Tutti sapevano che la fame, la miseria, l’assenza dello stato e di responsabili, avrebbero infiammato il Libano, a cominciare dalla città di Tripoli. La violenza, come previsto, è nelle strade. Ed è appena cominciata. I numeri dei morti e dei feriti ormai affiancano quelli delle vittime del covid-19. Almeno contro il virus si può sperare nel soccorso di un vaccino. Contro il crollo del paese cosa si può immaginare?
La decomposizione non è guaribile, perché diventa rapidamente autosufficiente. A partire da un certo stadio di deterioramento, ricade nella sfera dell’ineluttabile. Quello che succede non può più non succedere. Contiene di per sé il programma per l’avvenire. È tutto pronto a cadere, a crollare, a finire.
Quello che abbiamo ancora un po’ di difficoltà a cogliere è il grado di assistenza e collaborazione da parte dei poteri politici a questo processo di cancrena generalizzata. Più che collaborazione: impegno! Si ha l’impressione che disdegnino all’unanimità, e con ostinazione, tutto quello che potrebbe contrastare la malattia, ritardarla, anche se solo di poco. Nessuna sofferenza, nessuna morte nel paese, ispira mai in loro una parola di empatia, di cordoglio. All’indomani del 4 agosto 2020 (quando un’esplosione al porto di Beirut ha distrutto un quarto della città e causato la morte di circa duecento persone e il ferimento di altre migliaia), sembravano quasi più morti dei morti. Non hanno più compatrioti, non hanno più legami con la vita al di fuori della loro. Non hanno che se stessi.
I pezzi del puzzle
Ai piani alti qualunque catastrofe è accolta come il pezzo utile di un puzzle che li occupa a tempo pieno: il puzzle di un paese in frantumi. Giocano lentamente e in silenzio a dividere i pezzi, a montarli e smontarli. Compongono pazientemente la decomposizione. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non se ne stanno con le mani in mano: lavorano. La loro inerzia è organizzata, è uno scudo corredato di una calcolatrice: logora noi, e a lungo andare protegge i loro interessi. Sulla base di questo si può capire che sono perfettamente indifferenti agli appelli della popolazione. Perché venirle in aiuto se l’idea è sopraffarla?
È solo un’ipotesi? Vediamone un’altra: vogliono quello che hanno sempre voluto – ciascuno la sua fetta di torta – con l’alibi perfetto di farne beneficiare i componenti delle loro comunità. Ciascuno il suo denaro, ciascuno il suo pezzo di popolo, ciascuno il diritto di rubare nel nome della reciprocità. Tu rubi, io rubo, io copro te, tu copri me, eccetera. Osservato da vicino, questo scenario non ha nulla di contraddittorio con quello che lo precede. Non hanno un paese da governare. Quello che devono governare è un accordo fondato sul disaccordo. Si autogovernano. Governano la propria sopravvivenza e, evidentemente, lo fanno bene. Ognuno aiuta l’altro a non cadere. L’edificio crolla, loro reggono. Ma con il consenso, o addirittura l’aiuto, di chi riescono a reggere?
L’ostacolo perfetto
È qui che la questione si complica, qui sta la nota dolente. Potrebbe darsi che noi tutti siamo, in misura diversa, dei collaboratori. Intendo innanzitutto i libanesi, gli abitanti di questo paese nel loro insieme. Intendo anche le potenze cosiddette straniere che, ai suoi confini o da più lontano, hanno interesse a lasciar marcire e sgretolare il paese. Per poi intascare la posta in gioco. Ma questo è un capitolo più ampio, impossibile da trattare in poche parole, lasciamolo per il momento da parte.
Il 25 gennaio a Tripoli, nel nord del paese, è cominciata una contestazione contro le ripercussioni economiche del lockdown imposto fino all’8 febbraio per contenere la pandemia e contro l’inerzia della classe politica di fronte alle difficoltà del paese. La protesta ha preso una piega violenta e negli scontri con le forze dell’ordine un manifestante è morto e più di cento persone sono state ferite, mentre diversi edifici pubblici sono stati assaltati dalla folla. Manifestazioni di sostegno si sono svolte il 31 gennaio a Beirut, Tiro e nella valle della Beqaa.
Sul quotidiano libanese L’Orient-Le Jour, Anne-Marie el Hage ricorda che Tripoli, la seconda città libanese, è immersa in una “povertà cronica”, “dimenticata dallo stato e dagli investitori” nonostante abbia “le più grandi fortune del Libano”. Una povertà, sottolinea El Hage, “esacerbata dalla crisi politico-economica e dal crollo della moneta nazionale nei confronti del dollaro”.
Su Al Jazeera Timour Azhari spiega che la protesta “è stata innescata da un lockdown che non prevede misure di aiuto, in un paese in cui più del 50 per cento della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà”. Tripoli inoltre, scrive Azhari, “ha avuto un ruolo centrale nella rivolta scoppiata nel paese nell’ottobre del 2019 per rimuovere i leader politici, molti dei quali sono stati al potere per decenni”. Il sito New Lebanon punta il dito contro la leadership sunnita della città e del paese, a cui non interessa “alleviare la disperazione” di Tripoli e aspetta di capire “quale guadagno ricaverà dalla protesta”. ◆
Concentriamoci qui su di noi. Siamo sicuri di aver fatto tutto il possibile per sfrattare la cricca al potere? I partiti politici di opposizione, le associazioni si sono mobilitati, hanno unito a dovere le loro forze per metterla seriamente in pericolo? È vero che è molto difficile raggiungere alleanze solide in un paese in cui ogni passo in avanti significa una rinuncia, ogni decisione un numero incalcolabile di conseguenze, ogni opzione un buon motivo per obiettare.
Nell’equazione libanese c’è qualcosa di fondamentalmente irrisolvibile, un ostacolo quasi perfetto. Ciò non toglie che vi sia anche un immenso capitale di energie positive che indubbiamente non è stato sfruttato come si sarebbe dovuto, o potuto, fare. Siamo sicuri di aver rotto con il linguaggio che mettiamo in discussione? Al di là delle affiliazioni confessionali, c’è anche una rete tale di relazioni personali tra quello che chiamiamo il potere da un lato e la società civile dall’altro che è quasi impossibile fare un taglio in questo tessuto.
La scala ridotta del paese qui gioca a suo sfavore. Proprio come i metri quadrati sono sistematicamente confiscati dall’invasione del cemento, così gli individui lo sono dall’invasione di interessi e di affetti inestricabili. Quante persone competenti, con le capacità per cambiare le cose, sono penalizzate, limitate, dai loro agganci con questo o quell’altro signore della guerra, o questo o quell’altro uomo d’affari o politico corrotto? Quanti giornalisti hanno un debole per un mafioso, o ce l’hanno a morte con quell’altro, cosicché la somma dei loro interventi contribuisce al mantenimento dello status quo? L’assenza di rottura o di impermeabilità tra i funzionari delle istituzioni e i candidati al cambiamento ha creato, in ciascuno di noi, delle zone di confusione, se non d’inganno, che sono incompatibili con il principio del rovesciamento.
In compenso, in Libano c’è un’incredibile compatibilità della sopportazione e della compiacenza. Ciascuna e ciascuno aveva il suo Libano prima delle proteste scoppiate nell’ottobre del 2019, ciascuna e ciascuno ha avuto la sua thawra (rivoluzione).
Siamo ancora in grado di fare un unico discorso che includa tutto il territorio e tutti i suoi abitanti indipendentemente dai nostri interessi particolari, dalle nostre confessioni, dalle nostre preferenze? Siamo ancora in grado di creare un effetto di contrappeso di fronte al collasso generale? Non lo so. So solo che noi libanesi non siamo, e non saremo mai, abbastanza critici verso noi stessi in modo da essere minimamente credibili nella contestazione.
È utile, mi si dirà, coltivare la critica se non abbiamo vie d’uscita da proporre? Non c’è nulla di più incerto. Ma nella misura in cui non ci è stato ancora strappato il potere di parlare, forse dovremmo insistere a usarlo fino in fondo. ◆ fdl
Dominique Eddé è una scrittrice, insegnante, critica letteraria e traduttrice libanese.
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Questo articolo è uscito sul numero 1395 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati