Il 6 maggio un analista della guerra in corso ironizzava sul fatto che Donald Trump ha cominciato con una “furia epica” (il nome dell’operazione contro l’Iran) ma rischia di finire con un “fallimento epico”. Il conflitto non è ancora terminato e al momento non esiste un accordo, ma verosimilmente ci stiamo avvicinando a una soluzione con condizioni che sono lontanissime dagli obiettivi iniziali degli Stati Uniti e di Israele.

Cosa è successo? Con un voltafaccia dei suoi, Donald Trump ha sospeso l’operazione “Project freedom” che avrebbe dovuto aprire con la forza lo stretto di Hormuz. Pochi giorni fa avevamo sottolineato che la prima giornata dell’operazione si era conclusa con un insuccesso, perché l’Iran aveva dimostrato la propria capacità di colpire sia le navi che tentavano di forzare il blocco sia i paesi del Golfo.

Il presidente degli Stati Uniti sembra sul punto di concludere un accordo sulla base di un documento lungo appena una pagina, che prevederebbe un periodo di trenta giorni per negoziare i temi cruciali come il nucleare, i missili balistici o l’influenza regionale. A prescindere da come andrà a finire (e la trattativa con Teheran sarà difficile), per Trump si tratta di un triplice fallimento.

Nessuno degli obiettivi

Prima di tutto gli Stati Uniti non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi iniziali della guerra, a cominciare dal cambio di regime a Teheran, sbandierato a più riprese prima di essere abbandonato. Non solo il regime è sopravvissuto, ma oggi è guidato dai Guardiani della rivoluzione più radicali, che non hanno smesso di reprimere la popolazione neanche durante la guerra. Ai tempi della rivolta di gennaio Trump aveva promesso agli iraniani che i rinforzi erano “in arrivo”. Non si sono visti.

E per quanto riguarda il nucleare, Trump sarà fortunato se otterrà un accordo più o meno equivalente a quello del 2015, lo stesso che aveva rinnegato durante il suo primo mandato.

Il secondo fallimento nasce dal fatto di aver permesso all’Iran di dimostrare il proprio potere nello stretto di Hormuz, con conseguenze economiche per tutto il mondo. Anche se si tornasse alla situazione precedente, la minaccia resterà permanente. Dato che l’Iran ha dato prova di essere in grado di attaccare gli alleati arabi degli statunitensi, l’equilibrio regionale andrà rinegoziato, soprattutto con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti che non vanno più d’accordo.

Il terzo fallimento è quello della potenza statunitense. Fin dal suo ritorno alla Casa Bianca, quindici mesi fa, Trump ha cercato di proiettare l’immagine di un’America senza limiti, infrangendo le regole e imponendo un rapporto di forze senza appello.

Ma la Cina ha tenuto testa a Washington, tanto che tra una settimana Trump si presenterà a Pechino in una posizione meno solida del previsto. L’Europa, dal canto suo, ha cominciato a dire “no” agli statunitensi sulla Groenlandia e poi sulla richiesta di intervenire nello stretto di Hormuz. L’Iran, invece, ha dimostrato di saper condurre alla perfezione una guerra asimmetrica, mentre Trump è ancora convinto che il più forte vince sempre.

Questo triplice fallimento peserà molto sul seguito della presidenza Trump, perché è la prova che si può resistere alla prima potenza mondiale. Vale sia per gli avversari degli Stati Uniti, come l’Iran, sia per gli alleati, come gli europei. I prossimi mesi si annunciano instabili, perché Trump cercherà senza dubbio di riaffermare la sua autorità. I cubani sembrano la vittima ideale di un probabile tentativo di ridare a Trump un’immagine da conquistatore. Purtroppo sono il capro espiatorio perfetto per una guerra inutile e fallimentare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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