Il 13 agosto in Colombia si sono svolti i funerali del senatore Miguel Uribe Turbay, ucciso dalla Segunda marquetalia, un gruppo dissidente delle ex Forze armate rivoluzionarie (Farc), guidato da Iván Márquez. Una settimana dopo il gruppo Jaime Martínez, che si oppone agli accordi di pace del 2017, ha fatto esplodere un camion-bomba vicino all’Escuela de aviación Marco Fidel Suárez, nella zona sudoccidentale di Cali, uccidendo sei persone e ferendone più di sessanta. Lo stesso giorno c’è stato un attacco con un drone contro un elicottero della polizia ad Amalfi, nel dipartimento di Antioquia, che ha causato la morte di tredici agenti.

La società colombiana continua a essere bersagliata dal terrorismo e chiede un’azione decisa dello stato contro le organizzazioni criminali e del narcotraffico che hanno abbandonato la loro ideologia rivoluzionaria e sono diventate, come l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), strumenti involontari dell’estrema destra nel suo tentativo di riconquistare il potere alle elezioni presidenziali del 2026.

Il presidente Gustavo Petro ha annunciato misure straordinarie per difendere la democrazia. Dopo gli attentati ha annunciato che la Segunda marquetalia, l’Estado mayor central (di cui fa parte il gruppo Jaime Martínez) e il Clan del Golfo saranno dichiarate organizzazioni terroristiche. “Queste forze sono ai vertici del narcotraffico e devono essere considerate perseguibili in qualsiasi luogo del pianeta, compresa Bogotá”, ha detto il presidente.

Con queste parole il presidente di sinistra ha ammesso il fallimento della sua strategia della pace totale, l’idea di trattare con tutti i gruppi criminali attivi nel paese. Riconosce anche che queste organizzazioni hanno tradito il governo e la sua offerta di negoziati, sfidando lo stato, indebolendo la democrazia e alimentando le richieste dell’estrema destra che vorrebbe un intervento militare straniero per risolvere i nostri problemi interni.

Offesa internazionale

Come capitò prima delle elezioni del 2002, in vista del voto del prossimo anno la priorità dello stato sarà contrastare e debellare le correnti dissidenti delle Farc e il Clan del Golfo. Indicandole come organizzazioni terroristiche, il primo governo di sinistra degli ultimi 200 anni attribuisce a queste organizzazioni lo stesso status che gli ha assegnato Washington. La sfida alla democrazia e alle istituzioni colombiane emerge proprio mentre Donald Trump lancia un’offensiva contro la criminalità e il terrorismo nella regione, dispiegando una grande potenza militare davanti alle coste del Venezuela e sfidando apertamente il presidente Nicolás Maduro e il suo ministro Diosdado Cabello, accusati di essere coinvolti nel narcotraffico e di proteggere i gruppi colombiani.

La Colombia vive una riedizione permanente della propria storia. Nel 2002 il risultato delle elezioni presidenziali fu condizionato dagli attentati dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. A trarne vantaggio fu Álvaro Uribe (che nei sondaggi era dato molto indietro), mentre perse consensi Horacio Serpa, il favorito fino a quel monento, sostenitore dei negoziati di pace con le Farc. In quegli anni Uribe proponeva un intervento militare straniero per sgominare le Farc, proprio come oggi fa l’estrema destra di Vicky Dávila. All’epoca la proposta fu bocciata dalla comunità internazionale. Di fatto l’idea di una forza militare straniera che arrivi a risolvere i problemi della Colombia è un’offesa alle istituzioni e un tradimento della democrazia.

Nel gennaio 2002 a Washington ne parlai con un alto funzionario del dipartimento della difesa statunitense. Mi disse che la classe politica colombiana sperava in un intervento delle truppe statunitensi nelle foreste per combattere i guerriglieri e risolvere il disastro provocato da quegli stessi politici. Ma il funzionario mi garantì che gli Stati Uniti non sarebbero mai intervenuti militarmente in Colombia, aggiungendo che il vero pericolo per la democrazia non erano i guerriglieri, che alla fine si sarebbero seduti al tavolo del negoziato, bensì i gruppi paramilitari che avevano cooptato gran parte della società.

Cospirazione permanente

Quelle parole sono state profetiche. Oggi – dopo il processo di pace con le Farc, dopo i tentativi di violare i patti e dopo che il governo di Petro ha applicato la più vigorosa riforma agraria degli ultimi decenni – i terroristi dell’Eln, delle Farc e del Clan del Golfo continuano a incendiare la Colombia, mentre l’estrema destra chiede un intervento militare degli Stati Uniti e il fumo della guerra torna a contaminare il contesto politico. Tutto questo sta a ricordare che il paese è una fabbrica di martiri, di signori della guerra, di vendette, di narcotraffico, di conflitti e di complotti, una fucina inesauribile di vittime e carnefici in cui i gruppi armati illegali non muoiono mai, ma si trasformano e si moltiplicano, una terra dove lo stato deve difendersi, la costituzione è applicata solo parzialmente in ampie aree del territorio e la giustizia non riesce a imporsi.

La Colombia vive in uno stato di cospirazione permanente. Per decenni la guerra è stata determinante per l’esito delle elezioni. Le Farc sono state grandi elettrici e hanno spostato l’ago della bilancia a favore di politici dal pugno di ferro o di altri favorevoli ai negoziati. Oggi, ancora una volta, i dissidenti forniscono pretesti all’estrema destra. Ogni bomba e ogni morto, civile o militare, sarà una fonte di dolore nazionale e di voti per la destra. Un paese in guerra è lo scenario ideale per le menti malate che pensano ai soldi della droga e non al benessere del popolo. Un paese infuocato è il palcoscenico perfetto per il ritorno del fascismo. Una campagna elettorale segnata dal dolore è il triste panorama che i colombiani si trovano ad affrontare, mentre il presidente Petro cerca di difendere la democrazia e il territorio. ◆as

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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati