Il 9 aprile 2026, il giorno dopo l’annuncio del cessate il fuoco tra Stati Uniti, Iran e Israele, Maryam (nome di fantasia) ha preso i suoi tre gatti ed è tornata nel suo appartamento. Aveva passato quasi sei settimane a casa di un’amica in un quartiere della parte nord di Teheran. I bombardamenti la spaventavano e l’amica l’aveva invitata a stare da lei. Maryam, quasi cinquant’anni, ha tirato un sospiro di sollievo all’annuncio del cessate il fuoco, ma è ancora molto preoccupata per il futuro. “La prima cosa che ci diciamo l’un l’altra in questi giorni è che siamo sopravvissute”, nota. “Sono contenta che la guerra sia finita. Allo stesso tempo ho la sensazione di trovarmi in un limbo e temo che la situazione economica peggiorerà”.
I continui attacchi aerei statunitensi e israeliani che hanno scosso il paese dal 28 febbraio si sono interrotti con l’accordo di cessate il fuoco che ha portato ai colloqui di Islamabad, in Pakistan. Tuttavia, da più di venti ore di trattative non è uscito un accordo e se, da un lato, il presidente Donald Trump alla fine dei colloqui ha dichiarato che la delegazione statunitense aveva raggiunto un rapporto “molto amichevole” e “rispettoso” con quella iraniana, dall’altro, ha invocato il blocco totale dello stretto di Hormuz a partire dal 13 aprile. In un post sui social media Trump ha aggiunto che le forze armate statunitensi restano “totalmente ‘PRONTE AD AGIRE’” e potrebbero “finire quel poco che resta dell’Iran!”.
“Il cessate il fuoco reggerà? E cosa succederà tra due settimane?”, si chiede Maryam, che non sa se sarà in grado di affrontare altri bombardamenti. “È stato terribile. Sono esausta e ancora molto tesa… Tutti prendono medicine per l’ansia. Il prezzo dell’Asentra (un antidepressivo) è aumentato ed è difficile trovarlo a Teheran”, spiega.
Dimostrazioni di forza
Durante le sei settimane di ostilità non ci sono state carenze di beni nella capitale iraniana, aggiunge Maryam, ma i prezzi sono schizzati alle stelle. “Da una parte, sembrava tutto come prima, tranne che per i bombardamenti e il rumore dei caccia e dei droni. Dall’altra, niente era normale”, racconta.
Di notte i sostenitori del regime scendevano nelle strade intonando slogan e facendo risuonare dagli altoparlanti canzoni religiose e patriottiche. In tutta la città erano stati creati dei posti di blocco dove i miliziani basij (un gruppo paramilitare creato nel 1979) controllavano i telefoni e le auto.
Leila, una donna con due figli, dice di essere stata fermata a un posto di blocco nel quartiere Niavaran a Teheran: i basij hanno perquisito la sua auto. “Non indossavo il velo, ma non gli importava. Sono stati educati e mi hanno solo chiesto di aprire il portabagagli”, racconta. Secondo lei è stata una dimostrazione di forza: “Vogliono dire ‘Siamo ancora qui’”.
Da una parte, sembrava tutto come prima. Dall’altra, niente era normale”
Leila racconta anche di aver visto in un’altra zona della città due poliziotti seduti a una scrivania in mezzo alla strada. Parlavano con due uomini che le sono sembrati dei tossicodipendenti, una scena “surreale”. Ma poiché “i commissariati di polizia sono stati bombardati, lavorano all’aperto”.
Come Maryam, Leila è preoccupata di quello che succederà nei prossimi giorni e mesi. “Ci hanno bombardato e ci hanno lasciato con un Khamenei più giovane”, dice riferendosi a Mojtaba Khamenei, la nuova guida suprema del paese dopo la morte in un attacco aereo del padre Ali Khamenei. “Nessuno sa se Mojtaba sia davvero vivo e cosa sia capace di fare. Le nostre infrastrutture sono state danneggiate e molte persone innocenti sono morte”.
Maryam racconta che la notte dell’8 aprile, quando molti si aspettavano che gli Stati Uniti avrebbero bombardato le centrali elettriche iraniane riportando il paese “all’età della pietra”, è stata una delle peggiori. “Abbiamo fatto la doccia, lavato i vestiti, ricaricato i telefoni e le power bank. Abbiamo fatto scorte di bottiglie d’acqua e alimenti in scatola, aspettandoci il peggio”, racconta.
Secondo lei molti iraniani inizialmente erano favorevoli a un intervento militare straniero, perché speravano nella caduta della Repubblica islamica, che in tanti disprezzano. Prima della guerra migliaia di persone erano state uccise nella brutale repressione delle proteste contro il regime scoppiate a gennaio.
“Quando è cominciata la guerra e hanno ucciso Khamenei, alcuni erano speranzosi. Poi però hanno capito di cosa si tratta davvero”, afferma. “Hanno assistito alla distruzione delle infrastrutture e si sono resi conto che anche loro avrebbero potuto morire”.
◆ Dal 28 febbraio 2026 , quando è cominciata la guerra con Stati Uniti e Israele, in Iran è stato bloccato l’accesso a internet. Il regime di Teheran ha giustificato la mossa dicendo di voler evitare attacchi informatici, ma la misura era stata adottata anche durante le proteste antigovernative di gennaio. Per aggirare il blocco gli iraniani ricorrono alle connessioni virtual private network (vpn), al servizio Starlink o usano la rete d’informazione nazionale (Nin), una intranet creata dal governo che dà accesso a un numero limitato di siti, applicazioni bancarie, servizi di taxi e di messaggi. Il Financial Times sottolinea però che con l’aumento della domanda i prezzi sono cresciuti, rendendo gli accessi troppo costosi per la maggior parte degli iraniani. Si calcola che nel 2024 si connettesse regolarmente a internet l’85 per cento dei 90 milioni di abitanti del paese. Il sito Iran International scrive che le autorità iraniane stimano in circa 35 milioni di dollari al giorno (per un totale di circa 1,5 miliardi di dollari dal 28 febbraio) i danni economici causati dal blocco di internet, visto che prima della guerra l’economia digitale contribuiva almeno al 5 per cento del pil.
Chi può lascerà il paese
L’Iran dichiara che più di tremila persone sono state uccise negli attacchi di Israele e Stati Uniti, cominciati il 28 febbraio. La scorsa settimana la Mezzaluna rossa iraniana ha fatto sapere che nel corso della guerra sono state danneggiate 857 scuole e altri centri dedicati all’istruzione, 338 ospedali e ambulatori. Inoltre, secondo il ministero della cultura iraniano, sono stati distrutti o danneggiati dai bombardamenti 140 siti storici.
Leila dice che molte persone adesso vivono in uno stato di “rassegnazione” e “ansia”. “Chi può lascerà il paese”, dice.
Anche Ali, imprenditore di Teheran, è preoccupato per il futuro. “Tanti resteranno senza lavoro per via della guerra. È stata colpita la fabbrica di acciaio di Mobarakeh e anche gli stabilimenti petrolchimici, quindi decine di migliaia di persone sono disoccupate”, dice.
Molti suoi amici speravano che la guerra avrebbe segnato la fine del regime. “In realtà ha danneggiato pesantemente l’Iran, non la Repubblica islamica”, afferma, sottolineando che nei bombardamenti sono state distrutte infrastrutture civili e palazzi storici.
L’imprenditore aggiunge che i licenziamenti si moltiplicano, aggravando la situazione economica, e le restrizioni imposte a internet stanno togliendo a molte persone una fonte di reddito.
“Ho un amico insegnante di lingue. Da gennaio è senza stipendio”, spiega Ali. “Ci sono molte persone come lui. Chi dipende da internet per guadagnarsi da vivere adesso è in grande difficoltà, si affida ai propri risparmi, che presto finiranno. Siamo in trappola, tra un regime che ci nega i diritti fondamentali e due paesi che ci hanno bombardato”.
Ali aggiunge che il blocco di internet durante il conflitto ha impedito a tante persone di accedere alle informazioni e tenersi in contatto con i propri cari. Nonostante il cessate il fuoco il blocco della rete rimane in vigore, costringendo milioni di iraniani al buio digitale. Secondo Netblocks, un’organizzazione che monitora la connettività internet, è il più lungo mai registrato al mondo.◆ fdl
Golnaz Esfandiari è caporedattrice di Radio Farda, il canale sull’Iran, in inglese e persiano, dell’emittente Radio Free Europe/Radio Liberty. È nata e cresciuta a Teheran.
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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati