Un articolo di Sarah O’Connor sul Financial Times si chiede se i social media seguiranno la stessa traiettoria del consumo di sigarette: i figli dei ricchi preserveranno il loro cervello in scuole senza smartphone e con attività all’aria aperta, mentre chi cresce in famiglie povere sarà risucchiato da TikTok. Negli ultimi decenni la consapevolezza dei danni del fumo ha ridotto il tabagismo tra le classi più istruite e ricche molto più che tra quelle a basso reddito. Oggi, nonostante prezzi in crescita, i fumatori sono il 35,5 per cento tra gli italiani in difficoltà economiche e il 20,7 tra quelli che non hanno problemi (dati EpiCentro). Le malattie e i tumori legati al fumo sono quindi più concentrati nelle classi sociali meno abbienti, quelle che dipendono dalla sanità pubblica. Grazie a efficaci attività di lobbying dei produttori, la consapevolezza dei danni delle sigarette elettroniche è molto minore: i laureati le fumano più di chi è senza istruzione.

I social media sono stati finora come le sigarette elettroniche: c’era il sospetto che non fosse una buona idea usarli nelle fasi dello sviluppo, e ora tra genitori e politici c’è una convinzione diffusa che si traduce in limiti e divieti. Il rischio è che interventi troppo blandi finiscano per lasciare la scelta alle famiglie, esasperando le disuguaglianze di partenza. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati