Dalla sua tenda a ovest di Deir al Balah, Tayseer Obeid scandaglia il cielo sopra il centro di Gaza, prendendo nota degli orari e della direzione degli aerei che lanciano aiuti. Per sfamare la sua famiglia di dodici persone Obeid coltivava piccoli appezzamenti di molokhia (una verdura con cui si prepara una zuppa), melanzane e zucche intorno alla tenda. Ma l’orto è stato distrutto più volte, anche alla fine di luglio, quando l’esercito israeliano ha raso al suolo l’accampamento dopo aver costretto gli abitanti ad andarsene. Da quando la loro casa a Beit Lahia è stata bombardata nel 2024, Obeid e i suoi familiari sono stati sfollati undici volte. “Abbiamo bisogno di viveri, zucchero, latte, pannolini”, dice Obeid. “Ma soprattutto ci serve farina bianca per sfamare i bambini. Loro non capiscono cosa succede. Strillano e piangono fino a quando mangiano o si addormentano”.
Obeid, che ha 37 anni, ha lanciato una campagna di raccolta fondi e ha cominciato a documentare su Instagram le sue battaglie quotidiane. “Compro circa tre chili di farina bianca alla settimana. Con un chilo si fanno dodici focacce. A ogni pasto divido due focacce per dodici. Non posso permettermi di più. I prezzi a Gaza sono più alti dei luoghi più costosi d’Europa”, dice. Obeid ha provato a rifornirsi dai camion e dai centri di distribuzione della Gaza humanitarian foundation (Ghf), ma di solito torna a mani vuote, sopraffatto dalla calca di persone affamate. “Gli aiuti che entrano a Gaza non bastano neppure per i nostri bisogni di base, e in gran parte sono rubati”, spiega.
Il 10 agosto l’ufficio per la stampa del governo di Gaza ha riferito che solo 1.210 camion di aiuti erano entrati nella Striscia nelle due settimane precedenti, il 14 per cento degli 8.400 camion che sarebbero necessari per rispondere ai bisogni essenziali della popolazione. Nello stesso periodo Israele e diversi paesi arabi e occidentali hanno lanciato con i paracadute una quantità ancora minore di scorte alimentari e altri materiali su Gaza. Le organizzazioni umanitarie hanno criticato questo metodo di distribuzione, definito inadeguato e inutilmente costoso, pensato per distogliere l’attenzione da Israele che affama la Striscia. In alcuni casi gli aiuti paracadutati hanno colpito e ucciso dei palestinesi, tra cui un ragazzo di 14 anni e un operatore sanitario di 32 anni.
Tanta fatica per niente
All’inizio di agosto le Nazioni Unite hanno stimato che da quando sono stati creati i siti della Ghf a maggio sono stati uccisi 1.400 palestinesi e più di quattromila sono stati feriti mentre cercavano da mangiare in tutta la Striscia. Oltre al pericolo del fuoco diretto dei soldati israeliani, c’è il rischio di essere attaccati da altre persone. In assenza di un governo funzionante, bande e singoli individui hanno cominciato a prendere di mira chi si allontana dalle zone di distribuzione, sequestrandogli il cibo per mangiarlo o rivenderlo a prezzi esorbitanti.
Molti a Gaza ritengono che questo sia parte della strategia pianificata da Israele: consentire un ingresso minimo di camion al giorno, colpendo contemporaneamente il personale di sicurezza che dovrebbe proteggere la distribuzione.
Un autotrasportatore di 46 anni, che ha chiesto di restare anonimo, ha riferito che l’esercito israeliano stabilisce ogni dettaglio del viaggio – compreso il tragitto e i punti esatti dove fermarsi – e nasconde le informazioni sul carico e sulla destinazione. “A volte ci viene ordinato di non fermarci anche se c’è qualcuno sulla strada”, racconta. “Per questo alcune persone sono investite. Altre muoiono nella ressa”.
Nesma ha speso i suoi risparmi, ha venduto la sua collana d’oro e ha chiesto prestiti
Il 5 agosto Obeid ha deciso di tentare la sorte con i lanci di aiuti. Aveva notato che gli aerei passano tra le 11 e mezzogiorno vicino alla spiaggia di Deir al Balah, ma per sicurezza è arrivato alle 6 del mattino. “Centinaia di persone correvano cercando di seguire il vento”, ricorda. È arrivato appena in tempo sul luogo dell’atterraggio ed è riuscito a prendere un sacchettino di pane. “Che gioia”, ricorda. “Non vedevo pane da un sacco di tempo; sembrava un piccolo miracolo. Mi sono spostato in un luogo tranquillo per assaggiarlo”. Ma quando ha aperto la busta, si è accorto che il pane era ammuffito. “Ero distrutto. Tutta quella fatica solo per prendere del pane avariato. Alla fine l’ho bagnato con l’acqua e ci siamo arrangiati così”. E aggiunge: “Noi abitanti di Gaza abbiamo una dignità, non dovremmo dare la caccia in modo così umiliante al mangiare lanciato dagli aerei. Ma la disperazione non ci lascia scelta. Quello che viviamo è inimmaginabile. Dove ci porterà? È come una morte al rallentatore”.
Uno dei principali punti di accesso per il ridottissimo flusso di aiuti umanitari è il corridoio Morag, una zona di sicurezza controllata da Israele creata ad aprile tra Rafah e Khan Yunis. Tre dei quattro centri di distribuzione della Ghf operano lì.
Tra le migliaia di persone in attesa di qualcosa da mangiare il 29 luglio c’era anche Mahmud Wadi, 35 anni, che prima della guerra era un insegnante di fisica. È stato abbastanza fortunato da procurarsi un sacco di farina bianca da un camion. “Una volta insegnavo ai miei studenti a essere gentili ed educati”, dice. “Ma oggi ho dovuto sgomitare e spintonare altre persone sotto il fuoco dell’artiglieria solo per afferrare un sacco e portare da mangiare ai miei figli”. Wadi vive in una tenda a Khan Yunis. È lui l’unica fonte di sostentamento per la famiglia di sei persone, più quattro nipoti che hanno perso i genitori e due fratelli uccisi negli attacchi israeliani. “Vengo ogni giorno perché temo che ricomincino l’assedio totale e il blocco completo degli aiuti”.
La malnutrizione e le morti legate alla fame a Gaza sono in aumento: 166 nell’ultimo mese e mezzo, 227 dall’ottobre 2023. Secondo Mohammad Abu Afsh, direttore dell’assistenza medica a Gaza, almeno 500mila persone soffrono di malnutrizione, in maggior parte bambini. “Ogni giorno cresce il numero di bambini che raggiungono il livello cinque di malnutrizione, e molti muoiono”, ha affermato in un’intervista recente. Jana Ayad, otto anni, è uno dei tanti casi gravi. È così malnutrita che a stento riesce a parlare o a camminare, e ha cominciato a perdere la vista e i capelli. La madre Nesma, 34 anni, è al suo fianco nell’ospedale della Patient’s friends benevolent society nella città di Gaza. Jana era già stata ricoverata durante la carestia nel nord di Gaza del febbraio 2024; nel breve cessate il fuoco che era seguito si era ripresa e aveva ricominciato a camminare, parlare e giocare.
Alla fine del giugno scorso, con il diffondersi della carestia in tutta la Striscia, per Jana e sua sorella di due anni, Joury, la situazione è diventata drammatica. La famiglia era stata sfollata varie volte: prima dalla casa nel quartiere Zeitun della città di Gaza, che è stata bombardata, poi da quella di un parente nella vicina zona di Al Tuffah, quindi è finita in un’aula di un centro dell’Unrwa (l’agenzia dell’Onu che si occupa dei rifugiati palestinesi). Il papà di Jana è andato in Egitto per accompagnare il padre, che doveva curarsi, lasciando Nesma da sola a occuparsi delle bambine.
Con l’inasprirsi dell’assedio Nesma ha speso i suoi risparmi, ha venduto la sua collana d’oro e ha chiesto prestiti ai parenti per comprare da mangiare alle figlie. “Piangevano e supplicavano di avere cibo. Gli ho dato anche la mia parte, specialmente a Joury, perché era la più piccola”, racconta. Ma Joury ha sviluppato complicazioni al fegato e al sangue dovute alla malnutrizione: livelli pericolosamente alti di enzimi epatici e una quantità anomala di globuli bianchi. “I dottori mi hanno detto di darle da mangiare uova, pesce e frutta, ma nei mercati non c’era niente, e quello che era disponibile aveva prezzi inaccessibili”, dice Nesma. Il 20 luglio Joury è morta.
Ora Nesma ha paura di perdere anche Jana. “Jana continua a chiedermi se morirà come sua sorella. È esausta, si rifiuta di parlare, e non mangia neppure quando il cibo c’è. Il suo corpo è gonfio a causa della malnutrizione. Ha bisogno di essere curata fuori da Gaza. Supplico il mondo di salvare la sua vita. Non aspettate che muoia per parlare di lei”. ◆ fdl
Ahmed Ahmed è lo pseudonimo di un giornalista di Gaza che vuole restare anonimo per timore di rappresaglie.
Ibtisam Mahdi è una giornalista freelance di Gaza, esperta di questioni sociali, in particolare di donne e bambini. Lavora con diverse organizzazioni femministe della Striscia.
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati