Dieci giorni dopo l’incontro del 15 agosto tra il presidente statunitense Donald Trump e il russo Vladimir Putin in Alaska e una settimana dopo la riunione d’urgenza di Trump con i leader europei a Washington, la bolla si è sgonfiata. Dove sono finite le speranze di un negoziato e la possibilità di mettere fine a più di tre anni di guerra in Ucraina, alimentate dalla frenesia diplomatica dei giorni scorsi? Non ce n’è più traccia.

Il 24 agosto, in un’intervista concessa alla tv statunitense Nbc, il capo della diplomazia russa Sergei Lavrov ha confermato che non è previsto alcun incontro tra Putin e il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, contrariamente a quanto sperava Trump. Le posizioni della Russia e dell’Ucraina sono ancora lontane e inconciliabili.

Il 22 agosto Trump ha fatto trapelare la propria frustrazione, proprio lui che pensava di avere già in tasca il Nobel per la pace. “Non sono contento per niente di questa guerra. Per niente. Non sono contento affatto”, ha dichiarato con il suo stile inimitabile il capo della Casa Bianca. E ha aggiunto che si prenderà due settimane per decidere a chi dare la colpa dello stallo attuale, una nuova scadenza per un presidente che continua a tergiversare.

Perché siamo a questo stallo? Prima di tutto perché le speranze erano un’illusione. Le condizioni per un negoziato non sono mai davvero esistite, anche a causa delle concessioni fatte da Trump a Putin prima ancora di cominciare a discutere.

Il leader del Cremlino non aveva alcun motivo di rinunciare alle sue pretese, e ne ha perfino aggiunta un’altra che ha reso difficile una trattativa: vuole che la Russia faccia parte dei paesi che garantiranno la sicurezza dell’Ucraina. Una bella trovata: Mosca chiede di avere un diritto di veto sulla possibilità che i garanti della sicurezza dell’Ucraina intervengano in caso di violazione degli accordi di pace. Questa condizione si aggiunge al rifiuto di accettare la presenza di truppe europee in Ucraina nel quadro delle garanzie di sicurezza.

La seconda ragione dello stallo è l’atteggiamento statunitense: il 24 agosto il Wall Street Journal ha rivelato che il Pentagono impedisce da settimane all’Ucraina di usare i missili di fabbricazione statunitense per attacchi in profondità in territorio russo. Mosca invece ha moltiplicato i bombardamenti contro le città ucraine.

A questo punto due domande rimangono senza risposta: Donald Trump vuole davvero, e può, salvare il suo tentativo di mediazione? Ed è pronto a pagarne il prezzo, cioè a smettere la sua compiacenza nei confronti di Putin?

Trump dichiara che tra due settimane deciderà di chi è la colpa: saprà avere la lucidità e il coraggio di ammettere che l’ostacolo principale è Putin, con le sue condizioni che escludono qualsiasi compromesso? Oppure resterà sensibile alla retorica del Cremlino, che addossa tutte le responsabilità agli europei?

La posizione di Trump è decisiva. È lui ad avere la chiave delle sanzioni economiche contro la Russia, che ancora rifiuta di usare, e ad avere le armi di cui l’Ucraina ha bisogno.

Nel frattempo gli ucraini, che hanno appena celebrato il trentaquattresimo anniversario della loro indipendenza, continueranno a vivere al ritmo delle sirene che segnalano l’arrivo dei missili russi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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