Bisogna dire d’urgenza a Mario Draghi che non troveremo pace se non si affronterà di petto il problema più urgente che abbiamo in Italia e nel mondo: Matteo Renzi si sente sottoutilizzato. Questo senatore, in gioventù, è stato il beniamino di numerosi cittadini e di non poca intellighenzia di sinistra. Uomo di disordinata provvidenza, è diventato segretario del Pd, presidente del consiglio, fondatore di un proprio partito di rari italiani vivaci in un’Italia quasi tutta smorta. Perciò, secondo lui, è inimmaginabile che con questo curriculum di grande statista e stratega che disfa e fonda governi faccia il pouf di politicuzzi stinti, tra l’altro senza un decimo del suo scilinguagnolo poliglotta. Basta studiarsi il famoso video di Riyadh, e non solo per la lode anglofona del lavoro arabo, in linea del resto col fondativo Jobs act. Se si elimina la voce, si nota meglio come il corpo stesso di Renzi non riesca a contenere Renzi, e si gonfi e si storca e sfiati per non scoppiare. Che fare, dunque? Le soluzioni provvisorie sono inutili. Draghi potrebbe trovare, per il senatore nel ruolo di consigliere dei principi del mondo, ingaggi di prestigio in Lapponia. Ma è difficile che basti. Forse, se lo stimato banchiere-politico vuole portare a termine con serenità il suo mandato, deve tenere per sé il ministero dell’economia e assegnare a Renzi la presidenza del consiglio.

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Questo articolo è uscito sul numero 1395 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati