L’ondata di caldo torrido che ha colpito la nostra regione a metà agosto non fa distinzioni tra israeliani e palestinesi. Ma mentre noi israeliani ci rifugiamo in case, uffici e automobili climatizzate, per gli abitanti assediati della Striscia di Gaza il caldo e l’umidità insopportabili si aggiungono alla loro lotta per mangiare, bere e dormire, e alla costante paura della morte. La crisi alimentare esplosa a Gaza quest’estate, dopo le restrizioni imposte da Israele alla consegna degli aiuti umanitari, continua a peggiorare nonostante le crescenti pressioni internazionali per consentire l’ingresso di più viveri, medicine e forniture essenziali. E le uccisioni non si fermano, mentre Israele si prepara alla prossima fase della guerra per “annientare Hamas”.

La maggior parte degli israeliani resta indifferente agli orrori subiti dai palestinesi a Gaza. Convinta dal governo e dai principali mezzi d’informazione che non c’è fame, ma solo propaganda di Hamas e notizie false diffuse dagli antisemiti della stampa occidentale, non vede alcun dilemma morale. Così, dopo quasi due anni di combattimenti, la vita a Tel Aviv ricorda i giorni precedenti alla guerra, cioè una festa senza fine. Le spiagge e i ristoranti sono pieni e l’aeroporto Ben Gurion è di nuovo affollato di vacanzieri estivi in partenza per la Grecia. I dati economici di Israele stanno superando le aspettative. Le critiche alla guerra si limitano ai timori per la sorte degli ostaggi israeliani nei tunnel di Hamas, per il calo di riservisti disposti ad arruolarsi di nuovo e per l’aumento dei casi di disturbo da stress post-traumatico e di suicidi nell’esercito. Nonostante questo, la maggior parte degli israeliani, anche quelli più critici verso Benjamin Netanyahu, darebbe carta bianca al primo ministro perché prosegua la campagna punitiva contro Gaza.

Un passo indietro

Questa noncuranza dell’opinione pubblica permette a Netanyahu di concentrarsi sul suo terreno preferito, quello dei giochi di potere e della manipolazione dei mezzi d’informazione. Oggi il suo obiettivo è sottomettere l’esercito, e la guerra attuale gli offre un’opportunità senza precedenti.

Facciamo un passo indietro: nel corso della sua lunga e travagliata carriera politica, i principali rivali di Netanyahu sono stati ex leader militari. Poiché hanno guidato l’istituzione più venerata del paese, erano l’incarnazione del vecchio apparato liberale che il primo ministro ha giurato di schiacciare e sostituire con nuove élite composte dai suoi alleati conservatori e religiosi.

A partire da Yitzhak Rabin negli anni novanta, Netanyahu li ha combattuti tutti – eroi militari come Ariel Sharon ed Ehud Barak e funzionari in divisa come Benny Gantz e Gadi Eisenkot – ed è sopravvissuto al timone. Ma in un paese che combatte una guerra permanente, il controllo politico dell’esercito è la chiave per il comando, e Netanyahu è stato frenato dall’effettivo potere di veto che hanno i militari e i servizi segreti israeliani sulle decisioni relative alla guerra e alla pace.

Poi è arrivato l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che l’esercito e i servizi segreti non sono riusciti a prevedere e a contenere in tempo. Per la maggior parte degli israeliani è stato il peggior disastro nella storia del paese. Ma non per Netanyahu, che ci ha visto un’opportunità senza precedenti per consolidare il suo potere e mettere da parte i vecchi rivali. Ha scaricato tutta la colpa sui vertici dell’esercito e dei servizi segreti e ha impedito un’indagine indipendente. Con il prolungarsi della guerra, i capi della sicurezza sono stati cacciati uno dopo l’altro, per essere sostituiti da suoi fedelissimi. Le epurazioni gli hanno permesso di rigirare la storia e di attribuirsi il merito delle mosse più riuscite contro Hezbollah e l’Iran, e perfino della caduta del regime di Assad in Siria.

Ma l’autocelebrazione non è bastata a convertire l’esercito al culto della personalità del primo ministro. Netanyahu ha potuto solo guardare con invidia il suo alleato politico e leader di estrema destra Itamar Ben Gvir mentre trasformava la polizia e le carceri israeliane nella sua milizia privata manipolando le nomine ai livelli più alti. Così a marzo Netanyahu ha fatto la sua mossa per prendere il controllo della Kirya, l’equivalente israeliano del Pentagono, nel centro di Tel Aviv, nominando il generale Eyal Zamir nuovo capo di stato maggiore dell’esercito.

Comandante di carri armati, che ha servito come aiutante militare del primo ministro un decennio fa, Zamir conosce bene il suo ex capo e la sua cerchia ristretta. I politici di destra e i loro sostenitori sui social network l’hanno elogiato come un comandante “combattivo” capace di sconfiggere Hamas, a differenza del suo sfortunato predecessore, Herzi Halevi, che porta il peso del fallimento del 7 ottobre. E ci si aspettava che Zamir mantenesse l’esenzione dal servizio militare per gli uomini ultraortodossi (haredi), risparmiando a Netanyahu una patata bollente politica.

Ultime notizie
In attesa di una tregua

◆Il 20 agosto 2025 il governo israeliano ha approvato il piano annunciato pochi giorni prima dal ministro delle finanze israeliano Bezalel Smotrich, di estrema destra, per costruire 3.400 case in Cis­giordania, annettendo a Israele una porzione del territorio palestinese di dodici chilometri quadrati. Le Nazioni Unite e l’Unione europea hanno criticato il piano, chiamato E1, che taglierebbe in due la Cis­giordania, affossando definitivamente la creazione di un eventuale stato palestinese.

◆ Il 19 agosto il ministro della difesa israeliano, Israel Katz, ha richiamato in servizio 60mila riservisti dopo aver dato il via libera alla conquista della città di Gaza.

◆Il 18 agosto Hamas ha annunciato di aver accettato una nuova proposta per una tregua di sessanta giorni con Israele nella Striscia di Gaza, che prevede la liberazione in due fasi degli ostaggi ancora nelle mani del gruppo estremista islamico palestinese. Israele chiede la liberazione di tutti gli ostaggi.

◆ Decine di migliaia di persone (fino a 500mila secondo gli organizzatori) hanno manifestato il 17 agosto a Tel Aviv per chiedere la fine della guerra e la liberazione degli ostaggi. È stata una delle più grandi mobilitazioni dall’inizio dell’operazione militare israeliana nel territorio palestinese, il 7 ottobre 2023, e ha segnato l’apice di una giornata di proteste e di sciopero generale in tutto il paese. L’iniziativa è stata organizzata una settimana dopo che il gabinetto di sicurezza israeliano aveva approvato un piano per prendere il controllo della città di Gaza e sconfiggere Hamas. Il piano è stato condannato dalla comunità internazionale.

◆ Il 15 agosto l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha reso noto che almeno 1.760 palestinesi sono stati uccisi dalla fine di maggio nella Striscia di Gaza, in gran parte dall’esercito israeliano, mentre cercavano aiuti umanitari. Tra questi, 994 sono morti vicino ai siti di distribuzione della Gaza humanitarian foundation, sostenuta dagli Stati Uniti e da Israele, e 766 lungo gli itinerari dei convogli. Afp,
Al Jazeera


Al primo posto

All’inizio Zamir si è adattato rapidamente. Il 18 marzo Israele ha violato una tregua di breve durata con Hamas, intensificando gli attacchi e interrompendo temporaneamente l’ingresso di viveri e aiuti umanitari a Gaza. A maggio l’esercito ha lanciato un’altra operazione per “eliminare Hamas” e sembrava in sintonia con l’obiettivo dichiarato di Netanyahu e della destra: la pulizia etnica di Gaza attraverso il trasferimento di due milioni di palestinesi in enclave sorvegliate, da dove sarebbero usciti solo per andare in esilio all’estero.

Ma non ci è voluto molto perché il presunto amico di Netanyahu imponesse priorità diverse. Pur non mostrando alcuna pietà per i palestinesi, Zamir si è comportato come la versione più vecchia del suo capo, quella avversa al rischio, mettendo al primo posto la sicurezza delle sue truppe e degli ostaggi israeliani rimasti a Gaza. E ha confermato la coscrizione degli haredi, inviando migliaia di lettere di convocazione ai giovani ultraortodossi.

All’inizio di agosto, visto che Hamas non si arrendeva, Netanyahu e la sua coalizione di estrema destra si sono impegnati a occupare le restanti enclave palestinesi anche a rischio di mettere in pericolo gli ostaggi. A quel punto Zamir si è ribellato. Secondo quanto trapelato, ha minacciato di dimettersi se fosse stato costretto a partecipare a un’operazione rischiosa che avrebbe comportato un’occupazione a lungo termine.

Netanyahu ha colto al volo l’occasione per riprendere il gioco di potere, guidando come al solito da dietro le quinte. Yair, figlio del primo ministro e suo messaggero numero uno, ha accusato Zamir di un golpe militare da repubblica delle banane.

Lo scontro ha raggiunto l’apice durante un’accesa riunione del gabinetto di sicurezza il 6 agosto, durante la quale il capo di stato maggiore ha messo in guardia dal mandare le truppe in quella che era “equivalente a una trappola” e dal mettere a rischio la vita degli ostaggi. Il risultato è stato un compromesso: occupare solo la città di Gaza, costringere alla fuga un milione di abitanti e raderla al suolo, proprio come l’esercito ha già fatto a Rafah e Khan Yunis. Sono stati concessi due mesi di tempo prima di passare all’azione, lasciando spazio per un accordo dell’ultimo minuto sulla liberazione degli ostaggi in cambio del cessate il fuoco (le operazioni sono poi cominciate il 21 agosto).

Doppia missione

La lotta di potere, tuttavia, non si è fermata, dato che il ministro della difesa Israel Katz ha continuato a esercitare pressioni su Zamir perché accettasse o se ne andasse. L’idea un tempo impensabile di licenziare il capo dell’esercito dopo meno di sei mesi, un ritmo di epurazione quasi staliniano, è ormai diventata normale per l’opinione pubblica. I presunti candidati alla successione sono generali “più combattivi”, impegnati a obbedire al premier e a lavorare per la distruzione totale di Gaza.

Tutto questo succede mentre Gaza è alla fame e gli ostaggi soffrono nei tunnel di Hamas. Il 17 agosto è stata organizzata in Israele una protesta di massa e uno sciopero per chiedere la fine della guerra e il ritorno degli ostaggi. L’iniziativa ha avuto ampio sostegno nei sondaggi, che Neta­nyahu ha cercato di ignorare accelerando la sua doppia missione di pulizia etnica a Gaza e di consolidamento del governo autoritario in Israele. Così, con un colpo di scena, il generale Zamir si è candidato a improbabile leader della resistenza contro entrambi gli obiettivi, proprio come hanno fatto in passato gli altri rivali militari di Netanyahu.

Fedele a se stesso, Netanyahu ama tenersi aperte tutte le opzioni, lasciando i suoi avversari di fronte a scelte difficili e raccontando storie differenti, e spesso contraddittorie, a persone diverse. Gli esperti israeliani si chiedono se voglia chiudere la guerra, raggiungere un accordo parziale o mantenere un conflitto di bassa intensità e meno costoso. Solo due cose sono chiare: il primo ministro ha una sete insaziabile di potere; e il bilancio delle vittime a Gaza uccise dai bombardamenti e dalla malnutrizione continua a salire, mentre gli israeliani continuano a guardare dall’altra parte. ◆ dl

Aluf Benn è il direttore del quotidiano israeliano Haaretz.

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati