Lo psicodramma fa parte integrante di un negoziato, soprattutto tra due paesi che si sono appena fatti la guerra e la cui ostilità reciproca è vecchia di decenni. La prima giornata di trattative tra Iran e Stati Uniti, organizzata il 21 giugno in Svizzera, non fa eccezione.

L’incontro è cominciato con il rifiuto degli iraniani di farsi fotografare in compagnia degli statunitensi, ed è terminato con il ritiro della delegazione iraniana in segno di protesta per le minacce di Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha promesso ancora una volta che cancellerà l’Iran dalla faccia della terra e ha attaccato i dirigenti presenti in Svizzera. Teheran gli intimato di “misurare le parole”.

Sia in Iran che negli Stati Uniti, queste scaramucce sono soprattutto a uso interno. In patria Trump è accusato di aver ceduto davanti all’Iran (anche all’interno dei ranghi repubblicani) firmando un protocollo d’intesa molto favorevole a Teheran, e ora gonfia il petto per apparire in controllo della situazione. I rappresentanti iraniani, di contro, devono dimostrare all’ala dura del regime che non hanno intenzione di scendere a patti con il “grande Satana” americano.

Il semplice fatto che le due delegazioni – una guidata dal vicepresidente statunitense JD Vance e l’altra capeggiata dal presidente del parlamento iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf – si siano incontrate faccia a faccia a Burgenstock costituisce un passo importante. Non era scontato, perché negli ultimi giorni l’offensiva israeliana contro Hezbollah ha rischiato per ben due volte di far deragliare il processo, dato che il protocollo d’intesa firmato da Trump prevede un cessate il fuoco anche in Libano.

In territorio libanese la giornata di domenica è stata piuttosto calma, un’evoluzione che dimostra come Trump abbia tutti i mezzi per farsi sentire da Benjamin Netanyahu, contrario all’accordo. Mentre diversi ministri israeliani continuano a minacciare di dare fuoco a tutto il Libano, Netanyahu è in difficoltà a causa della sua incapacità di tenere testa agli statunitensi. Ma il presidente del consiglio israeliano non ha altra scelta che accettare il cessate il fuoco, anche se le sue truppe continuano occupare il sud del Libano.

Il mediatore qatariota ha consigliato agli iraniani di recarsi in Svizzera per “non dare a Netanyahu la possibilità di porre un veto”. Si tratta di un fattore molto importante dell’equazione.

Il momento della verità

Oggi ci sono vari elementi da tenere d’occhio per capire se il negoziato va avanti, a cominciare dalla navigazione nello stretto di Hormuz. Gli iraniani hanno annunciato di aver chiuso il passaggio nel momento in cui Israele ha bombardato il Libano, ma gli statunitensi dichiarano che nel corso del fine settimana 67 navi hanno oltrepassato lo stretto, un numero inferiore rispetto alla norma ma superiore rispetto alla situazione degli ultimi tre mesi.

Il 21 giugno Trump ha minacciato di prendere il controllo di Hormuz e trattenere il 20 per cento del petrolio come risarcimento, ma a questo stadio si tratta evidentemente di un bluff.

Il secondo elemento è la cancellazione delle sanzioni sulle esportazioni di petrolio iraniano, oltre allo sblocco di miliardi di dollari iraniani congelati nelle banche estere. Si tratta di tappe previste dall’accordo, la cui realizzazione progressiva sarà un barometro del buon esito della trattativa.

Alla fine dei conti ciò che importa è la volontà delle due parti di arrivare a una soluzione. Cosa succederà quando la scadenza di 60 giorni sarà trascorsa senza un accordo sul nucleare (uno scenario che al momento appare probabile)? Quello sarà il momento della verità. In ogni caso gli iraniani non credono alle minacce di Trump di riprendere la guerra. E hanno ragione.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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