Nel 1978, Milo Manara, dando il via alle (non) avventure di Giuseppe Bergman, realizza un romanzo a fumetti, il primo su testi propri che, se conserva l’afflato e la suggestione delle grandi narrazioni – di cui François Lyotard, figura centrale del pensiero sul postmoderno, aveva decretato la crisi epocale – ne è al contempo la continua demistificazione e destrutturazione in chiave derisoria, postmoderna. E già totalmente attraversato dal cosiddetto “riflusso”, dal disimpegno degli incombenti anni ottanta. Figlio del movimento del ’77, Bergman riceve la proposta da un fantomatico produttore di uscire dal grigiore del quotidiano e partire per “la grande avventura” di una volta. Al giovane, per aiutarlo, è assegnato un mentore, H.P., che ha le iniziali e le fattezze di Hugo Pratt. Versione tra il borgesiano e l’ironico del creatore di Corto Maltese, H.P. aiuta Bergman a sabotare dall’interno il progetto del produttore, rappresentazione gioiosamente stereotipata e iconica del capitalista, spingendolo a capire il senso dell’avventura, che può essere in ogni luogo e in ogni dove, anche il più banale, e mediante questo (non) romanzo postmoderno può aiutare le masse a liberarsi e autodeterminarsi, a imparare a fare tutt’uno tra avventura “letta o vissuta”. Quindi l’avventura di una vita autonoma. Un rilancio giocoso dell’utopia mediante una grande narrazione che si afferma. Malgrado tutto.

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Questo articolo è uscito sul numero 1629 di Internazionale, a pagina 83. Compra questo numero | Abbonati