Se solo ci avesse pensato per tempo. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump avrebbe potuto usare il suo colore preferito per trasformare la base americana di Anchorage, in Alaska, in una versione contemporanea del Campo del drappo d’oro, dove si riunirono Enrico VIII d’Inghilterra e Francesco I di Francia nei pressi di Calais, sulle coste francesi, nel 1520. Si tennero incontri, banchetti sontuosi, tornei cavallereschi e una messa solenne. Fu uno spettacolo grandioso, ma produsse ben poco. Due anni dopo Enrico si alleò con il grande rivale di Francesco, il Sacro romano impero di Carlo V.

I vertici spesso promettono più di quanto possano mantenere. In Russia il summit di Anchorage è stato presentato come una grande vittoria – e forse per Mosca lo è davvero –, ma gli statunitensi sono rimasti insolitamente silenziosi su cosa è stato deciso per mettere fine alla guerra in Ucraina. Ci saranno naturalmente altri colloqui: Trump ha incontrato il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj a Washington il 18 agosto, insieme ad altri leader europei, e non è escluso che Zelenskyj ottenga un vertice a tre con i presidenti russo e statunitense. Ma se questo è l’inizio di un processo di pace, non è uno dei più promettenti.

Anche i vertici meglio preparati – e quello di Anchorage non lo era – dipendono molto dalla personalità dei leader e dalla loro sintonia. Trump insiste molto sulla sua amicizia con Vladimir Putin, ma nella breve conferenza stampa dopo l’incontro si è ritrovato, in modo inusuale, a fare da spalla: Putin ha parlato per primo, e più a lungo, cogliendolo di sorpresa con l’invito a recarsi a Mosca per il prossimo incontro.

Con le persone di potere, le emozioni contano. Una sensazione di superiorità, oppure l’orgoglio ferito e la sete di rivincita, possono causare problemi in futuro. Dopo la vittoria comunista nella guerra civile cinese, il leader sovietico Iosif Stalin trattò il rivoluzionario cinese Mao Zedong come un subordinato, lasciandolo in attesa a Mosca per mesi prima di concedergli, a malincuore, un aiuto. La vicenda lasciò il segno a lungo e contribuì alla rottura tra Cina e Unione Sovietica. Durante il loro incontro a Vienna nel 1961, il leader sovietico Nikita Chruščëv umiliò il presidente degli Stati Uniti John Kennedy. Concluse che fosse un debole e in seguito azzardò l’invio dei missili nucleari a Cuba. Kennedy giurò che non si sarebbe mai più fatto mettere i piedi in testa.

Il modo in cui si allestisce un vertice può trasmettere disprezzo – come quando Adolf Hitler convocò nella sua residenza sulle alpi il cancelliere austriaco per minacciarlo – oppure amicizia, come quando Trump ha applaudito l’arrivo di Putin sulla pista di Anchorage. Ma lo sfarzo deve essere accompagnato da contenuti per avere un senso. Se un summit serve solo a coprire le divergenze, può portare alla guerra invece che alla pace. Nel 1807 Napoleone e Alessandro I di Russia si incontrarono su una zattera sfarzosa sul fiume Niemen, vicino a Tilsit (l’attuale Sovetsk, nell’exclave russa di Kaliningrad), per negoziare una pace e un’alleanza. Fecero anche piani per una spartizione della Prussia, scatenando la rabbia del re prussiano – non invitato – che vagava triste sulla riva del fiume. Eppure le due potenze non risolsero mai le loro divergenze di fondo. Alessandro diventò sempre più insofferente verso il dominio di Napoleone e le sue promesse infrante. Cinque anni dopo, Napoleone invase la Russia.

Nel loro primo incontro durante la seconda guerra mondiale al largo di Terranova, in Canada, nel 1941 Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt – entrambi grandi maestri della messa in scena – visitarono ufficialmente le rispettive navi da guerra e cantarono inni insieme ai marinai, per sottolineare l’amicizia tra i due paesi. Discussero con i vertici militari della guerra in Europa, della nuova alleanza con l’Unione Sovietica, del conflitto in peggioramento con il Giappone nel Pacifico e dell’assetto del mondo dopo la guerra. L’incontro segnò una tappa fondamentale in una relazione sempre più solida, senza la quale sarebbe stato impossibile vincere la guerra.

Una efficace distrazione

I vertici funzionano quando si basano su obiettivi comuni, una certa fiducia reciproca e un impegno concreto a collaborare. Aiuta anche – come hanno scoperto gli statunitensi durante la seconda guerra mondiale, e come stanno riscoprendo oggi – presentarsi ben preparati. Durante un incontro cruciale a Casablanca, in Marocco, nel gennaio del 1943 Churchill e Roosevelt dovevano preparare la strategia per i mesi successivi. I britannici, forti di documenti dettagliati e di un gran quantità di esperti, convinsero gli statunitensi a rinviare lo sbarco in Francia al 1944. Come lamentò un generale statunitense: “Siamo venuti, abbiamo ascoltato, e siamo stati conquistati”.

Lo stesso si potrebbe dire del vertice di Anchorage. È stato un trionfo per la Russia e un imbarazzo per gli Stati Uniti, che ha lasciato l’Ucraina appesa a un filo e ha aumentato le preoccupazioni degli alleati europei sull’affidabilità dell’amministrazione Trump. Anche dal punto di vista dell’immagine – tanto importante per Trump – l’incontro è stato negativo: nella conferenza stampa, il presidente americano ha lodato con tono stanco le “osservazioni molto profonde” del leader russo. Putin, dal canto suo, non ha ceduto su nulla, neanche su un cessate il fuoco. E l’idea, sostenuta dagli statunitensi, che un accordo di pace conti più del resto è una pia illusione: Putin continuerà a tirarla per le lunghe, se può continuare a combattere e a conquistare territori.

Anchorage potrebbe comunque produrre qualcosa di utile: potrebbe spingere a chiedersi se i vertici siano davvero il modo migliore per condurre le relazioni internazionali. Spesso, come succede con il G7 o il G20, questi eventi sono coreografati nei minimi dettagli, con tutti gli accordi già conclusi in precedenza. Oppure, come succede con Trump, i leader ignorano consiglieri e dossier e si vantano di riuscire a stabilire un contatto diretto con la controparte per chiudere accordi. Ma l’improvvisazione – come ha dimostrato Trump – può produrre risultati inutili o imprevedibili.

Dalla fine della seconda guerra mondiale i summit si sono moltiplicati anche perché ai leader politici, democratici o autoritari che siano, piacciono. Offrono una distrazione dalle questioni interne: Richard Nixon una volta fantasticò di lasciare ai ministri la politica nazionale per potersi dedicare ai grandi problemi globali, quelli che lo interessavano davvero. I leader politici sono stuzzicati dall’idea di fare la storia.

Spesso, però, i risultati sono molto inferiori alle aspettative. Nel 1938 il primo ministro britannico Neville Chamberlain tornò da Monaco con un documento firmato da lui e da Hitler. Quel pezzo di carta, disse, simboleggiava il desiderio dei due popoli di non fare mai più la guerra. Un anno dopo, Regno Unito e Germania erano in guerra.

Resta da vedere cosa porteranno Anchorage e i vertici di questa settimana, oltre a produrre altri incontri e, con ogni probabilità, la continuazione della guerra: forse nuove pressioni statunitensi sull’Ucraina per farle cedere anche i territori che la Russia non ha ancora conquistato? La resistenza dell’Ucraina e dei paesi europei? Oppure una visita di Trump a Mosca? Chissà. Difficilmente un premio Nobel per la pace a Trump. ◆

Margaret MacMillan è una storica canadese, esperta di relazioni internazionali. Insegna all’università di Oxford, nel Regno Unito, e al Trinity college di Toronto, in Canada.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it