Nella “rivoluzione dei fenicotteri rosa” ci sono tutti gli ingredienti della nostra epoca: un’area protetta minacciata da un progetto turistico, un sospetto di corruzione che infiamma gli animi, un primo ministro inamovibile arrivato al quarto mandato e, per non farsi mancare nulla, il denaro della famiglia Trump. Benvenuti in Albania, paese che da settimane vive al ritmo delle proteste per salvare l’isola di Sazan e la sua oasi ornitologica, popolata anche dai fenicotteri rosa.

Il primo ministro albanese Edi Rama, un gigante diplomato alla scuola di belle arti di Parigi che vede materializzarsi il sogno dell’adesione del suo paese all’Unione europea, si ribella alle accuse della piazza, che lo colpiscono personalmente. Rama non ha certo dato il meglio di sé nell’intervista al Financial Times pubblicata il 23 giugno, in cui ha dichiarato che i manifestanti dovrebbero “andare a farsi fottere”.

“Non tocca a me dimostrare di non essere un mafioso. Devono essere loro a dimostrare che lo sono!”, ha tuonato Rama riferendosi alle voci di corruzione.

La settimana scorsa il primo ministro ha accusato l’Iran di alimentare la collera dei manifestanti sui social media a causa delle presenza in Albania di molti mujahidin del popolo, oppositori del regime iraniano che si sono rifugiati nel paese balcanico dopo la caduta di Saddam Hussein in Iraq.

Movimenti spontanei

Tutto è cominciato quando Ivanka Trump, figlia del presidente degli Stati Uniti, ha pubblicato un video in cui parlava dell’isola paradisiaca che aveva “scoperto” navigando nel Mediterraneo insieme al marito Jared Kushner. Poi è arrivato un progetto turistico da 1,4 miliardi di dollari sostenuto dal fondo d’investimento del genero di Trump.

Rama ha sollevato un interrogativo interessante: il progetto avrebbe incontrato la stessa opposizione se non fosse stato associato alla famiglia Trump? Difficile dirlo, soprattutto considerando che una parte della costa albanese è stata effettivamente devastata da investimenti turistici mal controllati senza che questo provocasse alcuna protesta.

A prescindere da quello che sostiene Rama, la vicenda si è innegabilmente trasformata in una grave crisi politica, nel paese più povero d’Europa, in cui la corruzione è stata uno dei principali ostacoli allo sviluppo fin dall’uscita dal comunismo più dogmatico, più di trent’anni fa.

Questa “rivoluzione dei fenicotteri rosa” somiglia agli altri movimenti spontanei che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni, emersi a tutte le latitudini: senza leader e senza un’organizzazione strutturata ma capaci di mobilitare una folla considerevole.

Lea Ypi, l’intellettuale albanese più conosciuta a livello internazionale, professoressa di teoria politica alla London school of economics, ha pubblicamente appoggiato il movimento. Nella protesta, Ypi vede un modello di attivismo civico inedito dopo la fine del comunismo, un’esigenza di rispetto democratico. Eppure in settimana, mentre era di passaggio a Parigi, Ypi ha ammesso l’assenza di prospettive politiche intrinseche in un movimento simile.

Lo slogan dei manifestanti, “l’Albania non è in vendita”, riflette bene un’ideale di speranza in un momento in cui il paese si prepara a entrare nell’Unione europea, teoricamente prima del 2030. Il 90 per cento degli albanesi sostiene l’adesione, ma la popolazione dimostra anche di non essere pronta a svendere il paese al miglior offerente. Toccherà a Edi Rama convincere la “rivoluzione dei fenicotteri rosa” di non essere un “mafioso”. Di sicuro, però, non ci riuscirà continuando a insultare i manifestanti.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Trump e l’isola dei sogni
Investimenti. Amicizie influenti. Contatti politici poco chiari. Come la famiglia dell’ex presidente statunitense sta cercando di trasformare il paradiso naturale albanese di Sazan in un resort di lusso

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