Devo ammetterlo, al primo ascolto La fonte, il nuovo disco di Cosmo, non mi aveva convinto. Colpa forse anche del modo in cui fruiamo la musica oggi. La ascoltiamo di corsa, confinando un’attività che ha bisogno di spazio mentale tra gli incastri delle nostre giornate stracolme di stimoli e distrazioni. Quando mi è arrivato il link dall’ufficio stampa per ascoltare in streaming l’album prima dell’uscita ufficiale, avvenuta il 17 aprile, non sono riuscito a capire subito le scelte del musicista di Ivrea. Poi giovedì scorso, quando La fonte nel frattempo era già diventato di dominio pubblico, mi sono detto: riproviamoci. E ho cambiato completamente idea.
Per il suo nuovo lavoro – scritto e registrato con Alessio Natalizia, produttore di base a Londra noto come Not Waving – Cosmo ha deciso di percorrere nuove strade sonore: ha rallentato i bpm e si è aperto a una specie di post-cantautorato che sembra ondeggiare sulle macerie del mondo. Ha pescato dal passato (Lucio Battisti, Luca Carboni, gli anni novanta, il balearic beat) ma si è anche affacciato su territori contemporanei (l’urban). E soprattutto ha usato l’autotune (che per i più conservatori non è uno strumento come gli altri, e invece lo è) integrandolo con intelligenza nella scrittura dei pezzi.
In diversi brani, inoltre, abbondano le chitarre acustiche. In realtà tutti questi elementi, a parte l’autotune, erano già presenti nella grammatica di Cosmo fin dai suoi esordi, ma la cassa dritta a volte li nascondeva. Qui, invece, sono esposti in bella vista, anche grazie a un ottimo lavoro sui testi, che tengono insieme il flusso dell’album.
Il disco si apre con il manifesto La fonte, aperto dal suono del fiume Dora dove finiva il precedente Sulle ali del cavallo bianco, e si chiude con la tortuosa Sboccia il fiore. In mezzo si dipana il significato dell’album, riassunto dallo stesso Cosmo: “Tornare alla fonte significa interrogarsi sull’origine, su un punto in cui passato e futuro si intrecciano. Un movimento circolare, quasi un mantra”. Potrebbe essere un viaggio panistico in mezzo alla natura, oppure un trip psichedelico, ma anche entrambe le cose. In realtà è soprattutto un viaggio interiore, perché Cosmo è capace di mettere a nudo l’inconscio con un lavoro inedito sulla sua voce, mai così espressiva in certi falsetti, in certi sussurri, come quello che apre Per un’amica.
E poi, come sempre, c’è la forza delle canzoni, senza la quale tutti questi discorsi non starebbero in piedi. In Ogni giorno / ogni notte, inno alla forza della musica, Cosmo azzecca un ritornello aperto dei suoi. Incanto nella prima parte ha un incedere quasi dub, ma poi si apre in uno splendido omaggio a Anima latina. Per mio fratello è il pezzo più commovente: rievoca l’infanzia con quel verso ripetuto “Ma giocavamo da dio” e nel finale offre un inaspettato assolo di sassofono. C’è solo un pezzo che ancora non ho capito se mi piace oppure no: La fine. È quello più politico, che affronta “la disperazione come possibilità”, come ha spiegato Cosmo. Ma chi lo sa, magari cambierò opinione anche su quello.
Ci sono momenti di poesia inaspettata, come in Venite a vedere, quando si rievoca la vicenda di Thích Quảng Đức, il monaco vietnamita che morì nel 1963 dandosi fuoco in piazza a Saigon per protestare contro la persecuzione dei buddisti. Fu fotografato da Malcom Browne, e l’immagine tra l’altro è diventata anche la copertina del primo disco dei Rage Against The Machine). Nella prospettiva di Cosmo, però, non c’è violenza né sofferenza nel modo in cui s’immola Thích Quảng Đức, anzi c’è pace. “Venite, correte, c’è un corpo che brucia / Continua a cantare / Venite, correte, si trova alla fonte / Sì proprio alla fonte, continua a bruciare”, canta Cosmo. In questi passaggi l’album diventa quasi misterioso, esoterico.
La fonte non somiglia a nient’altro nel panorama italiano di oggi, e questo è il suo principale punto di forza. Il fatto che Cosmo lo presenterà con dei concerti di mattina mi sembra perfettamente in linea con questa originalità. È un disco importante, perché per capirlo ci costringe a rallentare. Rispetto al mondo in cui viviamo oggi, è quasi un atto sovversivo.
Questo testo è tratto dalla newsletter Musicale.
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