Fondata nel terzo millennio aC sulla costa del Mediterraneo, Tiro è una delle città più antiche al mondo abitate in modo continuo. Tra il nono e il sesto secolo diventò uno dei principali centri marittimi della civiltà fenicia e secondo gli storici lì fu prodotta per la prima volta la pregiata tintura blu-violacea, conosciuta anche come porpora di Tiro, per l’appunto. Si ritiene anche che i fenici partirono dalle sue coste per fondare le loro colonie in tutto il Mediterraneo, compresa Cartagine.
Nel corso dei secoli la città passò sotto il dominio di varie civiltà e imperi – persiani, greci, romani, bizantini, arabi, crociati e ottomani – che hanno lasciato un’impronta sul suo ricco patrimonio culturale e storico. Dal 1984 la città è nella lista dei siti patrimonio dell’umanità dell’Unesco. Le sue famose aree archeologiche comprendono Al Bass, dove si possono ammirare una necropoli fenicia e un ippodromo romano secondo solo al Circo massimo di Roma, oltre a un arco di trionfo e ad alcuni acquedotti. Ci sono anche chiese che risalgono ai primi anni della cristianità, comprese le rovine della più antica chiesa di oriente. Il quartiere cristiano, cuore della città vecchia, fu costruito su una penisola ed è noto per i suoi vicoli dove si affacciano edifici che sfoggiano un misto di architettura libanese, francese e ottomana.
Tiro, conosciuta anche come Sour in arabo, è diventata la quarta città più grande del Libano. Si trova circa 90 chilometri a sud di Beirut e a 20 dalla frontiera israeliana. È famosa soprattutto per le sue spiagge dalle acque turchesi e le riserve naturali che ospitano diverse specie di piante e animali, tra cui la tartaruga comune e la tartaruga verde, entrambe a rischio di estinzione. Nonostante le difficoltà economiche del Libano, le tensioni regionali e il conflitto tra Hezbollah e Israele che va avanti in modo più o meno latente dall’ottobre 2023, finora Tiro ha continuato ad attirare turisti, soprattutto locali negli ultimi anni, che volevano ammirare la “regina dei mari”, come è soprannominata.
Ma il patrimonio culturale e le bellezze di Tiro oggi rischiano di essere spazzate via dall’avanzata dell’esercito israeliano. Gli abitanti della città, in maggioranza appartenenti alla comunità sciita, vivono nell’ansia fin da quando il 2 marzo è ripreso il conflitto aperto tra Israele e Hezbollah, dopo che la milizia alleata di Teheran ha lanciato dei razzi verso il paese vicino in reazione all’attacco di Washington e Tel Aviv contro l’Iran. Da allora, man mano che l’esercito israeliano penetrava in profondità nel territorio libanese, le strade di Tiro si svuotavano, i ristoranti e i negozi chiudevano i battenti e nessuno più passeggiava sul lungomare.
Poi il 24 maggio è arrivato l’ordine di evacuazione. Dopo aver inasprito la sua offensiva nei giorni precedenti, l’esercito israeliano ha fatto sapere che tutte le aree a sud del fiume Zahrani, che scorre circa 50 chilometri a nord del confine tra Israele e Libano, erano considerate “zone di combattimento” e dovevano essere abbandonate. L’ordine riguardava anche l’intera città di Tiro, dove vivono circa 150mila persone, a eccezione del quartiere cristiano. All’alba del giorno dopo sono cominciati i bombardamenti, che secondo l’esercito israeliano erano diretti contro infrastrutture di Hezbollah.
Gli attacchi israeliani hanno causato un nuovo esodo di sfollati. Come riferisce la Bbc le autorità di Tiro hanno fatto sapere agli abitanti che non ci sono più posti nei rifugi della vicina città di Sidone, invitandoli a raggiungere la capitale, dove si sono già riversate migliaia di persone colpite dagli ordini di evacuazione israeliani nelle scorse settimane. Circa un milione di libanesi sono stati costretti a lasciare le loro case. Secondo Mountasser Abdallah, corrispondente di L’Orient-Le Jour, l’aviazione israeliana ha condotto 89 bombardamenti contro 42 località nel sud del Libano. Le autorità di Beirut hanno calcolato che dall’inizio di marzo le vittime sono 3.468 , centinaia delle quali sono state uccise dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 17 aprile.
Nella sua inesorabile avanzata, compiuta usando anche il fosforo bianco, domenica l’esercito israeliano ha conquistato il castello di Beaufort, un simbolo della resistenza nel sud del Libano dalla storia turbolenta. Costruita dai crociati intorno al 1.137 dC, la fortezza, nota anche con il nome arabo Qalaat al Shaqif, sorge in una posizione strategica, su un promontorio roccioso nel villaggio di Arnoun, vicino a Nabatieh, circa 700 metri sopra il livello del mare. Da lì si domina un panorama che si estende sul fiume Litani e sui territori del Libano, della Siria e di Israele e Palestina. Nel tempo il castello fu ampliato e rinnovato dagli ayyubidi, dai mamelucchi e dai governatori feudali locali. Restaurato circa dieci anni fa grazie a un finanziamento del Kuwait, è iscritto nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco, insieme ai suoi dintorni.
Come ricostruisce L’Orient-Le Jour, durante la guerra civile libanese il sito fu teatro di violenti scontri tra l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e l’esercito israeliano. Tra il 1976 e il 1982, mentre era sotto il controllo dell’Olp, subì centinaia di attacchi israeliani, che ne causarono la parziale distruzione. Durante l’invasione del sud del Libano nel giugno del 1982, un piccolo gruppo di combattenti palestinesi trincerati nel castello affrontò un imponente contingente israeliano, uccidendo sei soldati. Alla fine però l’esercito israeliano conquistò il castello e vi issò la sua bandiera.
Beaufort fu quindi trasformato in una base militare, con l’aggiunta di edifici e fortificazioni, che furono distrutti durante il ritiro israeliano nel maggio del 2000. Negli anni dell’occupazione, Hezbollah tese molte imboscate contro i soldati israeliani lungo la strada che collegava il castello al resto del territorio. Durante la guerra del luglio 2006, gli israeliani tentarono, senza successo, di riconquistare il sito. Successivamente fu avviato un ampio progetto di conservazione e valorizzazione, con l’obiettivo di preservarne l’integrità e renderlo un’attrazione turistica.
Oggi, esattamente 44 anni dopo la prima volta, la bandiera israeliana è tornata a sventolare sulla cima del castello, insieme a quella della brigata Golani, che ha guidato l’operazione e aveva partecipato anche a quella del 1982. Le autorità e la maggior parte dei mezzi d’informazione israeliani hanno celebrato la conquista come una “svolta” nella guerra e una vittoria dei “soldati eroici” necessaria per mantenere una “zona di sicurezza” in Libano. Ma una fonte anonima ha spiegato a L’Orient-Le Jour che l’occupazione in realtà ha una portata “più simbolica e psicologica che militare”. Il controllo della fortezza non è infatti “strategicamente decisivo” dato che nella zona ci sono colline più alte e che le forze israeliane resteranno esposte agli attacchi di Hezbollah.
Anche in Israele non tutti sono entusiasti. Parlando con il sito Ynet News, Orna Mizrahi, ricercatrice dell’Istituto per gli studi sulla sicurezza nazionale ed ex vicedirettrice del Consiglio di sicurezza nazionale di Israele, ha messo in dubbio l’utilità di riconquistare una postazione difficile da mantenere nel tempo, “sapendo che potremmo essere costretti ad abbandonarla di nuovo e che questo potrebbe comportare un prezzo molto alto”. Secondo Amos Harel, esperto di questioni militari di Haaretz, la “nostalgia prefabbricata” per il castello di Beaufort serve a nascondere un “fallimento strategico”, cioè l’incapacità di fermare la guerriglia di Hezbollah e la minaccia che il gruppo rappresenta per la sicurezza di Israele.
Però senza dubbio l’operazione offre dei vantaggi tattici. Il castello rappresenta infatti un punto di osservazione fondamentale per tenere sotto controllo i movimenti di Hezbollah, le sue principali vie di approvvigionamento e in generale tutto quello che succede in una gran parte del sud del Libano, fino al nord di Israele. Il rischio è che Tel Aviv sfrutti questi vantaggi per espandere ancora di più le sue operazioni nel paese vicino e conquistare altro territorio. Nei giorni successivi alla conquista di Beaufort, Israele ha infatti intensificato ulteriormente la sua offensiva, arrivando a ordinare un attacco contro la periferia sud della capitale Beirut.
A quel punto è intervenuto l’Iran, minacciando di far saltare il tavolo dei negoziati indiretti con gli Stati Uniti che si trascinano faticosamente da settimane per mettere fine alla guerra scatenata dall’attacco israelo-statunitense del 28 febbraio. Secondo le ricostruzioni, per salvare le trattative il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha imposto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di rinunciare a bombardare Beirut, in cambio della fine degli attacchi di Hezbollah.
In realtà dopo l’annuncio di Trump sono stati registrati attacchi da entrambe le parti, le cui dichiarazioni mettono in dubbio la tenuta dell’accordo. Un rappresentante di Hezbollah ha assicurato che il gruppo non smetterà di lanciare razzi verso Israele e Netanyahu ha ribadito che Tel Aviv attaccherà Beirut se il gruppo non fermerà le aggressioni e che l’esercito continuerà le operazioni nel sud del Libano.
Presi in mezzo a tutti questi fuochi ci sono, come sempre, i libanesi. “Cosa dobbiamo ricordare della storia del castello di Beaufort?”, si chiede in un editoriale Anthony Samrani, condirettore di L’Orient-Le Jour. La presa della fortezza “che incarna al tempo stesso la potenza della conquista e i limiti della forza in una regione contesa dagli imperi da oltre un millennio” fa temere una nuova lunga occupazione e la frammentazione del sud del Libano. Allo stesso tempo, però, Israele non riuscirà a sradicare Hezbollah, la cui legittimità come movimento di resistenza crescerà proprio a causa dell’occupazione. Il Libano, conclude Samrani, può essere salvato solo dai libanesi, che dovranno trovare il modo di fermare l’aggressione israeliana e allo stesso tempo neutralizzare politicamente e militarmente Hezbollah, avviando un dialogo con la comunità sciita.
Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.
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