Per diversi anni, ogni estate Anne-Sophie Behaghel si è stesa al sole sulle spiagge bretoni senza nessun timore. In inverno manteneva il suo colorito con le lampade abbronzanti. Oggi, all’età di 48 anni, la donna ammette che all’epoca la sua abitudine rispondeva soprattutto a un ideale estetico: “Per essere belle bisognava avere una pelle dorata”. Nel tempo il suo rapporto con il sole è profondamente cambiato. Verso i quarant’anni ha deciso di abbandonare del tutto i raggi uv artificiali. Adesso usa una crema solare con protezione 50 e tollera meno le esposizioni prolungate.
Una volta l’abbronzatura non era un problema. Parlava di vacanze, di tempo libero, di una forma di rilassamento sociale. Avere la pelle dorata significava anche mostrare di aver fatto un viaggio. Negli anni sessanta e settanta era diventata addirittura un simbolo di modernità, un segno di emancipazione di un corpo esposto, libero dalle costrizioni. Oggi questa abitudine apparentemente innocua è carica di ambivalenza. L’abbronzatura non è sparita dall’immaginario collettivo e continua a significare salute, vitalità, una certa idea di bellezza, ma porta con sé raccomandazioni paradossali: bisogna proteggersi, certo, ma abbronzarsi comunque.
Nel 2026 l’abbronzatura non è più solo un’abitudine estiva o un retaggio culturale. È un tema sociale complesso, all’incrocio tra medicina ed estetica. Una pratica sintomatica di aspirazioni contraddittorie: conoscenza contro desiderio, prudenza contro esposizione, durata contro istantaneità.
Il rapporto con il sole non può più essere dato per scontato. I progressi della ricerca scientifica sono stati determinanti in questo cambiamento. Nel 1992 l’esposizione al sole è stata classificata dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) tra i carcinogeni, e le campagne di prevenzione hanno contribuito a radicare questa evidenza scientifica.
Secondo le stime del servizio sanitario francese, nel giro di trent’anni il numero di tumori della pelle è triplicato, con 18mila nuovi casi di melanoma ogni anno. Il sole non è più considerato solo un piacere, ma anche un pericolo riconosciuto, documentato e divulgato.
Eppure nell’estate 2025 su TikTok e Instagram l’abbronzatura era di tendenza. Vari video mostrano routine di esposizione al sole e segni del costume ben definiti. Alcuni hashtag come Tanlines (“linee di abbronzatura”), Suntattoo (“tatuaggio solare”) o Burnlines (“linee di bruciatura”) hanno accumulato miliardi di visualizzazioni, con ragazze che si applicano la crema solare in modo strategico per creare disegni sulla pelle. Il corpo diventa terreno di espressione artistica, con il rischio di bruciarsi e di mettere in pericolo la salute.
Cultura estetica
Senza arrivare a tanto, Perrine Perreux, 19 anni, studente a Champs-sur-Marne, in Francia, ammette di correre qualche rischio: “All’inizio della stagione uso una crema solare con protezione 30 o 50, poi però sto meno attenta. Mi proteggo soprattutto per evitare le scottature e le spellature, che sono davvero brutte”. Conclude sorridendo: “Cambierò di sicuro opinione alla prima ruga”.
La crema solare oggi è un pilastro della routine di bellezza
Per la scrittrice e filosofa Margaux Cassan, autrice del libro Ultra violet (Grasset 2024), la dipendenza dal sole interessa spesso “una donna estremamente esigente nei confronti di se stessa, del suo aspetto fisico e del suo percorso professionale”. Nel suo libro, che è un racconto intimo e una riflessione filosofica sul nostro rapporto “profondamente paradossale” con l’abbronzatura, scrive: “Sappiamo che può far male alla salute, eppure siamo ancora convinti che ci rigeneri e ci restituisca energia”.
La maggior parte dei francesi si dichiara consapevole dei rischi legati ai raggi ultravioletti e associa la protezione solare alla prevenzione dei tumori della pelle. Le regole per proteggersi ormai sono note: evitare di esporsi nelle ore più calde (tra le 12 e le 16) e applicare una crema solare adeguata. I filtri con protezione 15, 30, 50 o 50+ offrono una protezione (variabile) contro i raggi uvb, responsabili delle scottature e dei tumori cutanei, a condizione di ripetere l’applicazione ogni due ore.
Oggi la protezione raccomandata è la 50+. Apparentemente queste buone pratiche sembrano condivise da tutti. Eppure i comportamenti delle persone sono diversi: il 39 per cento dei francesi dichiara di non applicare mai la crema quando si espone al sole, secondo un sondaggio condotto da OpinionWay nel 2024. Una percentuale che sale al 42 per cento per le persone tra i 18 e i 24 anni, e al 46 per cento tra i 25 e i 34 anni.
Per la generazione Z, la consapevolezza dei rischi legati al sole coesiste con una forte cultura estetica e digitale. Anche se sono molto attenti al benessere, alla salute mentale e alla prevenzione, i più giovani si muovono in un universo in cui l’immagine ha un ruolo centrale. L’aspetto non è superficiale ma costituisce un linguaggio, un modo per esprimersi e per collocarsi nella società. L’abbronzatura quindi contribuisce a costruire un’identità visiva e sociale.
“I giovani sono molto sensibili agli ideali estetici e all’immagine che il loro corpo restituisce. Più che fare prevenzione sui rischi a lungo termine, che sono percepiti come astratti, può avere maggiore efficacia mostrare gli effetti dei raggi uv sulla pelle: invecchiamento, macchie, rughe precoci”, spiega la dermatologa Marina Alexandre, dell’ospedale Avicenne di Bobigny, in Francia. “La verità è che non dovremmo essere abbronzati. Se la pelle è dorata, significa che il suo dna è già stato alterato”.
Ogni esposizione ai raggi ultravioletti, del sole o delle lampade abbronzanti, provoca lesioni microscopiche del dna che accumulandosi contribuiscono ad accelerare l’invecchiamento cutaneo, la comparsa di macchie pigmentate e l’indebolimento del collagene. “Anche una colorazione leggera o un’abbronzatura progressiva non sono completamente ‘salutari’. Il corpo può reagire anche molti anni dopo, con melanomi o fotoinvecchiamento”.
Di fronte a questi dati l’industria cosmetica si adatta e propone delle innovazioni. Le creme solari non si limitano più a filtrare i raggi uv, ma sono arricchite con antiossidanti, agenti antietà, idratanti o correttori di macchie e sono pienamente integrate nella routine di cura della pelle. L’introduzione di filtri fotostabili e di nuove texture permette una protezione più efficace, la varietà dei formati disponibili (stick, sieri, spray) ne facilita l’uso quotidiano. La crema solare è diventata un pilastro della routine di bellezza. Anche gli autoabbronzanti, a lungo criticati per le tonalità artificiali e l’applicazione imperfetta, oggi presentano formule più naturali, arricchite con princìpi attivi come acido ialuronico, vitamina C o acidi della frutta.
Un’altra innovazione è sui capi di abbigliamento anti-uv, un tempo riservati ai bambini o ai surfisti, che oggi si indossano anche in spiaggia e in città.
Esistono poi nuovi strumenti digitali che dicono di aiutare a gestire l’abbronzatura. Alcune app promettono “un incarnato perfetto” calcolando il tempo di esposizione necessario a partire da una foto della propria pelle e dall’indice uv della giornata. “Questi strumenti danno l’impressione che l’abbronzatura possa essere controllata scientificamente, facendo credere che sia priva di rischi”, afferma la dermatologa nota sui social come Dermato Drey. Il rischio non è negato, ma viene calcolato. “Siamo di fronte a una forma di algoritmizzazione dell’abbronzatura, in cui una pratica potenzialmente pericolosa è riformulata come un obiettivo misurabile”, spiega Chloé Arjona, direttrice del dipartimento beauty dell’azienda di consulenza NellyRodi.
Effetto glow
Eppure l’abbronzatura non è più la norma. Anche se in passato è stata a lungo associata al lusso, alle vacanze e a un certo successo sociale, oggi può essere percepita come un’ostentazione eccessiva e volgare. Grazie alla diffusione della skincare, che s’ispira alle pratiche asiatiche, oggi coesistono diversi modelli estetici che danno priorità alla prevenzione e alla cura più che agli effetti del sole.
Idratazione intensa, protezione solare quotidiana, uniformità e luminosità naturale definiscono questo ideale di glow: una pelle luminosa, elastica e omogenea, che compete con l’abbronzatura, percepita come più artificiale e rischiosa. Questa evoluzione influenza fortemente le aziende cosmetiche e il marketing dei loro prodotti: il termine stesso di “abbronzatura” sta scomparendo a favore di espressioni come “colorito sano”, “luminosità naturale”, “pelle baciata dal sole” o “abbronzatura leggera”. In questo contesto emerge una controcultura dell’incarnato pallido, che ridefinisce il rapporto con il sole delle pelli chiare. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1662 di Internazionale, a pagina 106. Compra questo numero | Abbonati