L’aeroporto internazionale di Alexandria, in Louisiana, ha l’aspetto di un piccolo scalo commerciale, con un negozio che vende caffè e merendine e finestroni affacciati sulle piste, da cui ogni giorno decollano e atterrano una decina di voli gestiti dall’American Airlines e dalla Delta. Ma a poche centinaia di metri dagli imbarchi c’è un’altra pista, molto più trafficata. È qui che Badar Khan Suri è atterrato in un pomeriggio di marzo. Quel giorno Suri, cittadino indiano di 41 anni con un visto per ricerca all’università di Georgetown, a Washington, è sceso da un aereo con manette ai polsi e alle caviglie, e poi è stato portato all’Alexandria staging facility, un centro di detenzione di settemila metri quadrati.

Il dipartimento di stato voleva espellere Suri, sostenendo che la sua presenza negli Stati Uniti metteva in pericolo “la politica estera del paese”. La moglie di Suri, palestinese-statunitense, aveva attirato l’attenzione dei sostenitori di Israele per aver pubblicato online commenti critici verso lo stato ebraico, oltre che a causa del ruolo avuto in passato dal padre nel governo di Gaza. Così Suri è diventato uno dei tanti stranieri arrestati nel giro di vite contro l’immigrazione imposto dall’amministrazione Trump. In questo piano nessun aeroporto è più importante di quello di Alexandria.

Dall’inizio del secondo mandato di Trump più di 21mila persone arrestate dagli agenti dell’Immigration and customs enforcement (Ice) sono passate dal centro di detenzione di Alexandria. L’aeroporto è il primo del paese per numero di voli di rimpatrio gestiti dall’Ice, come conferma una banca dati curata da Tom Cartwright, attivista per i diritti dei rifugiati e dei migranti che fa parte dell’organizzazione Witness at the border. Nel raggio di 160 chilometri intorno da Alexandria ci sono altri otto centri simili. Inoltre la Louisiana conta il numero più alto di detenuti dopo il Texas. Queste condizioni lo hanno trasformato nell’asse più trafficato della macchina di espulsioni che l’amministrazione Trump sta cercando velocemente di costruire.

Il sistema di detenzione dei migranti dello stato si è sviluppato a partire dagli anni ottanta, sotto la spinta di presidenti determinati ad arrestare ed espellere persone senza documenti. Tuttavia, le sue dimensioni sono cresciute in modo esponenziale quando Trump è entrato alla Casa Bianca per la prima volta, nel 2017, e molte prigioni sono state riconvertite in centri di detenzione dell’Ice. Trump ha immediatamente riattivato il sistema quando è tornato al potere, nel gennaio 2025, e da allora lo ha spinto al massimo.

Nessuna protesta

L’aeroporto di Alexandria e i centri di detenzione che lo circondano dimostrano cosa intendesse Todd Lyons, direttore dell’Ice, quando ha detto di voler trasformare l’agenzia in un colosso logistico come Amazon o FedEx, “ma per gli esseri umani”. L’idea che il governo dovrebbe funzionare come un’impresa di spedizioni non è nuova. Da anni l’Ice collabora con esperti del settore privato e con aziende che gestiscono prigioni. La novità è che oggi le operazioni logistiche sono al centro di questo approccio imprenditoriale alla detenzione e agli allontanamenti.

Lyons non è il primo funzionario dell’Ice a considerare la FedEx un modello per le espulsioni degli immigrati. Più di dieci anni fa, quando il centro di detenzione dell’aeroporto non era ancora stato costruito, l’ufficio dell’Ice di New Orleans usava già una serie di tecniche prese in prestito dalla multinazionale, a cominciare dall’hub-and-spoke, in cui i pacchi transitano dalla struttura centrale di Memphis per essere organizzati e smistati. Ricalcando questo sistema, le persone arrestate dall’Ice in Louisiana o in uno degli stati vicini venivano portate in una struttura centrale per poi essere trasferite in una struttura della regione che avesse spazio.

Molte persone fermate vivono negli Stati Uniti da anni e non hanno precedenti penali

Ma l’ultima fase del processo, quella che prevede i voli di rimpatrio, rimaneva costosa e complicata. Un funzionario dell’Ice racconta che il piano per risolvere il problema è stato abbozzato su un tovagliolo di un ristorante. La base dell’aeronautica di Alexandria era stata chiusa nel 1992, e il governo statale stava cercando di capire come usare la struttura. Così i funzionari dell’Ice hanno pensato di costruire un centro di detenzione direttamente sulle piste, da dove sarebbe stato più facile caricare i migranti sui voli.

Nel 2014 ha aperto l’Alexandria staging facility, gestita dall’impresa Geo Group. All’inaugurazione c’erano bande musicali e decine di politici, compresa Mary Landrieu, senatrice democratica della Louisiana. Con i suoi quattrocento posti letto a ridosso della pista d’atterraggio, la struttura, dedicata a ospitare i migranti per 72 ore, è unica nel suo genere, motivo d’orgoglio dei funzionari dell’Ice e degli amministratori locali. “Immaginate questo posto come se fosse un hub: gli agenti prelevano i migranti, li portano qui e poi li smistano”, spiega Ralph Hennessy, direttore esecutivo dell’organizzazione che gestisce l’ex struttura dell’aeronautica. In un’intervista recente, Hennessy ha ammesso di capire le polemiche sulle attività dell’Ice, ma ha detto che l’agenzia sta semplicemente applicando la legge: “Da qualche parte si doveva pur fare”.

La Louisiana mette dietro le sbarre più persone di quasi tutti gli altri stati del paese. A differenza di quello che succede altrove, qui la maggior parte dei detenuti si trova in prigioni locali, con lo stato che versa agli sceriffi una tariffa giornaliera per detenuto. Questo sistema può essere molto redditizio, ma gestire le strutture è complicato. Negli anni novanta e duemila, mentre la popolazione carceraria continuava a crescere, alcuni sceriffi hanno cominciato ad affidare i detenuti ad aziende come la Geo Group e la LaSalle Corrections. Nel 2017 il governatore John Bel Edwards, del Partito democratico, è riuscito a far approvare una legge per ridimensionare la popolazione carceraria, e nei cinque anni successivi il numero di detenuti si è ridotto notevolmente.

Nel frattempo l’amministrazione Trump stava espandendo le operazioni per arrestare gli immigrati irregolari, quindi c’era bisogno di posti nelle strutture delll’Ice. Le aziende che gestivano le prigioni della Louisiana, colpite dalla riduzione dei contratti con il sistema carcerario statale, hanno colto l’opportunità. Mentre altrove il giro di vite contro l’immigrazione provocava discussioni e proteste, in Louisiana nessuno si sarebbe lamentato.

Per i prezzi contenuti degli alloggi e della forza lavoro, ospitare un detenuto dell’Ice nello stato costa molto meno che in altre zone del paese. Inoltre il più alto tribunale locale – la corte federale d’appello di New Orleans – è particolarmente vicino alle posizioni di Trump, mentre la politica statale (controllata dal Partito repubblicano) non ha fatto resistenze alle iniziative dell’Ice. Nelle aree rurali in cui si trovano i centri di detenzione, i politici locali di entrambi i partiti hanno accolto con favore la creazione di nuovi posti di lavoro. Intanto gli avvocati degli immigrati sono costretti a guidare per ore per incontrare i loro clienti in strutture che si trovano in posti remoti. Tra il 2016 e il 2020, mentre le prigioni locali venivano convertite in centri di detenzione federali, il numero di posti letto per i detenuti dell’Ice in Louisiana è più che triplicato, senza che servisse costruire nuove strutture.

Soldi e lavoro per le città

Tra le carceri che hanno vissuto questa trasformazione c’è il Richwood correctional center, amministrato dalla LaSalle Corrections, 150 chilometri a nord dell’aeroporto di Alexandria. Richwood, che un tempo era una fiorente comunità agricola, oggi conta 3.800 abitanti, di cui molti anziani. In passato i penitenziari statali garantivano posti di lavoro, ma la comunità è stata anche segnata da fatti violenti. Nel 2015 un detenuto è stato ucciso da un altro carcerato, che poi è morto a causa dei pestaggi degli agenti. Nel 2019 due supervisori sono stati accusati di aver protetto un gruppo di guardie che spruzzavano spray al peperoncino sul volto dei detenuti disposti in fila e ammanettati. Nello stesso anno, la LaSalle ha ottenuto un contratto per occuparsi di 677 immigrati detenuti. Pochi mesi dopo un cittadino cubano si è suicidato mentre era in isolamento.

Il sindaco di Richwood è Gerald Brown, del Partito democratico. Brown dice di capire le preoccupazioni legate al centro di detenzione, ma sottolinea che il rapporto tra la comunità e gli amministratori della struttura è migliorato dopo che è stata convertita in un centro dell’Ice. Oggi quegli amministratori partecipano alle parate locali e invitano spesso Brown. I dipendenti del centro hanno uno stipendio molto più alto rispetto al passato, aggiunge il sindaco. E i soldi che la La Salle Corrections versa al comune per gestire il carcere sono triplicati, raggiungendo il mezzo milione di dollari all’anno, quasi un terzo del bilancio di Richwood.

Rimpatrio volontario

Nella struttura, che si trova in un bosco oltre un quartiere di case popolari, quasi 1.200 detenuti provenienti da tutto il mondo aspettano in un limbo. “Quando sono arrivata eravamo in cinquanta, ma poi ogni giorno si sono aggiunte tante altre persone”, racconta Adriana Mata Sánchez, 44 anni, che è rimasta lì per più di tre mesi. Entrata illegalmente negli Stati Uniti dal Messico nel 2001, spiega che a Rich­wood dormivano in letti a castello tripli, senza nemmeno lo spazio per sedersi. Le luci venivano spente a mezzanotte e riaccese quattro ore dopo, quando i secondini urlavano ordinando alle donne di alzarsi.

Nelle celle c’erano ragazze, madri e donne anziane. Almeno una era incinta. Alcune erano lì da settimane, altre da mesi. Lei era tra quelle che venivano pagate un dollaro al giorno per pulire i bagni e lavorare in cucina. Una haitiana con cui aveva fatto amicizia è morta tempo dopo in un centro di detenzione della Florida.

Nata in Messico, Mata Sánchez ha vissuto vicino a Fort Worth, in Texas, per più di vent’anni, lavorando negli stabilimenti per il confezionamento della carne e crescendo i figli. A febbraio è stata fermata dalla polizia mentre viaggiava in Mississippi diretta in Georgia. La polizia l’ha consegnata all’Ice, che l’ha trasferita a Rich­wood.

Da sapere

◆ Secondo il Wall Street Journal, sotto l’amministrazione Trump i trasferimenti di detenuti tra i vari centri dell’Immigration and customs enforcement (Ice) sono più che raddoppiati rispetto a quando c’era Joe Biden al governo. Solo nel luglio 2025 i voli interni sono stati 727. La Casa Bianca sostiene che gli spostamenti sono necessari a causa del sovraffollamento nei centri di detenzione. Secondo avvocati e attivisti, invece, l’obiettivo del governo è ostacolare la difesa legale dei detenuti. Per il Washington Post, Trump vuole spendere 45 miliardi di dollari per raddoppiare la capacità dei centri dell’Ice, da 50mila a 107mila posti, entro gennaio 2026.


Come molte altre persone detenute in Louisiana, Mata Sánchez è stata arrestata lontano dal confine meridionale. Un tempo nei centri di detenzione finivano soprattutto richiedenti asilo fermati mentre cercavano di passare la frontiera, ma vista la riduzione dei flussi al confine, registrata già durante l’ultima fase della presidenza di Joe Biden, l’amministrazione Trump ha cominciato ad arrestare i migranti in tutto il paese. Molti di loro vivono negli Stati Uniti da anni e non hanno precedenti penali. Alcuni sono stati incarcerati per infrazioni stradali, altri per non aver rispettato le scadenze nella consegna di documenti. In alcuni casi, come quello di Suri, la motivazione sembra politica. Molti sono stati arrestati in città come Filadelfia e New York e nel giro di pochi giorni si sono ritrovati nella Louisiana rurale dietro recinzioni di filo spinato.

Gli avvocati hanno criticato le condizioni in cui vivono i detenuti, tra scarsa assistenza sanitaria, uso indiscriminato dell’isolamento e abusi. In un rapporto governativo del 2023, il centro di detenzione di Richwood è citato per la scarsa pulizia e l’assistenza sanitaria carente. Il numero di persone rinchiuse nel centro è aumentato del 50 per cento da febbraio. Oggi la popolazione supera i 1.129, la capienza massima della struttura. E hanno riferito che negli ultimi mesi sono stati aggiunti diversi letti.

Per la maggior parte delle persone detenute in Louisiana è difficile uscire. Il tasso di approvazione delle richieste di asilo da parte dei giudici è tra i più bassi del paese. Nei primi mesi del 2025 alcuni tribunali hanno cominciato ad autorizzare rilasci su cauzione, ma questa possibilità è stata limitata a giugno dall’amministrazione Trump, che ha stabilito che gli immigrati entrati nel paese illegalmente non hanno diritto alla libertà su cauzione.

Mata Sánchez non aveva un avvocato. Quando ha capito che rischiava di stare rinchiusa per mesi prima di ottenere un’udienza davanti a un giudice – che molto probabilmente avrebbe ordinato la sua espulsione – ha deciso di farsi rimpatriare nella speranza di poter rientrare legalmente nel paese. Il 9 maggio è stata trasferita dalla Louisiana al Texas. Il giorno dopo era su un autobus diretto in Messico insieme ad altri immigrati. In Louisiana gli avvocati riferiscono che molti clienti chiedono di lasciare gli Stati Uniti piuttosto che aspettare un permesso di soggiorno. Il dipartimento di stato ha chiarito che questo è esattamente l’obiettivo dell’amministrazione.

Da nessuna parte

Per quanto riguarda il sovraffollamento, la soluzione del presidente consiste nel costruire altre strutture. La legge approvata dal congresso a luglio assegna all’Ice altri 45 miliardi di dollari per creare nuovi centri di detenzione ed espandere quelli esistenti. “L’obiettivo è espellere rapidamente gli stranieri, trattenendoli nelle strutture dell’agenzia per il minor tempo possibile”, ha scritto un portavoce del dipartimento della sicurezza interna. Grazie ai nuovi finanziamenti, “l’Ice avrà a disposizione 14,4 miliardi di dollari per i voli di rimpatrio”.

Suri ricorda che nei giorni trascorsi nel centro di Alexandria ha visto centinaia di uomini arrivare e partire nel giro di poche ore. Gli agenti urlavano per radunare tutte le persone provenienti da un paese e poi spostavano il gruppo da un’altra parte. Chi restava indietro non aveva idea di quale sarebbe stato il suo destino.

Il 21 marzo, tre giorni dopo il suo arrivo in Louisiana, Suri è stato ammanettato, caricato sul sedile posteriore di un furgone e trasferito, da solo, in un centro di detenzione in Texas, dove ha dormito su un bancale di plastica. Cinquantaquattro giorni dopo un giudice ha ordinato che fosse rilasciato su cauzione. Il caso di Suri ha attirato l’attenzione dei giornali ed è stato preso in carico dalla American civil liberties union. Molti altri detenuti non possono contare sullo stesso sostegno. “Ho visto l’incertezza nei volti di quelle persone”, racconta Suri. Quando aspettavano ad Alexandria, ha aggiunto, “non erano da nessuna parte. Nessuno sapeva dove si trovassero”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati