Il 17 agosto, con il primo turno delle elezioni presidenziali, si è chiusa una delle pagine più lunghe e importanti nella storia della Bolivia. Per la prima volta in quasi vent’anni il presidente non sarà di sinistra. Il Movimento per il socialismo (Mas), che sotto la guida di Evo Morales aveva inaugurato nel 2006 un ciclo politico segnato dalla maggiore presenza dello stato, dalla redistribuzione della ricchezza e dal protagonismo delle comunità indigene e contadine, è stato nettamente sconfitto. La maggioranza dei voti è andata a Rodrigo Paz Pereira, un centrista che ha intercettato la frustrazione di un’ampia fetta della popolazione. Al secondo turno Paz Pereira sfiderà l’ex presidente Jorge Quiroga, un politico di estrema destra che vorrebbe capitalizzare l’ostilità di una parte della popolazione verso lo stato.

Per capire questa svolta bisogna considerare il contesto economico. La Bolivia vive una crisi profonda, con alta inflazione, riserve internazionali ai minimi storici e carenza di valuta estera. Il modello basato sui sussidi e sul controllo statale, che per vent’anni ha alimentato la popolarità del Mas, è diventato insostenibile. Questa situazione avvantaggia candidati che promettono di aprire ai capitali privati e un cambiamento nel rapporto con le istituzioni internazionali.

Dopo l’ondata progressista dei primi anni duemila, alcuni paesi dell’America Latina hanno eletto leader conservatori e liberisti. L’Argentina, l’Ecuador e ora la Bolivia formano un gruppo di stati che, pur diversi tra loro, condividono un elemento comune: la crisi dei progetti progressisti che non sono stati capaci di rinnovarsi dopo lunghi periodi al governo. In passato il Mas ha saputo incanalare le rivendicazioni di maggioranze storicamente escluse dal potere, ma rischia di essere ricordato per non aver saputo proporre un’alternativa credibile. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 21. Compra questo numero | Abbonati