Nel golfo Persico la situazione non è mai stata così vicina alla ripresa della guerra. Il bilancio dell’escalation del 4 maggio è pesante: almeno un mercantile sudcoreano in fiamme nello stretto di Hormuz, oltre a diverse strutture petrolifere bombardate negli Emirati Arabi Uniti e sei vedette rapide della cosiddetta “flotta zanzara” iraniana affondate da elicotteri da combattimento statunitensi.

Non è poco, considerando che il cessate il fuoco è in vigore da circa un mese. A tutto questo possiamo aggiungere l’avvertimento lanciato da Donald Trump in serata, con gli ormai abituali toni apocalittici: l’Iran sarà “cancellato dalle mappe” se attaccherà le navi da guerra statunitensi.

Cosa sta succedendo? Davvero la guerra degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran sta per ricominciare? Il brusco inasprimento del conflitto fa parte della guerra di nervi di cui si parla da giorni ed evidenzia da un lato la frustrazione crescente di Donald Trump, che non riesce a raggiungere i suoi obiettivi, e dall’altro il gioco pericoloso del regime iraniano, che spinge ai limiti la propria intransigenza a rischio di subire nuovi attacchi devastanti.

Il nocciolo della questione è lo stesso da settimane: chi cederà per primo fra Trump e i Guardiani della rivoluzione, che ormai governano l’Iran? Due settimane fa il presidente degli Stati Uniti pensava di aver giocato una carta vincente con il blocco dello stretto di Hormuz, già chiuso di fatto dagli iraniani.

La speranza di Washington era che l’Iran fosse subito colpito dall’impossibilità di esportare il petrolio e importare provviste e medicine, ma i giorni passano ed è chiaro che Teheran può reggere ancora a lungo grazie alle sue frontiere terrestri e a una grande capacità di adattamento.

Il 4 maggio Trump ha cambiato tattica, dichiarando aperto lo stretto di Hormuz per consentire il passaggio di un migliaio di navi di ogni nazionalità. Alla fine, però, sono passate solo un paio di navi battenti bandiera statunitense. Troppo poco. Soprattutto l’Iran ha dimostrato di poter colpire gli avversari riprendendo il lancio di missili contro una delle grandi infrastrutture energetiche degli Emirati Arabi Uniti. La prima giornata dell’operazione “Project Freedom” di Trump è stata un fallimento.

Posizioni distanti

L’Iran scommette sul fatto che il presidente americano non voglia o non possa permettersi di rilanciare la guerra, per diverse ragioni: dall’ostilità dell’opinione pubblica del suo paese (anche all’interno del movimento Maga) al prezzo del barile, che si impenna a ogni accenno di tensione rischiando di scatenare una crisi mondiale. Qualche giorno fa Trump ha pubblicato un tweet poco convincente per rassicurare gli statunitensi sull’aumento del costo del carburante, dichiarando che “i patrioti non si lamentano”.

Tra l’altro non è detto che una nuova ondata di bombardamenti aerei, anche se su obiettivi nuovi, riuscirà a far cadere un regime iraniano che ha saputo resistere a due mesi di attacchi.

Resta dunque la via del negoziato, che prosegue indirettamente ma con posizioni ancora distanti. L’Iran pretende la fine dei combattimenti e un disimpegno delle forze nemiche (comprese quelle israeliane dal Libano) prima di cominciare a trattare sul nucleare, una richiesta che per Trump è inaccettabile. Dunque la guerra di nervi continua, con il rischio permanente di scivolare nella ripresa di una guerra totale.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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