Alla fine di gennaio un fronte freddo oceanico ha raggiunto L’Avana, portando un’aria gelida fuori stagione. Raffiche di vento facevano schiantare le onde sul lungomare, mentre in città la gente si copriva con quello che aveva o restava rintanata in casa. Nel pomeriggio del 29, tra le persone che cercavano riparo dal maltempo c’era anche un gruppo di diplomatici latinoamericani. Si erano riuniti nella residenza di un ambasciatore per discutere un nuovo ordine esecutivo del presidente degli Stati Uniti Donald Trump che definisce Cuba una minaccia per la “sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti”.
“È un uso aberrante del linguaggio”, ha commentato uno di loro. “Parola per parola, è più minaccioso di quello usato da Kennedy per parlare dei missili sovietici”, al culmine della tensione del 1962 che portò il mondo sull’orlo di una catastrofe nucleare.
L’ordine di Trump sostiene, senza presentare prove, che Cuba “destabilizza la regione attraverso la migrazione e la violenza”, promuove piani “per danneggiare gli Stati Uniti e sostenere paesi ostili” e offre rifugio a Hezbollah e Hamas. Trump ha poi annunciato che avrebbe bloccato le esportazioni di petrolio verso l’isola minacciando di sanzioni i paesi che avessero mandato carburante a Cuba.
Per la maggior parte dei cubani quell’ordine ha fatto peggiorare in modo drastico una vita già al limite: mesi di blackout quotidiani per la scarsità di carburante, gravi carenze di prodotti alimentari, acqua e medicinali, l’economia al collasso e il governo privo di riserve di denaro e incapace di offrire soluzioni.
La raccolta dei rifiuti è quasi inesistente ed enormi cumuli di spazzatura si ammassano agli angoli delle strade. Negli ultimi diciotto mesi tre uragani devastanti hanno distrutto case e coltivazioni, facendo sfollare più di un milione di persone. Quando è arrivato l’ordine esecutivo, Cuba era in fin di vita. La mossa di Trump le ha staccato l’ossigeno.
Dichiarazioni di sfida
I diplomatici si incontravano regolarmente per monitorare la politica di Trump su Cuba, che seguivano con crescente preoccupazione. “Dicono di voler colpire il governo, non la popolazione”, mi ha detto uno di loro. “Be’, così colpiscono la popolazione”. Il 3 gennaio le forze speciali statunitensi hanno catturato il presidente venezuelano Nicolás Maduro a Caracas, in un’operazione che molti cubani hanno considerato allo stesso tempo un atto di aggressione imperialista e un avvertimento. Per decenni il Venezuela è stato il principale sostenitore di Cuba. Insieme al Messico, forniva una parte consistente del petrolio di cui l’isola aveva bisogno. Dopo la cattura di Maduro gli Stati Uniti hanno imposto un blocco delle importazioni cubane, intercettando le petroliere che trasportavano greggio verso l’isola, dove secondo gli analisti le riserve petrolifere si sarebbero esaurite in poche settimane. A quel punto il governo dell’Avana ha introdotto una quota d’emergenza di 19 litri di carburante al giorno, ha ridotto l’orario scolastico e la settimana lavorativa nel settore pubblico e ha sospeso alcune procedure mediche negli ospedali.
Nel frattempo Trump ha pubblicato una serie di messaggi trionfali. “Cuba sembra pronta a cedere”, ha dichiarato ai giornalisti. Alla domanda se volesse intervenire, si è mostrato evasivo: “Non credo serva nessuna azione”, ha affermato. “Sta già affondando”. Nei giorni successivi ha continuato a pubblicare minacce sul suo social Truth: “Non ci saranno più petrolio né soldi diretti a Cuba, zero! Gli consiglio caldamente di trovare un accordo, prima che sia troppo tardi”. Ha ripetuto che Cuba non vedeva l’ora di negoziare. “Non hanno soldi”, ha detto a un certo punto. “Non hanno più niente”.
Il presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, ha rilasciato una dichiarazione di sfida: “Chi trasforma tutto in affari, perfino le vite umane, non può permettersi di criticare Cuba”. L’11 gennaio il quotidiano del Partito comunista, Granma, ha pubblicato la foto di una folla che sventola bandiere cubane sotto il titolo “Nessuno ci ordina cosa fare”. Si sono rivelate solo dichiarazioni a effetto, proprio come quelle di Trump. I rappresentanti del governo cubano erano già impegnati in negoziati con gli Stati Uniti sui rapporti bilaterali e sul futuro dell’isola. A marzo Díaz-Canel ha finalmente confermato l’esistenza dei colloqui, definendoli uno scambio diplomatico tra due stati sovrani. Ha spiegato che l’obiettivo era “individuare i problemi bilaterali che richiedono una soluzione”, aggiungendo che “si tratta di un processo molto delicato, condotto con responsabilità e grande sensibilità”. Trump, invece, ha presentato i colloqui come una questione di dominio personale: “Credo che avrò l’onore di prendere Cuba”, ha detto. “Penso di poterci fare quello che voglio”.
Colpiti da malattie virali
Quando sono andato a Cuba all’inizio di quest’anno, la città vecchia dell’Avana, un tempo vivace, era quasi deserta. Dal 2021 si stima che un cubano su cinque abbia lasciato il paese in cerca di un futuro migliore. Anche il turismo è crollato, privando l’economia di una delle principali fonti di valuta estera e lasciando un’atmosfera spenta e desolata.
Tutte le persone con cui ho parlato organizzano le loro giornate intorno alla gestione della crisi. Lo scrittore Leonardo Padura mi ha raccontato i suoi vani tentativi di comprare un generatore domestico per la suocera anziana, in modo da garantirle un po’ di luce quando manca la corrente. Molti giovani se ne sono andati e le persone anziane faticano ad andare avanti. Un amico non riusciva a trovare abbastanza carburante per andare al mercato e non poteva procurarsi i medicinali per un problema al cuore, così gliene ho portati alcuni. Una vedova di più di 70 anni era debilitata dalla chikungunya, una malattia trasmessa dalle zanzare che provoca dolori ai muscoli e alle articolazioni. Alcuni antinfiammatori si trovano solo sul mercato nero a prezzi esorbitanti. La malnutrizione e il collasso dei servizi sanitari pubblici hanno fatto aumentare le malattie virali: dall’autunno scorso decine di migliaia di cubani sono stati colpiti dalla chikungunya, dalla dengue e dalla febbre oropouche.
Nel pieno della crisi Miguel Díaz-Canel non ha potuto offrire niente di nuovo. È entrato in carica nel 2018 come successore designato di Raúl Castro, ha 65 anni, una corporatura robusta e capelli argentati pettinati all’indietro, che ricordano quelli di un allenatore di basket universitario. Primo presidente in mezzo secolo a non appartenere alla famiglia Castro, ha curato la sua immagine da lealista. Si consulta regolarmente con Raúl, che a 94 anni resta la voce politica più influente dell’isola, e lo definisce il suo jefe máximo. Durante la campagna elettorale i manifesti lo mostravano accanto ai fratelli Castro insieme allo slogan “continuità”.
Díaz-Canel è considerato inadeguato e perseguitato dalla sfortuna. Nel maggio 2018, un mese dopo la sua elezione, un disastro aereo all’Avana ha provocato la morte di 112 persone. L’anno dopo un tornado devastante ha colpito l’isola e nel 2022 un’esplosione dovuta a una sospetta fuga di gas ha distrutto lo storico hotel Saratoga, uccidendo 47 persone. A questo si è aggiunta la pandemia, che ha messo in ginocchio il sistema sanitario e il settore turistico, mentre nel luglio 2021 una serie di proteste in tutto il paese, represse duramente dal governo, ha alimentato l’esodo. La rete elettrica era già fatiscente e i blackout frequenti. Come i Castro prima di lui, Díaz-Canel ha attribuito le difficoltà economiche al duro embargo statunitense in vigore dal 1962.
All’inizio di quest’anno Cuba appariva indebolita e Trump preferisce sempre negoziare da una posizione di forza. Nel Partito repubblicano, però, non c’era unità. Da decenni la politica statunitense verso Cuba è influenzata dai leader cubano-statunitensi di Miami, che hanno escluso qualsiasi negoziato con il governo dei Castro. L’anno scorso ho incontrato il deputato Carlos Giménez, un influente politico della Florida, che ha paragonato il regime a un cancro da estirpare con la forza. Il segretario di stato statunitense Marco Rubio, cresciuto in Florida e figlio di immigrati cubani, ha mantenuto per gran parte della sua carriera una posizione altrettanto intransigente. Nel 2015 ha scritto: “Non dobbiamo dimenticare che l’unica vera indipendenza per il popolo cubano sta nella libertà e nella democrazia, e dobbiamo rinnovare l’impegno, come stato e nazione, ad aiutarlo a raggiungere questo obiettivo vitale”.
Ora, però, invece di cercare di rovesciare il governo cubano, sembra che gli Stati Uniti puntino a soffocarlo fino alla resa. “Ci piacerebbe vedere un cambiamento di regime a Cuba”, ha detto Rubio alla commissione affari esteri del senato lo scorso inverno. “Questo non significa che saremo noi a provocarlo”.
Misure creative
Durante la mia visita tutti quelli con cui ho parlato si sono detti preoccupati per la vulnerabilità del paese, ma pochi si preoccupavano della sopravvivenza del governo. Quando sono andato a trovare un amico, che per decenni ha servito la rivoluzione, ha sbirciato dalla porta e ha detto: “Dov’è la Delta force?”, riferendosi all’unità militare che poche settimane prima aveva sequestrato Maduro. Poi è scoppiato in una risata amara: “Non mi interessa più come succederà, ma questa situazione deve finire”.
Durante il blocco petrolifero Trump ha evocato l’idea di “essere gentili” con Cuba. Se quest’espressione significa qualcosa, forse indica che non ha fretta di lanciare un attacco militare. Gli incentivi sono scarsi, soprattutto perché gli Stati Uniti hanno una parte consistente delle loro forze armate impegnate nella guerra in Iran. Cuba non ha un leader carismatico da rimuovere né grandi giacimenti di petrolio da conquistare; le sue risorse più preziose sono il cobalto, il tabacco, il nichel e gli immobili affacciati sul mare.
La scorsa primavera l’inviato speciale di Trump per l’America Latina, Mauricio Claver-Carone, ha sollecitato misure “chirurgiche” e “creative” per cambiare Cuba. Claver-Carone ha poi lasciato l’amministrazione, ma diverse fonti mi hanno confermato che resta un intermediario chiave della Casa Bianca in America Latina. Oltre all’embargo petrolifero le misure “chirurgiche” prevedono la limitazione del turismo e azioni per scoraggiare altri paesi dall’assumere medici cubani, una delle principali fonti di reddito del regime. A queste proposte si è aggiunta una serie d’interventi “creativi”. Dopo la devastazione dell’uragano Melissa nell’est di Cuba a ottobre, Mike Hammer, incaricato d’affari statunitense all’Avana, ha promosso l’invio di aiuti umanitari, scegliendo però di farli passare dalla chiesa cattolica, quindi scavalcando il governo. Quest’inverno l’amministrazione Trump ha autorizzato alcune aziende statunitensi a vendere olio combustibile a imprese cubane. Rubio ha sottolineato che la vendita al governo era esclusa. L’obiettivo era sostenere l’iniziativa privata.
Cuba ha già attraversato periodi durissimi. Il mito della rivoluzione si fonda sulla capacità di resistenza del suo popolo. Negli anni novanta, durante il cosiddetto periodo speciale in tempo di pace, come lo definì Fidel Castro per indicare gli anni successivi al crollo dell’Unione Sovietica, ho vissuto all’Avana con la mia famiglia. Venuto meno il sostegno dell’Urss, l’economia collassò e le importazioni di petrolio precipitarono. I cubani si muovevano sulle biciclette cinesi Flying Pigeon o a piedi. Nelle campagne i buoi sostituirono i trattori mentre nelle città ricomparvero le carrozze trainate dai cavalli. Alla fine il governo improvvisò un sistema di trasporto saldando insieme più autobus per creare dei veicoli lunghi chiamati camellos, cammelli. Ma erano sempre troppo pochi e spesso si aspettavano ore prima di riuscire a salire.
Chi possedeva gioielli oppure oggetti di antiquariato li vendeva a chiunque potesse pagare. La prostituzione, archiviata come retaggio del periodo capitalista, si diffuse di nuovo. La malnutrizione provocò un’epidemia di neuropatie ottiche, che possono portare alla cecità. Diverse persone che conoscevo si tolsero la vita e un giorno una donna si gettò davanti alla mia auto: riuscii a sterzare all’ultimo.
Nel 1993 Fidel Castro adottò misure d’emergenza: legalizzò il dollaro statunitense, autorizzò un’iniziativa privata limitata e, suo malgrado, tollerò l’aumento del turismo, che disprezzava. Non bastò. Nell’estate del 1994 scoppiarono disordini sul lungomare dell’Avana. Per ore la rivolta rischiò di travolgere tutta la città, finché Castro si presentò davanti ai manifestanti: la sua presenza quasi leggendaria, accompagnata da un gruppo di fedelissimi armati di bastoni, calmò la folla. Quella sera Castro annunciò in televisione che chi voleva lasciare Cuba poteva farlo. Nelle tre settimane successive ben 35mila cubani si misero in mare su imbarcazioni di fortuna per raggiungere la Florida. Dal mio quartiere vedevamo partire intere famiglie su zattere precarie. Si stima che annegarono centinaia di migranti, mentre migliaia furono soccorsi dalla guardia costiera statunitense.
Cuba superò davvero la crisi solo dopo l’elezione di Hugo Chávez alla presidenza del Venezuela, nel 1998. Chávez e Castro firmarono un patto con cui Caracas s’impegnava a fornire petrolio a Cuba in cambio di migliaia di medici, insegnanti, allenatori sportivi e agenti di sicurezza, un asse di cooperazione che si è rivelato cruciale per l’economia dell’isola.
Ma dopo la morte di Chávez e l’elezione di Maduro, il crollo del prezzo del petrolio e i problemi strutturali dell’economia venezuelana hanno ridotto le forniture di greggio verso Cuba: nel 2025 erano molto al di sotto dei livelli precedenti, mentre il Messico copriva solo una parte del fabbisogno energetico rimasto. Da quando Maduro è stato catturato a gennaio, l’isola è di nuovo da sola. E questa volta non c’è un leader carismatico in grado di pacificare i cittadini arrabbiati.
Gli alleati sono pochi
Il 27 gennaio Díaz-Canel si è unito a diverse migliaia di studenti lealisti, soldati e alti dirigenti sull’Escalinata, una grande scalinata di pietra che conduce all’ingresso dell’università dell’Avana. Erano lì per la marcia delle torce, un tributo annuale a José Martí, l’eroe nazionalista cubano per eccellenza. Martí, giornalista e poeta, è stato una figura centrale nella guerra d’indipendenza del diciannovesimo secolo, quando le élite cubane si sollevarono contro i coloni spagnoli. “È bello morire combattendo per difendere la patria”, scrisse.
Un’ipotesi più furba potrebbe essere il primo ministro Manuel Marrero Cruz, ex responsabile del turismo, legato ai militari
La Spagna fu costretta a ritirarsi nel 1898, dopo l’intervento degli Stati Uniti al fianco dei cubani. Washington tuttavia negò al paese la piena sovranità, trasformandolo di fatto in un protettorato statunitense e intervenendo ripetutamente per sostenere autocrati alleati. Ma la leggenda di Martí è sopravvissuta: il suo busto è nei cortili delle scuole di tutta l’isola. Nel 1953, sei mesi prima dell’insurrezione di Castro contro il regime filostatunitense di Fulgencio Batista, Castro guidò una fiaccolata all’Avana per commemorare il centenario della nascita di Martí, una manifestazione che da allora si replica ogni anno.
La marcia del 27 gennaio scorso ha avuto un tono di sfida. La responsabile della federazione studentesca allineata al governo, Litza Elena González Desdín, ha pronunciato un discorso appassionato dalla cima della scalinata, cercando di radunare quello che restava dei veri fedeli alla rivoluzione. “Compatrioti, stiamo attraversando tempi molto turbolenti, in cui l’impero e il suo imperatore, Trump, vogliono imporre un ordine di bombe, rapimenti, persecuzioni, distruzione e morte per trascinarci di nuovo indietro, verso un fascismo distruttivo”, ha detto, denunciando “la vigliacca aggressione militare degli Stati Uniti al Venezuela”. Poi ha ricordato che Cuba ha pagato un sacrificio di sangue: decine di guardie, assegnate in segreto per proteggere Maduro, sono state uccise. “Non dimenticheremo mai che il 3 gennaio, nelle ore più buie del mattino, noi cubani abbiamo perso 32 dei nostri figli più coraggiosi”.
L’ultimo scontro diretto tra i soldati cubani e statunitensi risaliva al 1961, durante l’invasione della baia dei Porci, con una disfatta statunitense che accentuò la frattura tra i due paesi. L’uccisione degli agenti a Caracas è stata vissuta come un evento dalla portata simbolica simile, anche se questa volta i cubani hanno perso, minando il mito della loro invincibilità sul campo di battaglia. Le forze statunitensi hanno ucciso più di 80 persone, tra cubani e agenti venezuelani, senza subire perdite. Trump ha poi vantato che le difese di Maduro erano state sopraffatte da un’arma segreta che ha chiamato “discombobulator”. González Desdín non ha fatto riferimento a questo quando ha parlato delle guardie cadute: “Sono una fonte costante d’ispirazione per la nostra generazione”, ha detto. “Sono un modello nella storia della lotta per un’America unita, per una patria sempre più sovrana. A loro, onore e gloria per sempre”.
Le salme delle 32 guardie sono state trasportate all’Avana e accolte con una cerimonia militare presieduta da Raúl Castro, che ormai appare raramente in pubblico. Le ceneri di quattro ufficiali sono state sepolte nella Necrópolis Cristóbal Colón, un cimitero monumentale dove riposano molte figure di spicco della storia cubana.
Pochi giorni dopo il ministro dell’interno russo, Vladimir Alexandrovich Kolokoltsev, è andato in visita a Cuba per rendere omaggio ai soldati caduti, a testimoniare la persistenza dei legami nati durante la guerra fredda. L’esercito cubano continua a usare armi di fabbricazione russa e i servizi di sicurezza dei due paesi mantengono relazioni stabili.
Nel conflitto attuale la Russia si è mostrata cauta. Forse per evitare di provocare Trump a dare maggiore sostegno all’Ucraina, Vladimir Putin ha evitato di condannare apertamente la cattura di Maduro e ha risposto all’embargo petrolifero con una dichiarazione tiepida, definendo “inaccettabile” la politica statunitense. A febbraio la Russia ha inviato una petroliera, ma poi l’ha deviata. L’8 marzo un’altra petroliera russa, l’Anatoly Kolodkin, ha preso il largo attraverso l’Atlantico diretta a Cuba e il 30 marzo gli Stati Uniti le hanno dato il permesso di attraccare.
Cuba ha pochi altri alleati pronti a sostenerla. Per un breve periodo, dopo il raid in Venezuela, il Messico le ha inviato petrolio, ma a gennaio ha annullato una spedizione già programmata. La presidente messicana, Claudia Sheinbaum, ha spiegato che il cambio di rotta è dipeso da una “decisione autonoma” dell’azienda petrolifera statale Pemex, che però è sotto il controllo governativo, e ha precisato che il Messico avrebbe continuato a inviare aiuti umanitari. A febbraio la marina ha consegnato due carichi di rifornimenti di latte in polvere, fagioli e prodotti per l’igiene personale, ma non petrolio.
I possibili candidati
La disperazione ha spinto il governo cubano a prendere decisioni che hanno allontanato ulteriormente amici influenti. Lo scorso novembre il regime ha congelato i depositi bancari di ambasciate straniere e di aziende con conti in valuta pregiata, apparentemente perché aveva bisogno di liquidità. Un conoscente vicino ai vertici del partito mi ha raccontato che gli hanno sequestrato sette milioni di dollari, mettendo in ginocchio la sua attività. Ad altri, ha detto, era andata peggio: alcune aziende hanno perso l’accesso a decine di milioni. Ha scrollato le spalle. “Sai una cosa?”, ha chiesto. “Non mi aspetto di rivedere quei soldi”. Alla fine del nostro incontro mi ha stretto in un abbraccio forte e mi ha sussurrato una previsione sul futuro del regime: “È finita”.
Quando ho parlato della crisi con i cubani, molti hanno usato un linguaggio eufemistico per riferirsi al “cambiamento”. Alcuni hanno parlato dell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela e del fatto che la vicepresidente Delcy Rodríguez e altri leader siano rimasti al loro posto a patto di accettare le richieste di Trump. Un cubano influente ha detto che il modello venezuelano ha avuto un impatto profondo, mostrando che poteva esserci un cambiamento pragmatico mantenendo il regime. “Non voglio dire che dovrebbero fare una cosa simile, con elicotteri e vittime”, mi ha detto. “Ma il fatto che in Venezuela abbiano trovato persone con cui lavorare ha seminato l’idea che qualcosa di simile possa succedere anche qui”.
Secondo un ex stretto collaboratore di Chávez e di Maduro, il Venezuela non è certo un modello da seguire: l’ha definito con ironia “la Puerto Rico del ventunesimo secolo”, una colonia virtualmente statunitense guidata da una socialista alleata con un presidente statunitense di destra.
“Chi lo avrebbe mai immaginato?”, ha detto. “È così assurdo”.
Eppure questo ha dato ai cubani più influenti la speranza che la loro vita potesse migliorare senza troppi scossoni. Un diplomatico europeo sull’isola ha osservato che “a causa del Venezuela, qui ora la gente pensa di poter resistere, dopotutto”. Ma poi si è chiesto: “Chi guiderà questo paese in chiave capitalista e filostatunitense? Chi sarà la nostra Delcy Rodríguez?”. I suoi colleghi hanno aperto le scommesse.
La trasformazione del Venezuela in tre fasi ipotizzata da Rubio – stabilizzazione, ripresa e transizione verso una democrazia funzionante – è un modello difficile da applicare a Cuba. Anche se le trattative con gli Stati Uniti portassero a un accordo per indire le elezioni, Cuba non ha un’opposizione politica organizzata in grado di competere con il Partito comunista. Come mi ha fatto notare un amico all’Avana, non esiste un equivalente locale di María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana che ha favorito l’intervento statunitense. I dissidenti più noti sono morti, in carcere o in esilio. Lo scenario più probabile è che il prossimo leader emerga dall’interno della struttura di potere attuale. Quindi, secondo lui, cambierà poco.
I funzionari cubani non si sono ritirati dai colloqui, ma hanno fatto presente che il modello politico non può essere cambiato
Una priorità immediata
L’interlocutore principale dell’amministrazione Trump nei negoziati è Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl e suo guardaspalle personale. Soprannominato El Cangrejo, il granchio, a quanto pare perché è nato con sei dita a una mano, Rodríguez Castro ha 41 anni, un fisico da pugile, un naso aquilino e la mascella quadrata come Fidel. Nonostante la tendenza della famiglia Castro a esibire in pubblico uno stile di vita morigerato, sono circolate immagini di Rodríguez Castro a feste e in viaggi all’estero su jet privati e yacht. Corre voce che sia coinvolto in diversi affari loschi. Si dice anche che tuteli gli interessi della famiglia dentro il gruppo Gaesa, un’entità opaca e tra le più potenti del paese.
Gaesa è l’acronimo spagnolo di Grupo de administración empresarial, un conglomerato di imprese che appartengono alle forze armate, che lo gestiscono. Raúl Castro l’ha fondato durante il periodo speciale per dare all’esercito un modo per finanziarsi (il padre del Cangrejo ne prese il controllo nel 1996 e la gestì fino alla sua morte nel 2022). Gaesa è cresciuto fino a comprendere decine di imprese nei settori dell’edilizia, degli hotel e del turismo, della logistica portuale, della pesca e delle importazioni commerciali, oltre a negozi al dettaglio e servizi finanziari, in particolare le rimesse da cui i dipendono molti cubani. Si pensa inoltre che possieda una serie di società e proprietà a Panamá, dove Rodríguez Castro va spesso.
Alla metà di febbraio un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha minimizzato gli incontri con Rodríguez Castro, dicendo ad Axios: “Non li definirei negoziati, ma discussioni sul futuro”. Qualche giorno dopo alcune fonti hanno confermato al Miami Herald che funzionari statunitensi hanno incontrato Rodríguez Castro a St. Kitts, ai margini di una conferenza sulla sicurezza per i paesi caraibici. In seguito Rubio ha suggerito che un’influenza residua del vecchio regime potrebbe essere accettabile per un certo periodo. “Cuba deve cambiare”, ha detto. “Non deve cambiare tutta in una volta”.
Il 25 febbraio, lo stesso giorno della conferenza a St. Kitts, un motoscafo rubato da un porto turistico in Florida è entrato in acque cubane trasportando dieci esuli pesantemente armati, in missione per rovesciare il regime. Quando la barca si è avvicinata alla costa è stata intercettata da una motovedetta della guardia costiera cubana e ne è seguita una sparatoria: quattro uomini sono stati uccisi e gli altri feriti, uno è morto qualche giorno dopo. Le autorità cubane hanno condannato l’episodio come un attacco terroristico, ma non hanno incolpato gli Stati Uniti. Anche Rubio ha evitato accuse dirette, affermando che a Washington avrebbero condotto un’indagine.
Entrambi i governi sono consapevoli che le relazioni bilaterali spesso cambiano a causa di episodi isolati, quasi fortuiti. Nel primo mandato di Bill Clinton i tentativi di migliorare i rapporti si erano interrotti quando un gruppo anticastrista in Florida aveva fatto volare due Cessna nello spazio aereo cubano. I Mig cubani erano decollati e avevano abbattuto gli aerei, uccidendo quattro persone, tra cui tre cittadini statunitensi.
Nel mezzo del caos che ne era seguito Clinton era stato costretto a firmare la legge Helms-Burton, una norma sostenuta dai repubblicani di destra per ufficializzare la loro opposizione alla Cuba comunista. Tra le varie misure la legge stabilisce che lo smantellamento del regime dei Castro rientra nella politica ufficiale degli Stati Uniti, proroga indefinitamente l’embargo commerciale del 1962 e prevede sanzioni per le aziende straniere che fanno affari con Cuba. Può essere abrogata solo con l’approvazione del congresso, ma Clinton aveva sospeso la sua disposizione più punitiva, il titolo III, ricorrendo ogni sei mesi al potere di deroga, una prassi proseguita da George W. Bush e Barack Obama. Nel 2019 Trump ha autorizzato l’applicazione di questa disposizione e, due anni dopo, ha reintrodotto una vecchia misura che dichiara Cuba uno stato che sostiene il terrorismo.
Nelle discussioni sulla politica di Washington nei confronti di Cuba, Rubio ha parlato più volte della Helms-Burton, in base alla quale non può esserci un governo di transizione finché i Castro sono ancora al potere. Ma l’amministrazione Trump sembra disposta a permettere a Raúl di esercitare influenza tramite il nipote. A marzo la Casa Bianca ha suggerito le dimissioni di Díaz-Canel per facilitare i negoziati, un gesto che permetterebbe a Trump di rivendicare una vittoria lasciando sostanzialmente intatto il regime.
Ric Herrero, capo del Cuba study group, un’organizzazione che si occupa di politica con sede a Washington, sostiene che la priorità immediata di Rubio sia stabilizzare l’economia cubana, il che implica negoziare con l’attuale struttura di potere. Quest’idea è storicamente impopolare nella comunità cubana della Florida, ma Trump sta cambiando la loro percezione. “Ogni giorno dice: ‘Stiamo dialogando con i leader cubani’ e così normalizza l’idea”, ha spiegato Herrero. “Un mese fa i cubani di Miami dicevano: ‘Non negoziare con i comunisti. Patria o morte’. Ora invece dicono: ‘Di Marco Rubio ci fidiamo’”.
Herrero ha poi aggiunto: “Nessuno vuole un collasso a Cuba, perché significherebbe inviare truppe e tutto il resto. L’embargo serve a dire ‘Ce l’abbiamo più grosso di voi’ e a spingere i cubani al tavolo dei negoziati. Vogliono fargli capire questo: ‘È finita, siete diventati dipendenti dagli Stati Uniti. I vostri soldi arrivano dalle rimesse di Miami e quello che mangiate è in gran parte importato da qui. Ora anche il petrolio sarà gestito da noi’”. I cubani di Miami sognano da decenni di tornare a Cuba e annullare gli effetti della rivoluzione. Trump ha alimentato le loro ambizioni o, quanto meno, ha facilitato gesti di vendetta simbolica. Il titolo III della legge Helms-Burton consente cause legali contro le aziende che usano consapevolmente proprietà confiscate durante la rivoluzione. La corte suprema degli Stati Uniti sta esaminando una serie di cause autorizzate dalla legge. Tra queste, un reclamo da un miliardo di dollari della ExxonMobil per la confisca dei suoi beni a Cuba e un altro, da quattrocento milioni, contro una compagnia di crociere con sede in Florida per l’uso di porti espropriati. Molte altre cause sono pendenti per conto di famiglie che hanno perso aziende o case. In risposta alle pressioni dei legislatori e dei gruppi di esuli di Miami, la Florida ha riaperto un’indagine penale sul ruolo di Raúl Castro nell’abbattimento dei due Cessna nel 1996.
Il 16 marzo Pérez-Oliva, ministro del commercio estero, ha annunciato che Cuba aprirà la sua economia alla diaspora. Non è chiaro quanti investitori vedranno opportunità interessanti in uno stato in rovina, dove l’esercito controlla una parte consistente delle attività. Il turismo resta il modo più rapido per guadagnare, ma l’isola non è pronta a sostenerne uno sviluppo su larga scala. L’economista cubano Ricardo Torres, ricercatore all’American university, ha detto: “La grande differenza con il Venezuela è che Cuba non ha nulla. Il Venezuela, per quanto saccheggiato dal governo, ha il petrolio. Cuba ha bisogno di tutto. Chiunque vada al governo il primo giorno dovrà chiedersi: chi mi darà un miliardo di dollari perché il paese non resti al buio la prossima settimana?”.
Torres ha previsto che le centrali elettriche dovranno essere demolite e ricostruite; il costo stimato per ricostruire la rete è di dieci miliardi di dollari. Un altro problema è l’edilizia: circa la metà dei condomini pubblici costruiti dai sovietici è fatiscente e dovrà essere abbattuta. “Chi pagherà?”, ci chiede Torres. “Alcuni costi ricadranno sui contribuenti statunitensi”.
Anche se il governo ha sacralizzato il passato, la rivoluzione sta svanendo, mentre l’impresa privata prende il posto dello stato in bancarotta. Nella nuova Cuba mantenere le apparenze di solidarietà di classe conta meno. Durante il periodo speciale si diceva che Fidel avesse interrato la piscina, convinto di non dover godere di lussi mentre il popolo arrancava. I suoi ministri dovevano essere altrettanto austeri. Oggi i cubani ricchi guidano Audi e pick-up Ram importati. Le loro case hanno grandi generatori elettrici, mentre quelle dei vicini poveri restano al buio.
Per cinquant’anni i cubani che riuscivano a raggiungere gli Stati Uniti sono stati considerati fuggitivi dal comunismo e hanno goduto di uno status legale speciale. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca in migliaia sono stati espulsi. Lo scorso aprile Heidy Sánchez, una cubana di 43 anni residente a Tampa, in Florida, è stata separata dalla figlia di 17 mesi durante un controllo di immigrazione. Sánchez è stata portata via in manette, mentre la bambina è rimasta con il padre, cittadino statunitense. La donna era entrata illegalmente nel paese cinque anni prima, ma stava cercando di regolarizzare la sua posizione. Quando è stata espulsa lavorava come assistente infermieristica.
L’ho incontrata nel suo appartamento a San José de las Lajas, nel sudest dell’Avana. Ha pianto più volte raccontando la sua storia. Durante il volo di rimpatrio ha continuato a uscirle il latte dal seno, ha detto, ma nessuno le ha dato un asciugamano e la camicia si è bagnata. A Cuba ha stabilito una routine: videochiamate quotidiane con la figlia, se l’elettricità lo permette. La bambina non capisce dove sia la madre e a volte piange. Durante il nostro incontro Sánchez l’ha chiamata, ma la bambina era turbata e non ha voluto parlare.
Flessibilità
A Cuba, gli Stati Uniti non rappresentano ormai niente di più della possibilità di cavarsela, o magari un giorno di arricchirsi. I cubani che sperano in un cambiamento – nel loro paese e nei rapporti con gli Stati Uniti – sono consapevoli che i tentativi di rinnovamento hanno fallito più volte. Dieci anni fa Obama aveva negoziato un’apertura economica non molto diversa da quella che oggi chiede l’amministrazione Trump. I suoi collaboratori avevano avuto lunghi colloqui con Alejandro Castro Espín, unico figlio di Raúl Castro, noto come El Tuerto, il guercio, perché era stato ferito a un occhio in Angola. Dopo che Obama e Raúl si erano parlati direttamente, nel 2014 i due paesi avevano ristabilito le relazioni diplomatiche. L’apertura non era stata priva di complicazioni. Nel 2016 Obama, durante una visita all’Avana, aveva parlato a lungo del potere dell’iniziativa privata e aveva detto ai cubani che avrebbero potuto avere tutto ciò che avevano a Miami. Il regime, allarmato dalla possibilità di cambiamenti rapidi, cominciò a interrompere la cooperazione e a riaffermare il controllo.
È difficile dire se l’apertura di Obama avrebbe avuto successo nel tempo, perché Trump ha bruscamente interrotto il clima di distensione all’inizio del suo primo mandato. Tuttavia la sua amministrazione sembra aver tratto degli insegnamenti dall’esperimento. Secondo una fonte, i primi contatti di Trump con il regime cubano hanno incluso colloqui a Città del Messico tra la Cia, l’agenzia di intelligence statunitense, e Alejandro Castro Espín.
Ricardo Zúñiga, che ha contribuito a negoziare l’apertura di Obama come alto funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale, ha notato affinità e divergenze tra i due tentativi. “Obama non era disposto a contribuire al tipo di disastro umanitario che vediamo oggi a Cuba”, ha detto. “Questi signori hanno una visione molto diversa, per dirla con garbo”. Eppure la durezza delle tattiche di Trump, insieme ai cambiamenti nella politica internazionale, hanno modificato la strategia dei leader cubani. “Sul piano interno sono in pessime condizioni. I sostenitori di Cuba all’estero, Russia e Cina, potrebbero considerare un’occasione strategica il fatto che gli Stati Uniti esercitino il loro controllo sui paesi vicini, visto che loro vogliono fare lo stesso. Non penso che si impegneranno a fondo per mantenere a galla il regime”.
Secondo Zúñiga i funzionari cubani non credono nelle riforme che annunciano, ma comprendono la necessità di dimostrare flessibilità. “Gli eventi nel paese sono sempre meno nelle mani dei leader cubani”, ha detto. “Le aziende private stanno a poco a poco prendendo il controllo e facendo quello che il governo non può fare. Immaginate se fossero autorizzate a operare in condizioni più normali”.
Rimangono però dei rischi enormi. “Se i negoziati non porteranno a nulla e Cuba resterà una pentola a pressione, potrebbero esserci esiti catastrofici”, ha detto Zúñiga. “È facile immaginare uno scenario in cui gli oligarchi rivoluzionari seguono l’esempio dei russi e trasformano gli asset statali in beni personali. E, senza petrolio, sfrutterebbero le spiagge e finanzierebbero la ricchezza nazionale e personale tramite l’operazione di riciclaggio di denaro più grande della storia della regione. In che modo tutto questo aiuta gli Stati Uniti o i cittadini cubani?”.
Gli osservatori più attenti sostengono che i negoziati sono intrappolati in una dinamica senza via d’uscita. Rubio sembra preparato e impegnato per un cambiamento politico a lungo termine, ma la retorica aggressiva di Trump rende difficile per i leader cubani raggiungere un compromesso. A marzo, quando il presidente statunitense ha parlato della possibilità di “prendere” l’isola, Díaz-Canel ha risposto con un avvertimento: “Di fronte allo scenario peggiore, Cuba offre una certezza: ogni aggressore esterno si scontrerà con una resistenza inesorabile”.
Una storia
Joe Garcia, ex deputato democratico della Florida coinvolto nei rapporti tra Cuba e Stati Uniti da decenni, pensa che i leader cubani non accetterebbero facilmente l’immagine del loro paese come stato vassallo. “I cubani hanno una storia”, ha detto pochi giorni fa. “Hanno affrontato battaglie in tutto il mondo. Migliaia dei loro uomini hanno combattuto e sono morti in America Centrale e nelle guerre anticoloniali in Africa. Per essere una piccola isola dei Caraibi hanno sempre ottenuto risultati superiori alle aspettative, o almeno lo hanno fatto fino a un certo punto”.
I funzionari cubani non si sono ritirati dai colloqui, ma hanno fatto presente che il modello politico non può essere cambiato. Come gli statunitensi, sono più preoccupati dei loro privilegi che della sofferenza della popolazione. “Stanno cercando di capire come cavarsela”, ha detto Garcia. “Stanno affrontando l’imprevedibilità di Trump da una parte e il loro imminente collasso dall’altra. Ma i paesi non collassano. Continuano semplicemente a peggiorare”, osserva Garcia.
Alla metà di marzo uno dei diplomatici latinoamericani a Cuba ha descritto una situazione precaria: “Non entra neanche una goccia di petrolio nel paese. La razione di carburante si è ridotta e capita spesso che all’Avana ci sia elettricità solo per novanta minuti al giorno. Abbiamo vissuto nell’incertezza ma ora entriamo in una fase di pericolo. C’è il rischio di carestia, nuove epidemie, minacce ambientali, rivolte e che gli Stati Uniti ne approfittino e facciano qualcosa di folle. Le persone sono esauste, al culmine della disperazione. Ma credo che tutti amino Cuba”. ◆ svb
Molti cubani oggi non riescono a sostenersi solo con la fede politica. Quando le lezioni sono state bloccate per mancanza di elettricità, alcuni studenti arrabbiati si sono radunati sulla stessa scalinata per un sit‑in. All’Avana la gente ha protestato per la mancanza di viveri e corrente battendo su pentole e padelle. A metà marzo a Morón, una città esasperata dai lunghi blackout e da un’epidemia di chikungunya, una marcia pacifica è degenerata quando i manifestanti hanno raggiunto gli uffici del Partito comunista, assaltando l’edificio e gettando mobili da una finestra al secondo piano; in strada hanno acceso un falò con quegli stessi mobili, mentre la folla gridava “libertà”. Le salme delle 32 guardie sono state trasportate all’Avana e accolte con una cerimonia militare presieduta da Raúl Castro, che ormai appare raramente in pubblico. Le ceneri di quattro ufficiali sono state sepolte nella Necrópolis Cristóbal Colón, un cimitero monumentale dove riposano molte figure di spicco della storia cubana. Pochi giorni dopo il ministro dell’interno russo, Vladimir Alexandrovich Kolokoltsev, è andato in visita a Cuba per rendere omaggio ai soldati caduti, a testimoniare la persistenza dei legami nati durante la guerra fredda. L’esercito cubano continua a usare armi di fabbricazione russa e i servizi di sicurezza dei due paesi mantengono relazioni stabili. Nel conflitto attuale la Russia si è mostrata cauta. Forse per evitare di provocare Trump a dare maggiore sostegno all’Ucraina, Vladimir Putin ha evitato di condannare apertamente la cattura di Maduro e ha risposto all’embargo petrolifero con una dichiarazione tiepida, definendo “inaccettabile” la politica statunitense. A febbraio la Russia ha inviato una petroliera, ma poi l’ha deviata. L’8 marzo un’altra petroliera russa, l’Anatoly Kolodkin, ha preso il largo attraverso l’Atlantico diretta a Cuba e il 30 marzo gli Stati Uniti le hanno dato il permesso di attraccare. Cuba ha pochi altri alleati pronti a sostenerla. Per un breve periodo, dopo il raid in Venezuela, il Messico le ha inviato petrolio, ma a gennaio ha annullato una spedizione già programmata. La presidente messicana, Claudia Sheinbaum, ha spiegato che il cambio di rotta è dipeso da una “decisione autonoma” dell’azienda petrolifera statale Pemex, che però è sotto il controllo governativo, e ha precisato che il Messico avrebbe continuato a inviare aiuti umanitari. A febbraio la marina ha consegnato due carichi di rifornimenti di latte in polvere, fagioli e prodotti per l’igiene personale, ma non petrolio. I possibili candidati La disperazione ha spinto il governo cubano a prendere decisioni che hanno allontanato ulteriormente amici influenti. Lo scorso novembre il regime ha congelato i depositi bancari di ambasciate straniere e di aziende con conti in valuta pregiata, apparentemente perché aveva bisogno di liquidità. Un conoscente vicino ai vertici del partito mi ha raccontato che gli hanno sequestrato sette milioni di dollari, mettendo in ginocchio la sua attività. Ad altri, ha detto, era andata peggio: alcune aziende hanno perso l’accesso a decine di milioni. Ha scrollato le spalle. “Sai una cosa?”, ha chiesto. “Non mi aspetto di rivedere quei soldi”. Alla fine del nostro incontro mi ha stretto in un abbraccio forte e mi ha sussurrato una previsione sul futuro del regime: “È finita”. Quando ho parlato della crisi con i cubani, molti hanno usato un linguaggio eufemistico per riferirsi al “cambiamento”. Alcuni hanno parlato dell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela e del fatto che la vicepresidente Delcy Rodríguez e altri leader siano rimasti al loro posto a patto di accettare le richieste di Trump. Un cubano influente ha detto che il modello venezuelano ha avuto un impatto profondo, mostrando che poteva esserci un cambiamento pragmatico mantenendo il regime. “Non voglio dire che dovrebbero fare una cosa simile, con elicotteri e vittime”, mi ha detto. “Ma il fatto che in Venezuela abbiano trovato persone con cui lavorare ha seminato l’idea che qualcosa di simile possa succedere anche qui”. Secondo un ex stretto collaboratore di Chávez e di Maduro, il Venezuela non è certo un modello da seguire: l’ha definito con ironia “la Puerto Rico del ventunesimo secolo”, una colonia virtualmente statunitense guidata da una socialista alleata con un presidente statunitense di destra. “Chi lo avrebbe mai immaginato?”, ha detto. “È così assurdo”. Eppure questo ha dato ai cubani più influenti la speranza che la loro vita potesse migliorare senza troppi scossoni. Un diplomatico europeo sull’isola ha osservato che “a causa del Venezuela, qui ora la gente pensa di poter resistere, dopotutto”. Ma poi si è chiesto: “Chi guiderà questo paese in chiave capitalista e filostatunitense? Chi sarà la nostra Delcy Rodríguez?”. I suoi colleghi hanno aperto le scommesse. Un possibile candidato è Oscar Pérez‑Oliva Fraga, nominato da poco vice-primo ministro e parlamentare dell’assemblea nazionale, un requisito formale per candidarsi alla presidenza. Pérez‑Oliva, che è anche ministro del commercio estero, è pronipote di Fidel e Raúl Castro. Il diplomatico mi ha detto: “Se Raúl comunica all’esercito e ai servizi di sicurezza che ‘lui guiderà la transizione’, loro lo sosterranno”. D’altra parte, un legame con i Castro sarebbe un ostacolo con gli Stati Uniti. Un’ipotesi più furba potrebbe essere il primo ministro Manuel Marrero Cruz, ex responsabile del turismo favorevole allo sviluppo, legato ai militari. “Non è molto amato, ma è in una posizione interessante”, ha detto il diplomatico europeo. “L’ho proposto come opzione agli statunitensi e non hanno reagito negativamente”. La trasformazione del Venezuela in tre fasi ipotizzata da Rubio – stabilizzazione, ripresa e transizione verso una democrazia funzionante – è un modello difficile da applicare a Cuba. Anche se le trattative con gli Stati Uniti portassero a un accordo per indire le elezioni, Cuba non ha un’opposizione politica organizzata in grado di competere con il Partito comunista. Come mi ha fatto notare un amico all’Avana, non esiste un equivalente locale di María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana che ha favorito l’intervento statunitense. I dissidenti più noti sono morti, in carcere o in esilio. Lo scenario più probabile è che il prossimo leader emerga dall’interno della struttura di potere attuale. Quindi, secondo lui, cambierà poco. Una priorità immediata L’interlocutore principale dell’amministrazione Trump nei negoziati è Raúl Guillermo Rodríguez Castro, nipote di Raúl e suo guardaspalle personale. Soprannominato El Cangrejo, il granchio, a quanto pare perché è nato con sei dita a una mano, Rodríguez Castro ha 41 anni, un fisico da pugile, un naso aquilino e la mascella quadrata come Fidel. Nonostante la tendenza della famiglia Castro a esibire in pubblico uno stile di vita morigerato, sono circolate immagini di Rodríguez Castro a feste e in viaggi all’estero su jet privati e yacht. Corre voce che sia coinvolto in diversi affari loschi. Si dice anche che tuteli gli interessi della famiglia dentro il gruppo Gaesa, un’entità opaca e tra le più potenti del paese. Gaesa è l’acronimo spagnolo di Grupo de administración empresarial, un conglomerato di imprese che appartengono alle forze armate, che lo gestiscono. Raúl Castro l’ha fondato durante il periodo speciale per dare all’esercito un modo per finanziarsi (il padre del Cangrejo ne prese il controllo nel 1996 e la gestì fino alla sua morte nel 2022). Gaesa è cresciuto fino a comprendere decine di imprese nei settori dell’edilizia, degli hotel e del turismo, della logistica portuale, della pesca e delle importazioni commerciali, oltre a negozi al dettaglio e servizi finanziari, in particolare le rimesse da cui i dipendono molti cubani. Si pensa inoltre che possieda una serie di società e proprietà a Panamá, dove Rodríguez Castro va spesso. Secondo gli analisti Gaesa controlla almeno il 40 per cento dell’economia cubana e ha ricavi pari al triplo del bilancio statale. Nel 2025 il Miami Herald ha pubblicato documenti riservati che indicavano fondi del gruppo per miliardi di dollari in conti bancari esteri, fuori della portata del governo civile. A prima vista, Díaz‑Canel guida un’amministrazione fantoccio, mentre Raúl resta il presidente ombra, con il Cangrejo come braccio operativo. Chi conosce Díaz‑Canel di persona dice che vorrebbe aprire l’economia cubana, ma è stato sempre ostacolato da Gaesa, che non vuole concorrenza. Alla metà di febbraio un alto funzionario dell’amministrazione statunitense ha minimizzato gli incontri con Rodríguez Castro, dicendo ad Axios: “Non li definirei negoziati, ma discussioni sul futuro”. Qualche giorno dopo alcune fonti hanno confermato al Miami Herald che funzionari statunitensi hanno incontrato Rodríguez Castro a St. Kitts, ai margini di una conferenza sulla sicurezza per i paesi caraibici. In seguito Rubio ha suggerito che un’influenza residua del vecchio regime potrebbe essere accettabile per un certo periodo. “Cuba deve cambiare”, ha detto. “Non deve cambiare tutta in una volta”. Il 25 febbraio, lo stesso giorno della conferenza a St. Kitts, un motoscafo rubato da un porto turistico in Florida è entrato in acque cubane trasportando dieci esuli pesantemente armati, in missione per rovesciare il regime. Quando la barca si è avvicinata alla costa è stata intercettata da una motovedetta della guardia costiera cubana e ne è seguita una sparatoria: quattro uomini sono stati uccisi e gli altri feriti, uno è morto qualche giorno dopo. Le autorità cubane hanno condannato l’episodio come un attacco terroristico, ma non hanno incolpato gli Stati Uniti. Anche Rubio ha evitato accuse dirette, affermando che a Washington avrebbero condotto un’indagine. Entrambi i governi sono consapevoli che le relazioni bilaterali spesso cambiano a causa di episodi isolati, quasi fortuiti. Nel primo mandato di Bill Clinton i tentativi di migliorare i rapporti si erano interrotti quando un gruppo anticastrista in Florida aveva fatto volare due Cessna nello spazio aereo cubano. I Mig cubani erano decollati e avevano abbattuto gli aerei, uccidendo quattro persone, tra cui tre cittadini statunitensi. Nel mezzo del caos che ne era seguito Clinton era stato costretto a firmare la legge Helms-Burton, una norma sostenuta dai repubblicani di destra per ufficializzare la loro opposizione alla Cuba comunista. Tra le varie misure la legge stabilisce che lo smantellamento del regime dei Castro rientra nella politica ufficiale degli Stati Uniti, proroga indefinitamente l’embargo commerciale del 1962 e prevede sanzioni per le aziende straniere che fanno affari con Cuba. Può essere abrogata solo con l’approvazione del congresso, ma Clinton aveva sospeso la sua disposizione più punitiva, il titolo III, ricorrendo ogni sei mesi al potere di deroga, una prassi proseguita da George W. Bush e Barack Obama. Nel 2019 Trump ha autorizzato l’applicazione di questa disposizione e, due anni dopo, ha reintrodotto una vecchia misura che dichiara Cuba uno stato che sostiene il terrorismo. Nelle discussioni sulla politica di Washington nei confronti di Cuba, Rubio ha parlato più volte della Helms-Burton, in base alla quale non può esserci un governo di transizione finché i Castro sono ancora al potere. Ma l’amministrazione Trump sembra disposta a permettere a Raúl di esercitare influenza tramite il nipote. A marzo la Casa Bianca ha suggerito le dimissioni di Díaz-Canel per facilitare i negoziati, un gesto che permetterebbe a Trump di rivendicare una vittoria lasciando sostanzialmente intatto il regime. Ric Herrero, capo del Cuba study group, un’organizzazione che si occupa di politica con sede a Washington, sostiene che la priorità immediata di Rubio sia stabilizzare l’economia cubana, il che implica negoziare con l’attuale struttura di potere. Quest’idea è storicamente impopolare nella comunità cubana della Florida, ma Trump sta cambiando la loro percezione. “Ogni giorno dice: ‘Stiamo dialogando con i leader cubani’ e così normalizza l’idea”, ha spiegato Herrero. “Un mese fa i cubani di Miami dicevano: ‘Non negoziare con i comunisti. Patria o morte’. Ora invece dicono: ‘Di Marco Rubio ci fidiamo’”. Herrero ha poi aggiunto: “Nessuno vuole un collasso a Cuba, perché significherebbe inviare truppe e tutto il resto. L’embargo serve a dire ‘Ce l’abbiamo più grosso di voi’ e a spingere i cubani al tavolo dei negoziati. Vogliono fargli capire questo: ‘È finita, siete diventati dipendenti dagli Stati Uniti. I vostri soldi arrivano dalle rimesse di Miami e quello che mangiate è in gran parte importato da qui. Ora anche il petrolio sarà gestito da noi’”. I cubani di Miami sognano da decenni di tornare a Cuba e annullare gli effetti della rivoluzione. Trump ha alimentato le loro ambizioni o, quanto meno, ha facilitato gesti di vendetta simbolica. Il titolo III della legge Helms-Burton consente cause legali contro le aziende che usano consapevolmente proprietà confiscate durante la rivoluzione. La corte suprema degli Stati Uniti sta esaminando una serie di cause autorizzate dalla legge. Tra queste, un reclamo da un miliardo di dollari della ExxonMobil per la confisca dei suoi beni a Cuba e un altro, da quattrocento milioni, contro una compagnia di crociere con sede in Florida per l’uso di porti espropriati. Molte altre cause sono pendenti per conto di famiglie che hanno perso aziende o case. In risposta alle pressioni dei legislatori e dei gruppi di esuli di Miami, la Florida ha riaperto un’indagine penale sul ruolo di Raúl Castro nell’abbattimento dei due Cessna nel 1996. Il 16 marzo Pérez-Oliva, ministro del commercio estero, ha annunciato che Cuba aprirà la sua economia alla diaspora. Non è chiaro quanti investitori vedranno opportunità interessanti in uno stato in rovina, dove l’esercito controlla una parte consistente delle attività. Il turismo resta il modo più rapido per guadagnare, ma l’isola non è pronta a sostenerne uno sviluppo su larga scala. L’economista cubano Ricardo Torres, ricercatore all’American university, ha detto: “La grande differenza con il Venezuela è che Cuba non ha nulla. Il Venezuela, per quanto saccheggiato dal governo, ha il petrolio. Cuba ha bisogno di tutto. Chiunque vada al governo il primo giorno dovrà chiedersi: chi mi darà un miliardo di dollari perché il paese non resti al buio la prossima settimana?”. Torres ha previsto che le centrali elettriche dovranno essere demolite e ricostruite; il costo stimato per ricostruire la rete è di dieci miliardi di dollari. Un altro problema è l’edilizia: circa la metà dei condomini pubblici costruiti dai sovietici è fatiscente e dovrà essere abbattuta. “Chi pagherà?”, ci chiede Torres. “Alcuni costi ricadranno sui contribuenti statunitensi”. Anche se il governo ha sacralizzato il passato, la rivoluzione sta svanendo, mentre l’impresa privata prende il posto dello stato in bancarotta. Nella nuova Cuba mantenere le apparenze di solidarietà di classe conta meno. Durante il periodo speciale si diceva che Fidel avesse interrato la piscina, convinto di non dover godere di lussi mentre il popolo arrancava. I suoi ministri dovevano essere altrettanto austeri. Oggi i cubani ricchi guidano Audi e pick-up Ram importati. Le loro case hanno grandi generatori elettrici, mentre quelle dei vicini poveri restano al buio. Per cinquant’anni i cubani che riuscivano a raggiungere gli Stati Uniti sono stati considerati fuggitivi dal comunismo e hanno goduto di uno status legale speciale. Da quando Trump è tornato alla Casa Bianca in migliaia sono stati espulsi. Lo scorso aprile Heidy Sánchez, una cubana di 43 anni residente a Tampa, in Florida, è stata separata dalla figlia di 17 mesi durante un controllo di immigrazione. Sánchez è stata portata via in manette, mentre la bambina è rimasta con il padre, cittadino statunitense. La donna era entrata illegalmente nel paese cinque anni prima, ma stava cercando di regolarizzare la sua posizione. Quando è stata espulsa lavorava come assistente infermieristica. L’ho incontrata nel suo appartamento a San José de las Lajas, nel sudest dell’Avana. Ha pianto più volte raccontando la sua storia. Durante il volo di rimpatrio ha continuato a uscirle il latte dal seno, ha detto, ma nessuno le ha dato un asciugamano e la camicia si è bagnata. A Cuba ha stabilito una routine: videochiamate quotidiane con la figlia, se l’elettricità lo permette. La bambina non capisce dove sia la madre e a volte piange. Durante il nostro incontro Sánchez l’ha chiamata, ma la bambina era turbata e non ha voluto parlare. Flessibilità A Cuba, gli Stati Uniti non rappresentano ormai niente di più della possibilità di cavarsela, o magari un giorno di arricchirsi. I cubani che sperano in un cambiamento – nel loro paese e nei rapporti con gli Stati Uniti – sono consapevoli che i tentativi di rinnovamento hanno fallito più volte. Dieci anni fa Obama aveva negoziato un’apertura economica non molto diversa da quella che oggi chiede l’amministrazione Trump. I suoi collaboratori avevano avuto lunghi colloqui con Alejandro Castro Espín, unico figlio di Raúl Castro, noto come El Tuerto, il guercio, perché era stato ferito a un occhio in Angola. Dopo che Obama e Raúl si erano parlati direttamente, nel 2014 i due paesi avevano ristabilito le relazioni diplomatiche. L’apertura non era stata priva di complicazioni. Nel 2016 Obama, durante una visita all’Avana, aveva parlato a lungo del potere dell’iniziativa privata e aveva detto ai cubani che avrebbero potuto avere tutto ciò che avevano a Miami. Il regime, allarmato dalla possibilità di cambiamenti rapidi, cominciò a interrompere la cooperazione e a riaffermare il controllo. È difficile dire se l’apertura di Obama avrebbe avuto successo nel tempo, perché Trump ha bruscamente interrotto il clima di distensione all’inizio del suo primo mandato. Tuttavia la sua amministrazione sembra aver tratto degli insegnamenti dall’esperimento. Secondo una fonte, i primi contatti di Trump con il regime cubano hanno incluso colloqui a Città del Messico tra la Cia, l’agenzia di intelligence statunitense, e Alejandro Castro Espín. Ricardo Zúñiga, che ha contribuito a negoziare l’apertura di Obama come alto funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale, ha notato affinità e divergenze tra i due tentativi. “Obama non era disposto a contribuire al tipo di disastro umanitario che vediamo oggi a Cuba”, ha detto. “Questi signori hanno una visione molto diversa, per dirla con garbo”. Eppure la durezza delle tattiche di Trump, insieme ai cambiamenti nella politica internazionale, hanno modificato la strategia dei leader cubani. “Sul piano interno sono in pessime condizioni. I sostenitori di Cuba all’estero, Russia e Cina, potrebbero considerare un’occasione strategica il fatto che gli Stati Uniti esercitino il loro controllo sui paesi vicini, visto che loro vogliono fare lo stesso. Non penso che si impegneranno a fondo per mantenere a galla il regime”. Secondo Zúñiga i funzionari cubani non credono nelle riforme che annunciano, ma comprendono la necessità di dimostrare flessibilità. “Gli eventi nel paese sono sempre meno nelle mani dei leader cubani”, ha detto. “Le aziende private stanno a poco a poco prendendo il controllo e facendo quello che il governo non può fare. Immaginate se fossero autorizzate a operare in condizioni più normali”. Rimangono però dei rischi enormi. “Se i negoziati non porteranno a nulla e Cuba resterà una pentola a pressione, potrebbero esserci esiti catastrofici”, ha detto Zúñiga. “È facile immaginare uno scenario in cui gli oligarchi rivoluzionari seguono l’esempio dei russi e trasformano gli asset statali in beni personali. E, senza petrolio, sfrutterebbero le spiagge e finanzierebbero la ricchezza nazionale e personale tramite l’operazione di riciclaggio di denaro più grande della storia della regione. In che modo tutto questo aiuta gli Stati Uniti o i cittadini cubani?”. Gli osservatori più attenti sostengono che i negoziati sono intrappolati in una dinamica senza via d’uscita. Rubio sembra preparato e impegnato per un cambiamento politico a lungo termine, ma la retorica aggressiva di Trump rende difficile per i leader cubani raggiungere un compromesso. A marzo, quando il presidente statunitense ha parlato della possibilità di “prendere” l’isola, Díaz-Canel ha risposto con un avvertimento: “Di fronte allo scenario peggiore, Cuba offre una certezza: ogni aggressore esterno si scontrerà con una resistenza inesorabile”. Una storia Joe Garcia, ex deputato democratico della Florida coinvolto nei rapporti tra Cuba e Stati Uniti da decenni, pensa che i leader cubani non accetterebbero facilmente l’immagine del loro paese come stato vassallo. “I cubani hanno una storia”, ha detto pochi giorni fa. “Hanno affrontato battaglie in tutto il mondo. Migliaia dei loro uomini hanno combattuto e sono morti in America Centrale e nelle guerre anticoloniali in Africa. Per essere una piccola isola dei Caraibi hanno sempre ottenuto risultati superiori alle aspettative, o almeno lo hanno fatto fino a un certo punto”. I funzionari cubani non si sono ritirati dai colloqui, ma hanno fatto presente che il modello politico non può essere cambiato. Come gli statunitensi, sono più preoccupati dei loro privilegi che della sofferenza della popolazione. “Stanno cercando di capire come cavarsela”, ha detto Garcia. “Stanno affrontando l’imprevedibilità di Trump da una parte e il loro imminente collasso dall’altra. Ma i paesi non collassano. Continuano semplicemente a peggiorare”, osserva Garcia. Alla metà di marzo uno dei diplomatici latinoamericani a Cuba ha descritto una situazione precaria: “Non entra neanche una goccia di petrolio nel paese. La razione di carburante si è ridotta e capita spesso che all’Avana ci sia elettricità solo per novanta minuti al giorno. Abbiamo vissuto nell’incertezza ma ora entriamo in una fase di pericolo. C’è il rischio di carestia, nuove epidemie, minacce ambientali, rivolte e che gli Stati Uniti ne approfittino e facciano qualcosa di folle. Le persone sono esauste, al culmine della disperazione. Ma credo che tutti amino Cuba”. ◆ svb
Jon Lee Anderson è un giornalista statunitense. Scrive per il New Yorker. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Che. Una vita rivoluzionaria (Feltrinelli 2017).
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Questo articolo è uscito sul numero 1659 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati