Tra le ventidue vittime degli attacchi condotti da Israele il 25 agosto 2025 contro l’ospedale Nasser, nella Striscia di Gaza, c’erano cinque giornalisti. Dopo le condanne arrivate da tutto il mondo, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha diffuso un comunicato in cui afferma che Israele “apprezza il lavoro dei giornalisti”. I dati, però, raccontano una storia diversa.

Il numero dei giornalisti uccisi a Gaza nei due anni di guerra è arrivato a 192. Il Committee to protect journalists, che ha raccolto questi dati, sostiene di non aver mai assistito a un “tentativo così sanguinario e intenzionale di mettere a tacere e uccidere i giornalisti” come quello condotto da Israele. “I reporter palestinesi sono costantemente minacciati, presi di mira e assassinati dalle forze armate israeliane, oltre che arbitrariamente arrestati e torturati per ritorsione contro il loro lavoro”, aggiunge l’organizzazione.

Da studiosa di storia moderna della Palestina so bene che gli omicidi di reporter, fotografi e altri professionisti del settore a Gaza rientrano in una lunga storia dei tentativi israeliani di mettere a tacere i giornalisti palestinesi. Si può risalire almeno fino al 1967, quando Israele ha occupato militarmente i Territori palestinesi della Cisgiordania, di Gerusalemme est e della Striscia di Gaza dopo la guerra dei sei giorni.

Oltre al bilancio drammatico delle vittime, la cosa che rende la situazione ancora più drammatica è che, a causa delle restrizioni imposte da Israele all’ingresso della stampa straniera a Gaza, i reporter palestinesi sono gli unici a poter testimoniare la devastazione e le uccisioni in corso, raccontandole al resto del mondo. Dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi circa 200 giornalisti in tutto il mondo. Quasi tutti erano palestinesi.

Controllo asfissiante

Fin dai primi giorni dell’occupazione del 1967, Israele ha cercato di controllare l’attività dei mezzi d’informazione in Palestina costruendo un apparato legale e militare per censurarli.

Nell’agosto del 1967 l’esercito emanò l’ordine militare 101 che di fatto criminalizzava le riunioni “politiche” e le pubblicazioni “propagandistiche” nei Territori occupati.

Eppure, nonostante queste restrizioni, il giornalismo locale è sopravvissuto ed è cresciuto. All’inizio degli anni ottanta i palestinesi dei Territori occupati pubblicavano tre quotidiani, cinque settimanali e quattro riviste. Le testate più popolari avevano una tiratura che poteva raggiungere le quindicimila copie.

Ma tutte le pubblicazioni erano sottoposte alla censura militare israeliana. Ogni notte gli editori erano costretti a consegnare ai censori israeliani due copie di tutto quello che volevano stampare, compresi articoli, foto, annunci pubblicitari, previsioni del tempo e perfino i cruciverba.

Ogni singolo elemento che agli occhi dei censori aveva “un significato politico” doveva essere rimosso prima della pubblicazione. Gli editori che violavano queste regole o che erano accusati di appartenere a gruppi politici rischiavano l’arresto e la deportazione. L’eco di questi metodi è percepibile ancora oggi ogni volta che Israele uccide i giornalisti e poi li accusa di aver collaborato con Hamas.

Opponendosi a queste e a molte altre restrizioni, a dicembre del 1987 i palestinesi lanciarono la prima intifada (rivolta) contro l’occupazione israeliana. Durante il primo anno della ribellione, le forze israeliane incarcerarono 47 giornalisti palestinesi, fermarono la pubblicazione di otto giornali locali e regionali, revocarono le licenze di due riviste e chiusero definitivamente quattro uffici stampa.

Voleva essere una dimostrazione di forza, ma per i palestinesi fu solo la prova che Israele temeva i loro giornalisti e il modo in cui raccontavano la propria condizione.

Giochi di potere tra Netanyahu e i militari
Il premier israeliano non vuole fermare la guerra. Intanto a Gaza si muore di fame e l’opinione pubblica israeliana guarda da un’altra parte, scrive il direttore di Haaretz

Dopo gli accordi di Oslo – una serie di negoziati tra Israele e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) avviati formalmente nel 1993 – molti osservatori avevano sperato in un miglioramento della libertà di stampa per i palestinesi. Ma non andò così.

Le autorità israeliane continuarono ad applicare una censura militare asfissiante su tutto ciò che ritenevano legato alla “sicurezza”, revocando le credenziali ai giornalisti che non seguivano la linea ufficiale e perseguitando i reporter sul campo.

Nel frattempo la neonata Autorità Nazionale Palestinese, creata all’interno del processo di Oslo per governare parzialmente e temporaneamente i Territori palestinesi, costruiva un suo apparato di censura, arrestando i giornalisti, sospendendo i permessi o chiudendo tutti i giornali che criticavano il suo operato in un modo giudicato eccessivo.

Più rischioso di prima

Negli anni duemila gli attacchi di Israele contro i giornalisti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza sono diventati più spietati. Nel 2002 le forze israeliane hanno ucciso il fotografo Imad Abu Zahra a Jenin, in Cisgiordania. Nel 2003 la stessa sorte è toccata al regista britannico James Miller a Rafah, e nel 2008 all’operatore dell’agenzia di stampa Reuters Fadel Shana a Gaza.

Dal 2008, mentre gli scontri tra i soldati israeliani e le organizzazioni militanti palestinesi diventavano più intensi, i rischi per i giornalisti sono cresciuti. I reporter sono stati uccisi anche in occasione di manifestazioni pacifiche. Nel 2018, durante le proteste della Grande marcia del ritorno, le forze israeliane hanno ucciso i giornalisti palestinesi Yaser Murtaja e Ahmed Abu Hussein. Entrambi indossavano gilè con la scritta “Stampa” ben visibile quando gli hanno sparato. Durante i sei giorni delle proteste sono stati feriti almeno 115 giornalisti.

L’uso letale della forza non si è limitato ai palestinesi di Gaza. A maggio del 2022 la giornalista palestinese-statunitense Shireen Abu Akleh è stata uccisa nel campo profughi di Jenin. La morte di Abu Akleh, che era molto nota, ha spinto centinaia di migliaia di persone a manifestare in lutto, mentre la polizia israeliana ha picchiato brutalmente le persone che portavano la bara in spalla al funerale.

In base al diritto internazionale umanitario, i giornalisti sono civili e dunque non possono essere presi di mira durante i combattimenti. Questa garanzia si applica ai corrispondenti di guerra anche quando sono al lavoro protetti da un gruppo armato.

Sono uno studioso del genocidio, ne riconosco uno quando lo vedo
“La mia conclusione inevitabile è che Israele sta commettendo un genocidio contro il popolo palestinese” a Gaza, scrive lo studioso di Olocausto Omer Bartov sul New York Times, spiegando perché è giunto a questa conclusione.

Le autorità israeliane sostengono che l’esercito di Tel Aviv non prende di mira i giornalisti, ma si limita a obiettivi militari legittimi. Spesso hanno dichiarato che i militanti di Hamas si nascondono negli edifici civili o che i giornalisti uccisi facevano parte dell’organizzazione islamista.

Ma sono accuse lanciate senza che ci siano prove verificabili da organizzazioni indipendenti. Nel 2018 Israele ha sostenuto che Murtaja era un militante di Hamas, ma non ha fornito alcuna prova.

Nel caso di Shireen Abu Akleh, le autorità israeliane all’inizio hanno detto che la giornalista era stata uccisa dai militanti palestinesi. Poi hanno ammesso che esisteva una “alta probabilità” che i colpi fossero stati esplosi dalle forze israeliane, ma hanno aggiunto che la sua morte era stata un incidente e dunque non ci sarebbe stato un processo penale. Un documentario di recente ha smentito questa tesi e ha identificato il soldato che ha ucciso intenzionalmente la giornalista.

Una cultura dell’impunità

Anche prima dell’attacco di Hamas a Israele del 7 ottobre 2023, era evidente l’impunità dei soldati israeliani che uccidevano i giornalisti, per errore o intenzionalemente. Un rapporto pubblicato a maggio del 2023 dal Committee to protect journalists sottolineava che Israele segue “uno schema mortale” nell’uso della forza contro i giornalisti e lo accusava di non perseguire i responsabili.

Dopo gli attacchi del 2023, i giornalisti di Gaza hanno vissuto in condizioni perfino peggiori. Ancora oggi Israele continua a impedire alle testate internazionali di raccontare la guerra nella Striscia di Gaza. I giornalisti palestinesi, di conseguenza, sono spesso gli unici sul campo.

Oltre al rischio di morire, devono affrontare la campagna israeliana di diffamazione contro il loro lavoro e le minacce alle famiglie.

I giornalisti palestinesi si precipitano spesso nei luoghi dei bombardamenti, mentre la popolazione fugge. Questo li espone al rischio degli attacchi double tap (doppio colpo), in cui i droni e gli aerei da guerra bombardano di nuovo un’area appena colpita, uccidendo i soccorritori e i giornalisti accorsi sul posto.

Tutto questo crea una sofferenza insopportabile per tutti i giornalisti che continuano a lavorare a Gaza. Il 25 ottobre 2023 il direttore della sede locale di Al Jazeera Wael al Dahdouh stava trasmettendo in diretta quando ha ricevuto la notizia che un bombardamento israeliano aveva provocato la morte della moglie, di due figli e di un nipote. Il giorno successivo era di nuovo in onda.

La strage sembra inarrestabile. Il 10 agosto 2025, a Gaza, le forze armate israeliane hanno ucciso Anas al Sharif, un altro giornalista di primo piano di Al Jazeera che aveva continuato a raccontare la guerra sul campo per mesi, sotto i bombardamenti. Nello stesso attacco sono morti cinque suoi colleghi.

Il bombardamento del 25 agosto contro l’ospedale Nasser è soltanto l’ultimo capitolo di questa storia di morte.

Tra i cinque giornalisti uccisi c’erano tre freelance che lavoravano per la Reuters e l’Associated Press, due agenzie di stampa internazionali che hanno manifestato più volte la loro frustrazione per il rifiuto di Israele di consentire ai loro reporter di documentare la guerra a Gaza.

Nonostante gli enormi pericoli, le redazioni di tutto il mondo hanno invitato ripetutamente Tel Aviv ad aprire le porte di Gaza ai giornali indipendenti. Di recente una coalizione di 27 paesi ha cercato di fare pressione per ottenere l’accesso alla Striscia.

Israele però continua a respingere al mittente tutte le richieste. I giornalisti palestinesi, dunque, sono ancora gli unici testimoni dell’aggressione spietata contro la popolazione di Gaza. E per questo motivo sono uccisi. Resta da vedere se prima o poi la comunità internazionale si deciderà a mettere fine all’impunità di Israele.

Maha Nassar è una studiosa di Medio Oriente e Nordafrica che insegna all’università dell’Arizona, negli Stati Uniti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Iscriviti a
Mediorientale
Cosa succede in Medio Oriente. A cura di Francesca Gnetti. Ogni mercoledì.
Iscriviti
Iscriviti a
Mediorientale
Cosa succede in Medio Oriente. A cura di Francesca Gnetti. Ogni mercoledì.
Iscriviti

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it