Un modo per capire l’enormità di quello che è successo il 6 gennaio del 2021 a Washington è ricordare un’altra terribile giornata storica del novecento: gli attentati dell’11 settembre 2001 alle torri gemelle di New York. Le differenze tra i due eventi sono molto grandi: gli attacchi del 2001 arrivarono dall’esterno e, anche se i morti e i danni materiali furono immensi, in quel momento gli Stati Uniti avevano molte opzioni per reagire. O almeno avrebbero dovuto averle, ma l’amministrazione di George W. Bush usò l’impatto sproporzionato dell’attacco di un piccolo gruppo terroristico come scusa per dichiarare una guerra: andò in Afghanistan e poi in Iraq a uccidere centinaia di migliaia di persone a un costo calcolato in migliaia di miliardi, ridusse le libertà dei cittadini americani, demonizzò i musulmani e costruì il superstato della sorveglianza smascherato in seguito da Edward Snowden. Era chiaro fin dall’inizio che per l’amministrazione Bush i cittadini statunitensi erano il principale nemico da sottomettere, e gli strumenti principali per farlo erano il patriottismo e la paura.
In generale, la prima reazione dei cittadini statunitensi alla catastrofe fu generosa, altruista, aperta, interessata a capire quali fossero i torti subiti dal Medio Oriente. Chiudere quelle menti e quei cuori e trasformare la generosità in paura e odio era il primo punto all’ordine del giorno. La risposta di Bush fu l’attacco più grave al popolo americano. Rafforzò la destra e favorì la xenofobia, la paranoia, il militarismo e il maschilismo. Incoraggiò attacchi feroci contro le minoranze, in particolare contro le persone che erano percepite (correttamente o meno) come mediorientali. Ci furono vari omicidi razzisti.
Per capire cosa è successo il 6 gennaio a Washington bisogna ricordare un’altra terribile giornata: l’11 settembre
In un certo senso quella risposta ha portato alla situazione attuale. Vale la pena di ricordare che nel 2001 l’aereo dirottato che i passeggeri costrinsero a schiantarsi in Pennsylvania in realtà era diretto a Washington, forse al Campidoglio. Il rapporto sull’11 settembre afferma: “Bin Laden disse a Ramzi bin al Shibh di istruire Mohamed Atta e gli altri a procedere come programmato contro gli obiettivi stabiliti prima che Atta lasciasse l’Afghanistan all’inizio del 2000: il World trade center, il Pentagono, la Casa Bianca e il Campidoglio”. L’11 settembre fu reso possibile dai problemi di sicurezza negli aeroporti e dall’incapacità di George W. Bush, che ignorò gli avvertimenti dell’amministrazione Clinton.
Anche quello che è successo a Washington il 6 gennaio è stato reso possibile da problemi di sicurezza, e in particolare dal comportamento degli agenti di polizia in servizio al Campidoglio. Sia nel caso che non abbiano riconosciuto la minaccia rappresentata da quegli uomini bianchi sia nel caso che fossero complici e abbiano ubbidito a ordini dall’alto. Spero che su questo si faccia chiarezza con un’indagine approfondita simile a quella sull’11 settembre. Ma non c’è nessuna ambiguità: è stato un attacco al governo degli Stati Uniti, istigato da un ramo di quello stesso governo per sovvertire il funzionamento dello stato e sabotare le elezioni. Anche questo è stato un attacco al popolo americano, ai suoi diritti e alle sue leggi, programmato per capovolgere i risultati del voto e la volontà del popolo.
Nel 2001 l’amministrazione Bush era vicina al governo saudita, un paese da cui proveniva la maggior parte dei terroristi che avevano dirottato i quattro aerei. E, con una mai chiarita violazione della chiusura degli aeroporti statunitensi, permise alle élite saudite di lasciare gli Stati Uniti subito dopo gli attacchi. L’esercito americano non fece nulla di speciale quel giorno. L’unico tentativo di difesa riuscito fu quello dei passeggeri del volo 93, che dirottarono l’aereo su cui si trovavano facendolo schiantare in un campo della Pennsylvania.
Il movimento complottista QAnon ha sempre invocato una resa dei conti, che chiama La tempesta, il giorno in cui tutti i leader democratici sarebbero stati massacrati
Se non avessero agito in quel modo, il Campidoglio avrebbe fatto la stessa fine delle torri gemelle. Invece è sopravvissuto per vedere il giorno in cui una folla istigata da un presidente criminale ha invaso l’edificio e ha terrorizzato tutti quelli che si trovavano al suo interno. Nelle sue stanze è stata fatta sventolare la bandiera confederata, il simbolo di un antico attacco agli Stati Uniti e ai suoi ideali di uguaglianza (spesso dimenticati e oltraggiati, ma ancora importanti).
Vale la pena di osservare che Rudy Giuliani ha avuto un ruolo in entrambe le vicende. Se, quando era sindaco di New York, non avesse deciso di fare un favore politico a un futuro donatore e di collocare il centro per la gestione delle emergenze nell’unico luogo della città già preso di mira da un attentato terroristico nel 1993, il centro non sarebbe stato distrutto. E lui sarebbe stato nel posto giusto, invece di girare tronfio per le strade. Giuliani esaltò i soccorritori ma contribuì anche a farne morire molti, accettando la decisione dell’amministrazione Bush di non rivelare quanto fosse tossica l’aria intorno alle torri in fiamme.
Giuliani era presente anche alla manifestazione di Trump che ha istigato l’assalto al congresso e chiedeva di risolvere la contesa elettorale “con un duello”. In questo caso Giuliani ha interpretato il ruolo di Bin Laden, o meglio l’ha interpretato Trump, con Giuliani come suo luogotenente, indirizzando gli aggressori verso il Campidoglio.
L’idea dell’assalto al Campidoglio è stata ispirata da una parte da Donald Trump e dall’altra dai complottisti di QAnon è successo il 6 gennaio a Washington bisogna ricordare un’altra terribile giornata: l’11 settembre
Molti hanno dimenticato che negli Stati Uniti degli anni novanta, ai tempi di Bill Clinton, esisteva già un movimento di destra simile, fatto di milizie e di teorie del complotto su governi mondiali dotati di elicotteri neri. Non raggiunse mai il livello di quello attuale, ma era molto simile. L’attentato di Timothy McVeigh del 1995 agli uffici federali dell’Oklahoma, ispirato da questa retorica e da teorie del complotto, fece 168 vittime e più di seicento feriti. Quel massacro non fece indietreggiare i complottisti, ma in qualche modo ci riuscì l’11 settembre, forse perché la demonizzazione dei dipendenti del governo federale improvvisamente non funzionava più, o perché leader come George W. Bush rappresentavano abbastanza bene la loro visione del mondo e la loro brama di virilità militarista.
Quello che è successo il 6 gennaio è stato diverso dall’11 settembre, come essere aggrediti da uno stupratore è diverso da essere investiti dall’auto di uno sconosciuto. È stato un lavoro fatto dall’interno, alimentato da un Partito repubblicano estremista e corrotto, e da una folla decisa ad attaccare i simboli del potere, i principali rappresentanti democratici e i processi costituzionali in corso in quell’edificio. La folla ha imbrattato le aule con escrementi e graffiti, rubato souvenir, rotto specchi e vetri, aggredito giornalisti e ucciso un poliziotto. Forse i più fanatici speravano di aggredire, e perfino uccidere, i politici democratici.
QAnon ha sempre invocato una resa dei conti, che chiama The storm, la tempesta, il giorno in cui tutti i leader democratici saranno massacrati. Come ha scritto il 7 gennaio il sito Business Insider: “La tempesta è un’espressione ricorrente nelle pagine di QAnon, il vasto movimento complottista nato su internet convinto senza alcun fondamento che il presidente Donald Trump sia impegnato a smantellare una rete di potenti pedofili. Lo vedono come un giorno di punizione violenta, in cui i nemici democratici di Trump e quelli che nel Partito repubblicano considerano traditori saranno giustiziati in massa”.
Sembra abbastanza probabile che tra quella folla inferocita, che era un misto di uomini e donne, imbecilli ed ex militari, qualcuno fosse lì proprio per quello scopo. Hanno picchiato i giornalisti a tal punto da farli temere per la propria vita. È raccapricciante immaginare cosa avrebbero fatto se fossero riusciti ad avvicinarsi alla presidente della camera Nancy Pelosi o ad altri esponenti democratici.
L’idea di questo assalto è stata ispirata da una parte dal presidente e dall’altra da QAnon, dalla rabbia, dalla delusione e dalla paranoia che entrambi hanno alimentato. I repubblicani hanno mostrato per decenni due facce: erano al governo, ma continuavano a sostenere di essere estranei al governo e di volerlo abbattere. La conclusione logica è quello che i latinoamericani chiamano un autogolpe, l’auto-colpo di stato in cui un leader eletto assume il potere e non si sente più obbligato a rendere conto di quello che succede.
Qualcuno però dovrà renderne conto, se gli statunitensi lo chiederanno con sufficiente forza. Questa volta, come la volta scorsa, la portata della catastrofe dipenderà da quello che faremo. Non permettiamo che la storia ci venga rubata di nuovo. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1392 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati