Per il presidente statunitense Donald Trump il messaggio che arrivava dalla mappa dell’Ucraina piazzata su un cavalletto nello studio ovale, durante il vertice del 18 agosto con il leader ucraino Volodymyr Zelenskyj, era chiaro. La Russia ha conquistato un’ampia area di una regione conosciuta come Donbass. Il territorio è perso. Se non vuole perdere altri pezzi del paese, Kiev deve accettare un accordo.

Per Zelenskyj, invece, quella mappa nascondeva qualcosa di più complesso: una questione personale. Lontano dalle telecamere il leader ucraino ha raccontato a Trump che nella seconda guerra mondiale suo nonno combatté per liberare il Donbass dai nazisti. Rinunciare a quel territorio, per lui, è fuori discussione.

Il 20 agosto, poche ore dopo essere rientrato a Kiev, Zelenskyj ha ribadito il concetto, ricordando che “molte famiglie ucraine” hanno combattuto per la liberazione del Donbass: “In tanti sono morti o sono rimasti feriti. È una pagina dolorosa della nostra storia. La faccenda non è semplice come potrebbe apparire”. Al momento non è chiaro quali saranno i risultati della frenetica attività diplomatica messa in moto da Trump per porre fine alla guerra in Ucraina. Una cosa è certa: il Donbass – un territorio minerario che occupa buona parte delle regioni di Donetsk e Luhansk – sarà al centro delle trattative.

Decine di migliaia di soldati di entrambi gli schieramenti sono morti nella guerra di attrito che va avanti da anni in questa regione, di cui oggi la Russia cerca di conquistare gli ultimi 6.500 chilometri quadrati ancora controllati dagli ucraini. Il presidente russo Vladimir Putin pretende che Kiev ceda le zone sotto la sua sovranità, dove vivono più di 200mila ucraini, in città come Kramatorsk e Slovjansk, le stesse per cui morì il nonno di Zelenskyj.

Dal 2014 Putin usa il Donbass per fare pressione sul governo ucraino. Prima dell’invasione del 2022 ha sostenuto e manovrato le rivolte degli indipendentisti per indebolire Kiev e sabotare i suoi tentativi di entrare in organizzazioni occidentali come la Nato. Oggi Putin non vuole solo impadronirsi di tutto il Donbass, ma anche usarlo per far fuori politicamente Zelenskyj. Stando ai sondaggi la maggior parte degli ucraini è ancora contraria a qualsiasi cessione di territori alla Russia, proibita anche dalla costituzione di Kiev. Zelenskyj, dunque, è davanti a un bivio: accettare un compromesso estremamente impopolare o rischiare l’ira di Trump?

“È un boccone amaro”, spiega Vadym Prystajko, ex ministro degli esteri ucraino. “E Kiev dovrà ingoiarlo per forza. Poi si vedrà se riuscirà a digerirlo”.

Finora Zelenskyj ha evitato le domande dei giornalisti sul tema, spiegando che affronterà l’argomento direttamente con Putin, il quale però non ha ancora acconsentito a incontrarlo. Secondo gli analisti e i funzionari ucraini l’unico modo per far accettare una cessione di territori alla popolazione sarebbe ottenere in cambio dagli Stati Uniti delle solide garanzie di sicurezza: un obiettivo molto complicato, considerato che Trump ha escluso l’ingresso di Kiev nella Nato.

Un accordo sulla sicurezza in grado di scoraggiare futuri attacchi russi potrebbe prevedere, per esempio, lo schieramento in Ucraina di truppe europee con il supporto aereo statunitense.

Anche Balazs Jarabik, ex consulente dell’Unione europea a Kiev, ritiene che a questo punto l’Ucraina potrebbe accettare la cessione di territori “in cambio di un accordo di pace che preveda garanzie di sicurezza occidentali. Se l’unico modo per ottenerle è rinunciare al Donbass, credo che Kiev sarà disposta ad accettarlo”.

Ultime notizie

◆ Tra il 22 e il 27 agosto 2025 l’esercito russo ha lanciato più di mille droni e decine di missili sulle città ucraine, uccidendo almeno dieci persone e ferendone più di novanta. Prosegue anche l’offensiva di terra delle forze di Mosca, che hanno conquistato due villaggi nell’area di Donetsk e sono penetrati nella regione di Dnipropetrovsk. Il 24 agosto l’Ucraina ha celebrato la giornata dell’indipendenza, che ha ottenuto dall’Unione Sovietica nel 1991. Il 22 agosto l’esercito di Kiev ha attaccato l’oleodotto Družba, che trasporta greggio in Ungheria e Slovacchia. Secondo Mosca, negli attacchi sono morte sei persone. Bbc


Scambi di territori

Trump ha presentato queste concessioni come “scambi di territori”, suggerendo che la Russia, che controlla il 20 per cento dell’Ucraina, possa restituire alcune piccole aree occupate nel nordest del paese. “Trump crede che gli scambi sarebbero vantaggiosi per l’Ucraina, anche perché è convinto che il Donbass stia per cadere”, dice l’analista ucraino Maksym Skryp­čen­ko. Poi però fa notare che gli ucraini non sono d’accordo, perché rinunciare a tutto il Donbass significherebbe cedere città e fortificazioni che potrebbero servire a Mosca per preparare un nuovo attacco.

In passato il Donbass è stato spesso considerato una regione arretrata e filorussa, anche perché la maggior parte dei suoi 6,7 milioni di abitanti parlava solo russo. Alle presidenziali del 2010 il 90 per cento degli elettori votò per il candidato filorusso Viktor Janukovyč.

All’inizio del 2014, quando le proteste filooccidentali di Euromaidan hanno costretto Janukovyč alla fuga, la Russia ha reagito annettendo la Crimea e alimentando le proteste dei separatisti dell’est del paese, che con il sostegno di Mosca hanno conquistato un terzo del Donbass, in un conflitto a bassa intensità poi sfociato nell’attuale guerra.

Dopo un cessate il fuoco deciso all’inizio del 2015 in Bielorussia, l’Ucraina ha valutato la possibilità di concedere autonomia di governo ad alcune aree del Donbass. Da parte sua Putin pretendeva che la regione avesse addirittura il diritto di veto sulle decisioni di Kiev, a partire dal progetto dell’ingresso nella Nato. “L’obiettivo era trasformare l’Ucraina in un paese a sovranità limitata, soprattutto in politica estera”, dice Harry Nedelcu dello studio di consulenza Rasmussen global.

Nel 2019, con le trattative che si trascinavano ormai da tempo, l’esordiente politico Volodymyr Zelenskyj si è candidato alla presidenza dell’Ucraina promettendo la pace con la Russia. Dopo la vittoria elettorale Zelenskyj era ancora aperto a un compromesso e pronto a concedere uno “statuto speciale” al Donbass. Pensava di poter trovare un accordo con Putin in occasione del vertice di Parigi del dicembre 2019. Tuttavia buona parte dell’establish­ment era contraria a fare concessioni. “A quel punto un’intesa sembrava possibile”, dice Ihor Novikov, all’epoca consulente presidenziale. “Ma a Parigi Zelenskyj è stato il primo a capire che non si possono fare accordi con Mosca. Così ha invertito la rotta, facendo imbestialire Putin”.

In seguito, il 24 febbraio 2022, la Russia ha invaso l’Ucraina. Sconvolto dall’attacco, a quanto pare Zelenskyj ha ipotizzato di nuovo di concedere l’autonomia al sudest del paese. “Possiamo ancora discutere e trovare un compromesso”, ha detto una settimana dopo l’invasione.

Ma quando le truppe ucraine sono riuscite a riconquistare ampie aree occupate dai soldati russi e sono venuti a galla i massacri di civili ucraini compiuti dall’esercito di Mosca, Zelenskyj ha cambiato di nuovo posizione, puntando sulla riconquista del Donbass, comprese le aree che la Russia controllava dal 2014.

Jarabik sottolinea che in seguito l’esercito ucraino ha preso le distanze da quell’obiettivo (simboleggiato dalla sanguinosa battaglia per il controllo di Bachmut) e ha cominciato a ritirarsi lentamente dopo battaglie che provocavano un gran numero di perdite tra i russi. In sostanza Kiev stava “cedendo territori in cambio di morti russi”.

Nell’autunno del 2024, mentre l’esercito di Mosca continuava la sua faticosa avanzata, Zelenskyj ha parlato della possibilità di cedere temporaneamente i territori occupati dalla Russia in cambio della garanzia di un’adesione alla Nato. Una proposta subito rifiutata da Trump.

Nei giorni scorsi Zelenskyj ha ottenuto una piccola vittoria quando Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti parteciperanno alle garanzie di sicurezza per Kiev. I dettagli del piano, però, sono tutti da definire.

Resta da capire se la Russia accetterà. L’Ucraina vuole una protezione paragonabile a quella offerta dalla Nato ai paesi che ne fanno parte. Ma perché oggi Putin dovrebbe accettare una soluzione simile, considerato che nel 2014 scatenò la guerra del Donbass proprio per evitare che l’Ucraina si avvicinasse all’occidente? “In pratica siamo al punto di partenza”, dice Nedelcu. Se nessuno riuscirà a imporre un cambio di rotta a Putin, nei prossimi colloqui “non ci saranno novità. Anzi, lo scontro potrebbe perfino inasprirsi”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati