il potere della sua famiglia. Il 3 agosto decine di migliaia di sostenitori dell’ex presidente hanno sfilato nelle città brasiliane per sostenerlo, ma Bolsonaro non ha potuto partecipare perché indossava già un braccialetto elettronico ed era soggetto a varie restrizioni. Anche se non ha potuto esprimersi sui social media, si è manifestato alle proteste di Rio de Janeiro con un video diffuso dal profilo di un altro dei suoi figli. Ordinando gli arresti domiciliari per l’ex presidente, de Moraes ha dimostrato che la legge ha ancora un peso.
È un momento difficile per il Brasile. Lula non riesce a controllare il governo, mentre il congresso più predatorio della storia, finanziato in gran parte dalle multinazionali, sta distruggendo il sistema legale di protezione dell’Amazzonia. Inevitabilmente i dazi del 50 per cento nel commercio con gli Stati Uniti, difficilmente negoziabili, avranno conseguenze pesanti. Gli attacchi della famiglia Bolsonaro, però, colpiscono anche gli interessi dell’industria agroalimentare e di altri settori che, pur alleati dell’estrema destra, sono preoccupati per i loro profitti. Questo sembra aver cambiato i rapporti di forza. Nel tentativo di migliorare la bassa popolarità di Lula il governo ha fatto appello al nazionalismo e alla sovranità, temi molto cari all’estrema destra. Si tratta di un cammino molto pericoloso, il cui risultato appare incerto. La trasformazione di Alexandre de Moraes in “eroe” della resistenza fa risaltare la gravità del momento, soprattutto considerando che il magistrato è tutt’altro che un progressista ed è stato nominato da Michel Temer, arrivato alla presidenza nel 2016 orchestrando una procedura per la destituzione di Dilma Rousseff.
In futuro ci saranno grandi stravolgimenti e non possiamo dare niente per scontato. Ma resta il fatto che Bolsonaro è ai domiciliari e per la prima volta i generali sono sul banco degli imputati per aver tentato di rovesciare il governo. Il sistema giudiziario brasiliano merita critiche, ma è riuscito a imporre limiti cruciali e ha resistito ad attacchi incessanti.
Lottando abbiamo imparato ad apprezzare ogni conquista, soprattutto quando le vittorie sono effimere. Quindi oggi festeggiamo perché Bolsonaro è con un piede in carcere e Donald Trump ha una spina nel fianco che gli toglie la concentrazione mentre si trova nel campo da golf da dove ha umiliato l’Europa. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati