Trovo indovinata la combinazione tra le musiche di repertorio e i brani originali di Teho Teardo per accompagnare la visione di Portobello, la serie di Marco Bellocchio dedicata alle vicende giudiziarie e umane di Enzo Tortora interpretata da Fabrizio Gifuni. Nel repertorio troviamo Jesahel dei Delirium, Ci sarà di Albano e Romina, Roberto Murolo incorporato nella voce dell’attore Lino Musella (forse in uno dei suoi ruoli migliori) per dare una volumetria storica e di costume alle puntate. Ma a questi innesti di realtà riconoscibile e condivisa da gran parte degli spettatori corrispondono le tracce di Teardo. Tracce simbiotiche rispetto al cinema di Bellocchio, con la sua dimensione da operetta grave, claustrofobica e assertiva, che si occupa spesso di violenza istituzionale e di reclusione, di un’agitazione non ancora pienamente rivelata, talvolta forgiata nel piombo. La serie, scritta e girata in maniera esemplare, deve molto a quest’atmosfera sonora capace di una sorta d’ipnosi morale, dove il malessere sconcertato e il bisogno di tirare un sospiro di sollievo approfittando dei caroselli televisivi e della buona disposizione d’animo delle varie figure attorno a Tortora si alternano con ritmi intelligenti e imprevedibili, e così la paura e il conforto non sono mai esperienze assolute, ma esperienze adiacenti nella loro scomoda intimità. Se per Paolo Sorrentino il compositore aveva trovato un frastuono organizzato attorno all’idea dell’anomalia, qui trova una dimensione quintessenziale, dove l’abuso sembra regola. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati