Stefano Faravelli è “navigatore, pittore e autore di vari carnet de voyage esposti in tutto il mondo”. Tra cui questo, dal sapore antico come il viaggio che racconta. Opera rara sulla memoria, ha come segnalibro la riproduzione di un’unghia di pinguino attaccata a un filo: quella originale, andata perduta nella navigazione, genera il colpo di scena finale che è una forma di rivelazione, di unione cosmica che parte dal dettaglio, dal particolare più infimo. Perché, scrive Faravelli, “ogni frammento è naufrago: in quanto separato da un tutto e abbandonato al suo destino”. Dal particolare al tutto, in un viaggio quasi immobile, dove un “pezzetto di Patagonia è divenuto tutta la Patagonia”, perché l’autore e la sua squadra dopo la partenza dal capoluogo Ushuaia sono rimasti bloccati nell’isola sconosciuta di Navarino, “frammento di Ande gettato nel mare australe”. Profondamente ispirato e raffinato nel rappresentare porti, relitti di naufragi caduti nell’oblio e paesaggi rarefatti, Faravelli, malgrado la maniacalità zoologica e botanica, riesce a trasportarci verso qualcosa di misterioso, metafisico, spirituale, fino all’incontro con l’ultima donna yaghan che parla quella lingua. Esseri infimi per Darwin o per il capitano Cook, di cui Faravelli rivela invece la complessità linguistica e insieme simbolica. E con il popolo selkman della Terra del Fuoco l’autore raggiunge il suo massimo: pagine che sarebbero piaciute ai surrealisti.

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 83. Compra questo numero | Abbonati