Com’è stato cordiale l’incontro del 18 agosto tra Donald Trump, Volodymyr Zelenskyj e gli alleati europei! Il presidente degli Stati Uniti si è complimentato con il collega ucraino per l’abbigliamento e con il cancelliere tedesco Friedrich Merz per la “splendida abbronzatura”. Poi si è rivolto al presidente finlandese Alexander Stubb esclamando: “Ti vedo più in forma che mai!”. Tutti i partecipanti, a cominciare da Zelenskyj, hanno riso rumorosamente alle battute di Trump, sforzandosi di mostrarsi in sintonia con lui.
Ma in questo festival di simpatia e adulazione reciproca è mancato un piccolo dettaglio: un confronto concreto sui punti negoziali che il leader russo Vladimir Putin potrebbe essere disposto ad accettare. Uno dei nodi ignorati riguarda la possibilità che Zelenskyj acconsenta a cedere ulteriori territori nel Donbass e a riconoscere la sovranità della Russia sulle regioni occupate da Mosca dal 2014, in tutto o in parte. Qualsiasi proposta a cui Zelenskyj avrebbe potuto rispondere con un netto “non se ne parla nemmeno!” è stata accuratamente evitata. L’impressione è che Trump abbia voluto insistere sui punti condivisi, tacere su quelli più problematici e non correre rischi. Tutti concordano sul fatto che questo approccio sia di gran lunga preferibile a quello adottato dal presidente nell’incontro con Zelenskyj dello scorso febbraio, quando il leader ucraino è stato umiliato, insultato e poi messo alla porta. Sotto questo aspetto, che non è secondario, i rapporti sono nettamente migliorati. Certo, a differenza di Putin, Zelenskyj non è stato accolto con il tappeto rosso e non è stato invitato a bordo della limousine presidenziale di Trump, ma ha comunque ricevuto un benvenuto caloroso e parole di elogio per aver deciso di indossare un abito elegante (a febbraio era vestito con felpa militare e pantaloni neri).
Il nodo della sicurezza
Chi sperava che l’incontro di Washington si rivelasse decisivo è rimasto deluso. Trump ha messo in chiaro ripetutamente che solo lui e Putin potranno prendere le decisioni davvero importanti nel processo di pace. Ai leader europei spetterà un ruolo secondario. Il presidente statunitense ha rivelato agli ospiti europei di aver parlato con Putin poco prima dell’incontro, e li ha informati che l’avrebbe chiamato nuovamente non appena se ne fossero andati. Trump è sembrato molto a suo agio come maestro di cerimonie: ha trattato gli europei come un amministratore delegato tratta il consiglio d’amministrazione prima di avviare un negoziato con un’azienda rivale.
Comunque sia, dall’incontro è arrivato un segnale chiaro su quale sarà il tema decisivo nei negoziati per mettere fine alla guerra: le garanzie di sicurezza offerte all’Ucraina dagli alleati occidentali. Parlando alla stampa al termine del vertice con Trump del 15 agosto in Alaska, Putin aveva sottolineato di essere “pronto a lavorare” sulla questione. In seguito Trump aveva riferito ai leader europei che Putin aveva “accettato” la concessione di garanzie a Kiev. Poco più tardi dalla Casa Bianca era filtrata un’indiscrezione secondo cui anche Washington sarebbe stata pronta a percorrere questa strada.
Nella riunione di Washington Giorgia Meloni ha spinto per arrivare a una definizione chiara della natura di queste garanzie, suggerendo di modellarle sull’articolo 5 della Nato, che invita i paesi dell’alleanza (ma non li obbliga: questo è un punto cruciale) a considerare un attacco a uno di loro come un attacco a tutti gli altri. Il primo ministro britannico Keir Starmer ha aggiunto che “in ballo non c’è solo la sicurezza dell’Ucraina, ma anche quella dell’Europa e del Regno Unito”.
Nelle loro apparizioni in tv sia il segretario di stato statunitense Marco Rubio sia l’inviato speciale di Trump in Russia Steve Witkoff hanno sottolineato che un’intesa sulla sicurezza di Kiev sarebbe un grande passo avanti. Nella trattativa avviata tra Russia e Ucraina a Istanbul nell’aprile 2022 erano state discusse alcune bozze di accordo che comprendevano clausole dettagliate sulla portata e la natura delle garanzie di sicurezza occidentali al di fuori del quadro della Nato. Ma quei colloqui erano stati abbandonati e si era preferito puntare su una vittoria ucraina sul campo.
È importante ricordare, però, che all’epoca i russi avevano avanzato la paradossale pretesa di essere inclusi tra i futuri garanti della sicurezza dell’Ucraina, come era successo con il fallimentare memorandum di Budapest del 1994, e di avere diritto di veto su qualsiasi intervento internazionale. Ovviamente accettare questo diktat avrebbe cancellato ogni prospettiva di sicurezza per l’Ucraina. Oggi bisogna capire se Putin insisterà con quella richiesta assurda e sufficiente da sola a far saltare qualsiasi ipotesi di accordo. Più probabilmente, il Cremlino suggerirà che tra i futuri garanti dell’Ucraina ci sia la Cina, uno sviluppo che darebbe una serie di grattacapi agli alleati di Kiev.
◆Il 15 agosto ad Anchorage, in Alaska, il presidente russo Vladimir Putin e quello statunitense Donald Trump si sono incontrati in un vertice bilaterale per discutere di una soluzione alla guerra in Ucraina. Putin (che dal 2023 è ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, in particolare per il trasferimento illegale di bambini ucraini in Russia) è stato accolto con tutti gli onori protocollari. Il colloquio è durato diverse ore, ma non ha prodotto progressi sostanziali. Dopo l’incontro sono trapelate le richieste russe: per fermare le ostilità Mosca pretende il controllo integrale di tutto il territorio delle regioni di Donetsk e Luhansk, che oggi occupa parzialmente. In cambio accetterebbe il congelamento della linea del fronte nelle regioni di Cherson e Zaporižžja.
Il 18 agosto Trump ha ricevuto a Washington il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj e altri leader internazionali: il presidente francese Emmanuel Macron e quello finlandese Alexander Stubb, la presidente del consiglio italiana Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il premier britannico Keir Starmer, il segretario generale della Nato Mark Rutte e la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen. Nel vertice si è discusso delle garanzie di sicurezza e degli aiuti all’Ucraina, di un possibile cessate il fuoco e delle richieste territoriali avanzate dal Cremlino. Trump ha anche annunciato di aver avviato contatti con Putin per organizzare un incontro con Zelenskyj, che si è detto disponibile a negoziare direttamente con il leader russo le questioni territoriali. Tuttavia poco dopo Trump ha escluso l’invio di truppe statunitensi in Ucraina per garantire la sicurezza del paese, aprendo invece alla possibilità di fornire a Kiev un sostegno aereo.
Nei giorni del vertice, tra il 18 e il 20 agosto, l’esercito russo ha lanciato attacchi con droni e missili contro le città di Charkiv, Zaporižžja, Kremenčuk e Sumy, uccidendo almeno quindici persone. Bbc, Kyiv Independent
In generale i partecipanti al vertice di Washington possono essere moderatamente soddisfatti. Non c’è stata nessuna svolta, certo, ma l’incontro non è stato nemmeno un disastro. Fatto non trascurabile, Trump ha evitato di accusare gli europei di essere dei “parassiti” che approfittano del budget militare statunitense, di non aver fatto la loro parte nell’armare l’Ucraina e di non aver saputo fermare la guerra quando avrebbero potuto: tutte tesi che aveva ripetuto spesso in campagna elettorale. Inoltre non si è mai opposto alle argomentazioni degli europei, nemmeno quando il leader francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Merz hanno riproposto l’ipotesi di concordare un cessate il fuoco prima dell’ultima fase dei colloqui di pace. Trump aveva già scartato questa possibilità ad Anchorage, quando aveva accettato le scadenze proposte da Putin. Stavolta, però, ha avuto il tatto di non farlo presente agli ospiti.
Da parte loro, gli europei hanno evitato di accusare Trump di aver abbandonato l’Ucraina, tagliando finanziamenti e aiuti militari, di aver svenduto gli interessi dell’Ucraina o di aver accolto con tutti gli onori un criminale di guerra. In poche parole, tutti i presenti, Trump incluso, si sono comportati con la massima gentilezza.
◆ “L’Ucraina cerca da tempo una soluzione negoziata alla guerra cominciata dalla Russia nel 2014 (con l’annessione della Crimea e l’occupazione del Donbass) e arrivata ormai al suo dodicesimo anno. Ma i colloqui sono sempre collassati sotto il peso degli ultimatum del Cremlino e delle sue richieste massimaliste”, scrive il sito ucraino Kyiv Independent. “Il presidente Zelenskyj chiede da tempo un incontro senza condizioni con il leader russo Vladimir Putin, affermando che questo potrebbe contribuire a mettere fine alla guerra. Un incontro diretto con Putin potrebbe anche servire a Zelenskyj per dimostrare al mondo che il Cremlino non ha nessun interesse ad avviare negoziati seri, dettaglio reso già evidente dalle dichiarazioni e dalle richieste russe. Al momento nessuno può aspettarsi grandi progressi da un eventuale vertice russo-ucraino. Le due parti sono troppo distanti perché possano svolgersi dei veri colloqui di pace”.
“Nel contesto globale l’aggressione contro l’Ucraina in fondo non è una questione di importanza capitale. E, per inciso, la sicurezza della Lituania è un tema ancora meno rilevante”, commenta il sito d’informazione lituano Delfi. “Tutti i processi di pace che sono stati indetti nell’ultimo secolo e mezzo – cioè da quando esistono i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa – si sono svolti in un clima di stanchezza, delusione, insofferenza e repulsione, tra accuse di tradimento e arrendevolezza scambiate tra alleati. Non c’è mai stato un processo di pace accompagnato da gioia ed entusiasmo. Anche stavolta per evitare di rimanere delusi bisognerà abbassare radicalmente le aspettative”.
Ma questa gentilezza rispecchia davvero l’unità dei paesi occidentali? La verità è che a Washington non ci sono state tensioni semplicemente perché nessuno ha sollevato le questioni più spinose, quelle che impediscono di arrivare alla pace: la cessione di territori, i diritti dei russofoni e la legalizzazione dei partiti e delle emittenti tv filorusse in Ucraina, il ritorno dei bambini ucraini deportati in Russia, gli indennizzi, la cancellazione delle sanzioni contro Mosca e delle misure imposte da Zelenskyj contro diversi avversari politici e la convocazione di elezioni in Ucraina.
Trump ha dichiarato di voler organizzare un incontro trilaterale con Putin e Zelenskyj. Sarà un compito difficile, tenendo conto, tra le altre cose, che Putin ha dichiarato di non considerare Zelenskyj un interlocutore legittimo e che Zelenskyj ha fatto approvare una legge per vietare qualsiasi trattativa con il regime di Putin. Se davvero l’incontro si farà, di sicuro le questioni più delicate salteranno fuori subito e nessuno si comporterà con la massima gentilezza. ◆ as
Owen Matthews è un giornalista e scrittore britannico di origine ucraina. Sulla guerra in corso ha scritto Overreach. The inside story of Putin’s war against Ukraine (Mudlark 2022).
Quando ho visto le immagini dei tavoli apparecchiati per il pranzo ufficiale tra la delegazione russa e quella statunitense durante il vertice del 15 agosto in Alaska – pranzo che poi non c’è stato – ho fatto attenzione ai segnaposto. Dove avrebbe dovuto sedere il presidente Putin era scritto: “S.E. Putin”. Poi il tappeto rosso, l’incontro personale con Donald Trump, le strette di mano, i sorrisi, il viaggio dei due leader sulla stessa auto. E quel “S.E. Putin”: sua eccellenza Putin. Eh sì, il mondo sta cambiando: sta uscendo dalle tenebre liberali per tornare a una realtà in cui la Russia occupa il posto che le spetta.
Non è da buoni cristiani ammetterlo, ma è stato bello veder crollare rovinosamente le illusioni dei liberali di ogni sorta, compresa la cosiddetta intellighenzia russa fuggita all’estero. Si è finalmente sgretolato quel piccolo mondo che esisteva solo nei cervelli marciti delle loro teste non lavate, in cui il presidente russo, isolato dal resto del mondo, era un criminale di guerra, un dittatore e un aggressore. Che fosse un’idiozia in piena regola era perfettamente chiaro a tutte le persone di buon senso. Ora il presidente del paese più potente del mondo (oggettivamente, ahimè), il “faro” – perdonatemi – della “democrazia”, lo ha detto chiaramente: Putin è un suo pari, un amico.
Come previsto, il tema principale del vertice è stata la tregua tra Russia e Stati Uniti. A giudicare dai commenti positivi dei leader dei due paesi, c’è accordo su molti temi. Quali esattamente, si capirà più avanti. In tutto il mondo, anche negli Stati Uniti, in troppi vorrebbero fermare la normalizzazione dei rapporti. Ma Putin si è detto d’accordo con Trump su un punto importante: la guerra in Ucraina non sarebbe scoppiata con Trump alla presidenza. Vale a dire: con l’attuale amministrazione statunitense si può lavorare, mentre i liberal-globalisti di Joe Biden erano l’orrore assoluto. Insomma, il vertice in Alaska è stata una grande vittoria per la diplomazia russa. Dmitrij Popov, Moskovskij Komsomolets, Russia
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati