In una tranquilla domenica pomeriggio una decina di furgoni della polizia ha raggiunto Sesto San Giovanni, alla periferia di Milano, per garantire la sicurezza in uno stadio fatiscente che, come la città stessa, ha visto giorni migliori.
Milano è teatro di una delle rivalità calcistiche più intense del mondo, quella tra il Milan e l’Inter. Il 3 agosto 2025, però, le forze dell’ordine non erano lì per questo, ma per eventuali disordini tra i tifosi di due squadre con sede in Libia, a più di 1.600 chilometri di distanza. La partita rientrava nell’ambito di una curiosa collaborazione tra le autorità libiche e quelle italiane: per il secondo anno consecutivo la fase finale del minicampionato di calcio libico, disputato da sei squadre, si è svolta in Italia. E il torneo è stato emblematico della crisi politica e di sicurezza che continua ad affliggere la Libia più di un decennio dopo la fine della dittatura di Muammar Gheddafi.
Queste partite hanno anche offerto la misura della passione dei libici per questo sport, oltre che della profonda inimicizia tra le due squadre più titolate di Tripoli. Una rivalità andata in scena allo stadio Ernesto Breda. L’Al Ittihad e l’Al Ahli si erano affrontate l’ultima volta a giugno, in Libia. La partita si era disputata a porte chiuse, ma aveva comunque fatto notizia perché era stato interrotto il gioco, era stato ferito un arbitro, i tifosi avevano fatto irruzione nello stadio ed era stato distrutto il pullman di una delle due squadre. Alla luce di quel precedente le autorità italiane non hanno voluto correre rischi, anche se all’interno dello stadio Breda i tifosi non erano ammessi.
Il legame tra calcio e politica
Il campionato di calcio libico rispecchia la situazione politica di quel paese: una fase del torneo si svolge nella parte orientale del paese, controllata da un generale, mentre l’altra si disputa nell’area occidentale, dove il governo di transizione fatica ad affermare la sua legittimità. Le tre squadre principali di ogni girone sono arrivate in Italia con la speranza di tornare a casa da vincitrici e di ricevere quindi un’accoglienza trionfale. “I dirigenti hanno scelto di giocare in Italia perché erano preoccupati per la sicurezza e anche perché nessuna delle squadre in lizza avrebbe accettato di disputare una partita in una delle due zone in cui è divisa la Libia”, spiega Tim Eaton, ricercatore della Chatham house, a proposito della decisione di spostare il torneo fuori del paese. “Chi può essere considerato un arbitro neutrale nel contesto libico?”.
Disputare la fase finale in Libia non sarebbe stato sicuro per i giocatori né per i tifosi. A maggio il girone che si svolge nella parte occidentale del paese era stato sospeso a causa dei violenti combattimenti scoppiati nella capitale Tripoli dopo che le forze legate al governo di transizione avevano ucciso uno dei più importanti leader di una milizia, Abdel Ghani al Kikli. L’uomo, conosciuto come Gheniwa, era anche il presidente onorario della squadra Al Ahli. L’attuale primo ministro libico Abdul Hamid Dbaibah, invece, è stato presidente dell’altra squadra, l’Al Ittihad.
Le tre squadre principali di ogni girone libico sono arrivate in Italia con la speranza di tornare a casa da vincitrici
“Diverse figure di primo piano della politica e della sicurezza hanno un legame forte con le squadre di calcio”, sottolinea Eaton. E anche se ha assunto il ruolo di arbitro neutrale, l’Italia non è riuscita a sfuggire ai contrasti politici che scuotono il campionato libico.
Esplodono le tensioni
In occasione del torneo dell’anno scorso, disputato sempre in Italia, il presidente della squadra vincitrice – uno dei figli di Khalifa Haftar, il dittatore che governa la Libia orientale – non aveva potuto essere presente alla premiazione organizzata in uno stadio di Roma perché l’Italia, come il resto dell’Unione europea, riconosce solo il governo di transizione di Dbaibah. Quando il figlio di Haftar aveva intimato ai suoi giocatori di lasciare la struttura era stata improvvisata una cerimonia nel parcheggio all’esterno dello stadio.
Quest’anno la tensione era più alta del solito, anche se le partite sono state giocate lontano dalla Libia e ogni squadra era autorizzata a portare solo venti ospiti allo stadio. Una partita del primo turno tra due squadre con lo stesso nome (Al Ahli) ma provenienti da due zone opposte della Libia si è conclusa improvvisamente quando una squadra è uscita dal campo rifiutandosi di rientrare in segno di protesta contro un fischio arbitrale. Ma questo non è nulla rispetto a quanto è successo una settimana dopo a Sesto San Giovanni, dov’è stato subito chiaro che sarebbe stata necessaria un’imponente operazione di polizia, inclusi gli agenti antisommossa. Alcuni tifosi delle due squadre hanno raggiunto la Lombardia da altre parti d’Italia, dalla Germania, dal Belgio e addirittura dalla Libia pur di seguire dall’esterno una partita considerata talmente rischiosa che nemmeno gli ospiti invitati sono potuti entrare nello stadio.
Mohammed al Hamdi, 41 anni, con la maglia verde e bianca dell’Al Ahli (la squadra che il 12 agosto ha vinto il campionato), è arrivato a Sesto San Giovanni la mattina della partita dopo aver preso due voli. Aveva poche speranze di salire sugli spalti, ma voleva comunque essere vicino all’evento. “Sono qui per sostenere la mia squadra”, ha spiegato Hamdi, padre di quattro figli.
Il numero di agenti fuori dello stadio è aumentato di pari passo con quello dei tifosi senza biglietto. All’inizio i sostenitori di entrambe le squadre si sono mescolati, condividendo la propria frustrazione per l’impossibilità di assistere alla partita. Poi, con l’avvicinarsi del calcio d’inizio, previsto per le 18.30, la tensione è esplosa. Alcuni tifosi rivali si sono picchiati con bastoni e cinture. Le forze dell’ordine sono intervenute. A un certo punto gli agenti hanno indossato caschi e scudi e hanno caricato un gruppo di tifosi dell’Al Ittihad. Anche all’interno dello stadio è stato necessario l’intervento della polizia: durante l’intervallo Ibrahim Dbaibah, figlio ventenne del primo ministro, è entrato sul terreno di gioco per sostenere la sua squadra, ma la sua presenza ha sortito l’effetto opposto: la sua squadra è stata sconfitta per 4-1 dopo un imbarazzante autogol del centrocampista Mohamed Zrida, che ha scavalcato il proprio portiere con un retropassaggio da più di trenta metri. Zrida si è lasciato cadere al suolo, incredulo, poi la situazione è degenerata: giocatori e componenti degli staff rivali si sono presi a pugni e calci, costringendo la polizia a intervenire.
Ahmed Sawan, un addetto alla sicurezza che parla arabo, ha avvertito uno dei due portieri al centro degli scontri che avrebbe rischiato l’arresto se non avesse lasciato il campo. Gli agenti hanno subito mostrato un paio di manette. Due bambini di dieci anni, raccattapalle della squadra locale, la Pro Sesto, si sono rifugiati nel bar dello stadio.
Mai visto nulla di simile
La partita è ripresa dopo un messaggio con cui Valentina Battistini, presidente del comitato regionale della Lega nazionale dilettanti, ha avvertito che l’incontro sarebbe stato sospeso definitivamente in caso di nuovi disordini. Nel frattempo il figlio del primo ministro e un diplomatico libico osservavano la scena con aria cupa. La partita si è conclusa con la polizia in assetto antisommossa sistemata davanti alla panchina della squadra vincitrice fino a quando i rivali hanno lasciato lo stadio. Mentre i vincitori festeggiavano davanti agli spalti vuoti, Sandro Stagni, 67 anni, che lavora allo stadio da quarant’anni, non riusciva a credere ai suoi occhi: “Non ho mai visto niente di simile in vita mia”, ha detto scuotendo la testa. “Capisco che si tratta di un derby, ma questo è troppo”.
Davanti ai cancelli circa cento tifosi, trattenuti dalla polizia, incitavano la loro squadra a salire sul pullman. In prima fila c’era Al Hamdi, con un sorriso smagliante e senza alcun segno di fatica dopo il lungo viaggio. Aveva visto la partita sul cellulare, fuori dello stadio. “Sono felicissimo”, ha detto mostrando quattro dita della mano sinistra e un dito della destra, per sottolineare il punteggio finale. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati