Il 27 maggio migliaia di dipendenti del settore dei semiconduttori della Samsung Electronics hanno firmato un accordo storico grazie al quale potrebbero ricevere bonus milionari. L’intesa ha messo fine a mesi di stallo che rischiavano di sfociare in uno sciopero generale, scatenando una grave crisi nell’intero settore dei processori. In base all’accordo, i 78mila dipendenti che hanno diritto al bonus riceveranno per dieci anni il 10,5 per cento dell’utile operativo dell’azienda, che quest’anno potrebbe raggiungere la cifra record di 200 miliardi di dollari (172 miliardi di euro), sette volte quello dello scorso anno. In particolare, solo il 40 per cento della cifra confluita nei bonus per i semiconduttori sarà diviso in parti uguali tra tutti i dipendenti; la parte restante, invece, sarà distribuita in base alle prestazioni delle singole unità.
Alla fine i dipendenti dell’unità dei chip di memoria avranno la parte maggiore, con un bonus medio di 600 milioni di won (345mila euro) a testa, mentre quelli di altre unità attualmente in perdita, come il comparto che progetta semiconduttori, potrebbero ricevere tra i 160 e i duecento milioni di won. Il bonus sarà corrisposto in azioni, di cui i lavoratori potranno vendere subito un terzo, mentre dovranno conservarne un altro terzo per almeno un anno e il resto per due anni.
Il caso della Samsung non è unico in Corea del Sud né in tutta l’Asia. Già l’anno scorso, per esempio, avevano concluso un accordo simile i dipendenti della concorrente Sk Hynix: l’azienda si è impegnata a pagare ai lavoratori per dieci anni un bonus pari al 10 per cento dell’utile operativo; quest’anno potrebbe esserci un bonus medio di 710 milioni di won a testa per chi lavora ai processori, se dovesse essere rispettata la previsione di un profitto operativo di 250mila miliardi di won; i dipendenti che si occupano della produzione di smartphone, televisori e altri dispositivi avranno invece un bonus di sei milioni di won. A Taiwan, inoltre, il colosso Tsmc ha annunciato che quest’anno i bonus per i dipendenti aumenteranno in media del 30 per cento, mettendo a tacere le proteste sollevate dopo la notizia dell’accordo sindacale alla Samsung.
Questi risultati straordinari sono in larga parte dovuti alla crescita esponenziale della domanda di processori proveniente dall’intelligenza artificiale. Non è un caso che a maggio prima la Samsung e poi la Sk Hynix siano state le prime due aziende sudcoreane a raggiungere un valore di borsa superiore ai mille miliardi di dollari. L’euforia scatenata dall’intelligenza artificiale ha mandato alle stelle le borse e i surplus commerciali della Corea del Sud e di Taiwan, due tra i paesi più avanzati al mondo dal punto di vista tecnologico.
Come spiega il Financial Times, nell’ultimo anno e mezzo il Kospi, l’indice azionario della borsa di Seoul, è più che triplicato (andando a ritmi più veloci addirittura del Nasdaq ai tempi della bolla di internet) grazie a un vero e proprio esercito di investitori che ogni giorno punta soldi in borsa. La Corea del Sud è un paese in preda alla febbre del trading: su una popolazione complessiva di quasi 52 milioni di abitanti ci sono quattordici milioni di piccoli investitori individuali – soprannominati non a caso “esercito di formiche” – che comprano senza timore gli strumenti speculativi più rischiosi, comprese le criptovalute. Quest’anno le azioni della Samsung sono salite del 130 per cento e quelle della Sk Hynix del 170 per cento; l’indice Kospi è aumentato del 72,6 per cento.
Proprio a maggio la borsa sudcoreana ha superato quella indiana, diventando la sesta al mondo per il valore complessivo delle azioni quotate. È preceduta da Stati Uniti, Cina, Giappone, Hong Kong e, al quinto posto, da Taiwan, la cui borsa ha registrato un’impennata senza precedenti grazie ai risultati della Tsmc, che da sola contribuisce a più del 40 per cento dell’intero indice. Il boom economico è visibile anche nei dati della bilancia commerciale: a maggio le esportazioni sudcoreane sono aumentate del 53,2 per cento, segnando il ritmo più alto degli ultimi quarant’anni (ad aprile la crescita era stata del 48 per cento); le importazioni invece sono salite del 20,8 per cento, assicurando un surplus commerciale di quasi 27 miliardi di dollari. Per il primo trimestre del 2026 la banca centrale sudcoreana stima un’eccedenza di 340 miliardi di dollari. Stesso discorso per Taiwan, dove si parla di un surplus di 250 miliardi.
Le ombre della rivoluzione tecnologica
I dati fuori dal comune hanno permesso alla Corea del Sud e a Taiwan di ridurre gli effetti negativi della crisi scoppiata in Medio Oriente, che in Asia ha reso particolarmente alto il prezzo dell’energia. Shin Hyun-song, il governatore della banca centrale sudcoreana, ha spiegato che nel 2026 il pil dovrebbe crescere di un ulteriore 0,6 per cento rispetto alle previsioni, compensando abbondantemente il calo dello 0,4 per cento stimato in seguito alla crisi del golfo.
La ricchezza procurata dal settore tecnologico pone però un’altra sfida: sarà distribuita equamente nella società? Come racconta Bloomberg, il dibattito ferve soprattutto in Corea del Sud. L’accordo concluso dai sindacati con la Samsung ha reso felici i dipendenti della divisione dei semiconduttori, ma non certo quelli che si occupano di televisori, monitor, frigoriferi, lavatrici, condizionatori d’aria, smartphone, sistemi di rete e computer. Questi si sono sentiti esclusi e discriminati, tanto che il loro sindacato ha annunciato un’azione legale contro l’accordo.
Ma c’è di più. La Samsung si serve di decine di migliaia di lavoratori che non assume direttamente ma dipendono da ditte esterne e quindi non sono inclusi nell’accordo per la distribuzione dei profitti. Il mercato del lavoro sudcoreano è “a due strati”: uno è quello dei lavoratori sindacalizzati, che ricevono paghe migliori e bonus; l’altro è quello dei fornitori esterni, che devono accettare salari più bassi e precarietà. Ora c’è chi teme che il caso della Samsung non solo spinga molti altri lavoratori a chiedere accordi simili, ma soprattutto che accresca il malcontento tra chi ha di meno. Nell’impianto Samsung di Pyeongtaek, una fabbrica grande quanto quattrocento campi di calcio, cinquanta chilometri a sud di Seoul, tra i dipendenti si parla già della nascita di una nuova divisione di classe: da un lato i cosiddetti “aristocratici dell’ia” e dall’altro i lavoratori comuni. Non esattamente quel mondo di “abbondanza straordinaria” e del reddito minimo universale previsto da personaggi come Elon Musk.
In questo momento due paesi come la Corea del Sud e Taiwan stanno vivendo, probabilmente per primi, gli aspetti meno incoraggianti della rivoluzione tecnologica in corso, e cominciano a cercare delle soluzioni. Solo che, come ha ammesso il ministro del lavoro sudcoreano Kim Young-hoon, protagonista della mediazione che ha portato all’accordo della Samsung, nel caso della ricchezza prodotta dall’intelligenza artificiale “non c’è un precedente da seguire”. Il ministro ha poi aggiunto che non sono stati lasciati indietro solo alcuni dipendenti dell’azienda, ma anche buona parte della popolazione”.
Per questo il governo sta pensando di usare parte delle entrate fiscali per finanziare dei “redditi sociali” prima che le disparità continuino ad allargarsi. Ma bisogna considerare anche che in futuro il peso e l’influenza politica di aziende come la Samsung e la Sk Hynix sono destinati ad aumentare: “I due gruppi potrebbero arrivare a pagare ogni anno tasse per più di centomila miliardi di won, una cifra superiore a quella incassata dal governo da tutte le altre aziende messe insieme”, spiega Bloomberg.
Intanto gli abitanti di Pyeongtaek non sono per niente felici dell’accordo concluso alla Samsung. “Si tratta in fondo del fatto che chi è ricco diventa ancora più ricco e chi è povero diventa ancora più povero”, ha dichiarato un tassista a Bloomberg, prima di osservare: “L’aumento di stipendio accordato a un’élite ristretta farà salire i prezzi dei prodotti alimentari e delle case”. Invece Lee Se-hee, che dirige due ristoranti vicino la fabbrica, ha paura dell’automazione: “Se tutto viene automatizzato, la gente non avrà più bisogno di niente e le strade resteranno vuote. A quel punto noi cosa faremo?”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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