Alexis Mohamed avrebbe voluto presentarsi alle elezioni contro il suo ex capo. A lungo consigliere del presidente di Gibuti, Ismail Omar Guelleh, Mohamed si era dimesso a settembre, denunciando l’erosione della democrazia nel suo paese.

Alle elezioni del 10 aprile, però, sulla scheda elettorale il suo nome non c’era. Oggi Mohamed vive fuori dal paese e sostiene di non poterci tornare per presentare i documenti per la candidatura o per fare campagna elettorale senza garanzie credibili per la sua sicurezza. E anche se gli fosse stato permesso candidarsi, i costi per farlo sarebbero stati troppo alti in una scena politica che molti critici definiscono meramente cerimoniale, e in cui di solito a vincere è Guelleh.

Nella prima metà di aprile a Gibuti e in Benin si sono svolte le elezioni presidenziali. In tutto sono 18 i paesi africani che vanno a votare nel 2026. I due paesi francofoni hanno una cosa in comune: agli aspiranti candidati è richiesto di pagare delle cifre molto alte per presentarsi alle elezioni, una misura che ha scatenato proteste diffuse. A Gibuti la quota richiesta è di circa 23mila euro, mentre il Benin l’ha fissata a 250 milioni di franchi cfa (380mila euro).

“Sulla carta potrebbe sembrare un semplice requisito legale. In realtà è un altro meccanismo di selezione ed esclusione”, dice Mohamed, per cui partecipare alle elezioni è ormai uno spreco di tempo e denaro. A Gibuti la somma è rimborsata solo ai candidati che ottengono almeno il 10 per cento dei voti.

“In un paese in cui, un’elezione dopo l’altra, il presidente in carica vince le elezioni con percentuali vicine al 97 per cento”, aggiunge Mohamed, “la misura non serve solo a regolamentare la competizione, ma a bloccarla”.

Guelleh, 78 anni, governa dal 1999 e ha promosso riforme costituzionali considerate molto vantaggiose per lui, prima eliminando il limite al numero dei mandati e successivamente quello dell’età massima per competere per la presidenza, precedentemente fissato a 75 anni.

Ostacoli alla partecipazione

È uno schema che emerge sempre più spesso in tutta l’Africa, dove le quote per candidarsi e, più in generale, i costi delle campagne elettorali stanno aumentando rapidamente, ridefinendo chi può concorrere e cosa significa la democrazia.

Un grido di protesta sulle quote elevate per le candidature si è alzato anche in Zimbabwe, dove alle ultime elezioni è stato chiesto di pagare l’equivalente di 17mila euro, il 1.900 per cento in più rispetto al precedente voto. Linda Tsungirirai Masarira, leader del partito di opposizione Labour economists and african democrats (Lead), sostiene di non poter partecipare alle elezioni del 2023 proprio per queste “quote esorbitanti”.

“L’idea che le somme possano servire a creare una classe dirigente seria è sostanzialmente sbagliata”, dice Masarira. “La capacità di spesa non è una misura di competenza politica, integrità, sostegno pubblico o visione di governo”.

Masarira non respinge del tutto l’idea delle quote, ma sostiene che dovrebbero essere ragionevoli e avverte che l’ammontare richiesto restringe il campo politico perché rende più difficile la partecipazione di donne e giovani, candidati indipendenti o partiti più piccoli, consolidando il potere dei politici che già dispongono di molte risorse.

Motlapele Raleru, direttore esecutivo del Centre for democracy and electoral awareness, con sede in Botswana, sostiene che le quote “fanno più male che bene”. Potranno anche contribuire a ridurre il numero dei candidati, spiega, ma non migliorano la qualità della scelta. Peggio ancora, “riducono la [candidatura] a una transazione commerciale, non a un diritto civile”.

In pratica, sostiene Raleru, le quote diventano un “test di ricchezza sistematico” che privilegia i politici ricchi, riduce le opzioni per gli elettori e “mette la democrazia in palio”, di fatto “in vendita al miglior offerente”.

Le elezioni di facciata minano la fiducia nella democrazia in Africa
In tre paesi africani i cittadini non hanno potuto votare in modo libero e regolare. Ma questo non significa che la democrazia sia un’imposizione coloniale, estranea alle tradizioni africane.

Dal Malawi arriva un’altra lezione. Lì alle elezioni del settembre 2025 la quota per candidarsi alle presidenziali è stata aumentata a circa 4.850 euro , rispetto ai circa 900 euro di cinque anni prima. La teoria era semplice: alzare il prezzo per attirare solo candidati “seri”. In realtà la scheda elettorale si è allungata, e i candidati sono stati 17 contri i sette del precedente voto. Alcuni sono entrati tardi nella corsa e non avevano una storia politica consolidata alle spalle.

La docente di scienze politiche malawiana Nandini Patel non esclude la possibilità che alcune figure di potere abbiano finanziato dei candidati fantoccio per disperdere il voto e confondere l’opposizione. In casi come questi una quota di partecipazione alta porta a una competizione affollata, ma non necessariamente più credibile. Patel teme che così facendo “si attiri la corruzione” e che si impedisca la partecipazione di candidati validi, visto il livello già “spaventoso” delle somme da pagare.

Milward Tobias, candidato indipendente alle elezioni presidenziali del 2025 in Malawi, respinge l’idea che i soldi siano una misura di serietà. “La competizione politica è un sacrificio troppo grande per poterlo misurare con del denaro”, dice. Dal suo punto di vita, alcuni candidati non si sono presentati non perché non volessero, ma perché non se lo potevano permettere.

Mentre Patel sospetta che le schede elettorali con moltissimi candidati siano il frutto della collusione, Tobias ci vede più “una dichiarazione di protesta” dell’opinione pubblica, frustrata dalla classe dirigente. Quest’ultima, ribadisce, dovrebbe essere guidata dalle convinzioni, non dai conti bancari.

Michael Wahman, docente di scienze politiche all’università del Michigan, negli Stati Uniti, ha esaminato in una ricerca i costi delle elezioni in Malawi e in Zambia. Sottolinea che le quote per la candidatura sono solo una minima parte delle spese enormi che i candidati devono sostenere in molte elezioni africane. Come negli Stati Uniti, dove i costi della campagna elettorale sono nell’ordine dei miliardi, anche in Africa le somme in ballo rendono le elezioni un pericoloso terreno di coltura per la corruzione.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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