Da tempo le grandi banche statunitensi hanno dichiarato guerra alle stablecoin, le criptovalute il cui valore è legato a un’attività finanziaria tradizionale (in genere il dollaro, ma anche l’oro) per sfuggire alla cronica volatilità di questi strumenti. Nel 2026 lo scontro ha cominciato a farsi pesante: a febbraio, in occasione del Forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, Jamie Dimon, il carismatico capo del colosso bancario Jp Morgan Chase, non ha usato mezzi termini con Brian Armstrong, amministratore delegato della borsa di criptovalute Coinbase, accusandolo di “dire un sacco di stronzate”.
Come mai un’uscita simile da parte di un manager che di solito è tenuto a misurare le parole anche in circostante estreme? Perché a Wall street molti cominciano a realizzare che le criptovalute – e le stablecoin in particolare – minacciano di trasformare radicalmente la finanza e soprattutto di spazzare via i suoi protagonisti storici.
Con la benedizione di Donald Trump e della sua famiglia, che fanno ricchi (e decisamente poco trasparenti) affari con le criptovalute e hanno approvato leggi a favore del settore, le stablecoin continuano a guadagnare terreno. In primo piano c’è Tether, la leader incontrastata del mercato che ha spostato la sua sede a El Salvador, cioè a casa del discusso presidente Nayib Bukele, paladino della criptovalute, ma soprattutto responsabile di continue violazioni dei diritti umani a danno dei suoi concittadini ma anche degli immigrati che gli spediscono gli Stati Uniti.
Nel 2025 l’azienda ha comprato titoli di stato americani per 28,2 miliardi di dollari, diventandone il settimo acquirente estero mondiale. In questa particolare classifica Tether è davanti a paesi come la Cina, e i suoi investimenti nel debito statunitense, sommati a quelli della Circle (il secondo grande gruppo delle stablecoin), superano ormai quelli di investitori del calibro della Corea del Sud e dell’Arabia Saudita. L’azienda inoltre possiede 24 miliardi di dollari in oro e fa concorrenza alle banche centrali. Sono dati eccezionali se si pensa che appena cinque anni fa le stablecoin erano sostanzialmente insignificanti. Oggi tutti gli istituti finanziari offrono un qualche servizio legato a queste valute.
A Washington assicurano che va tutto bene. Scott Bessent, il segretario al tesoro di Trump, ripete che le stablecoin diventeranno un’arma potente per assicurare in futuro il dominio del dollaro e allo stesso tempo per raccogliere i fondi necessari a finanziare il debito federale. Bessent stima che il settore possa passare presto da un giro d’affari di trecento miliardi a tremila miliardi di dollari. Poco importano i crolli a ripetizione e gli scandali sperimentati dalle criptovalute negli ultimi anni o il fatto che questi strumenti siano ampiamente usati da bande criminali e da paesi che vogliono aggirare le sanzioni statunitensi. Secondo la società di ricerche Chainalysis le stablecoin dominano i movimenti di capitali illegali con una quota dell’84 per cento. Tether, infatti, compare regolarmente in tutti i casi internazionali che coinvolgono organizzazioni criminali o governi sanzionati.
Le banche di Wall street e la Federal reserve (Fed, la banca centrale degli Stati Uniti) avvertono che il sistema delle stablecoin non è affatto stabile come suggerisce il nome. È vero che una stablecoin vale quanto un dollaro sempre, ma che succede se il dollaro o un altro valore sottostante subiscono un crollo? Se i clienti chiedono alla Tether di convertire in dollari le loro criptovalute, come riuscirà l’azienda a ripagarli tutti? A quel punto sarebbe inevitabile il crollo, che potrebbe fare molti danni al mercato finanziario.
Nel marzo del 2023, quando fallì la Silicon valley bank, il valore della stablecoin Usdc andò sotto la parità con il dollaro perché il suo emittente, la Circle, aveva rivelato che l’8 per cento delle sue riserve era detenuto presso l’istituto in crisi. A Wall street, inoltre, fanno notare che quando s’investe nelle stablecoin si consegnano dollari a Tether o ad altri operatori, che li investono e riscuotono rendite senza dovere nulla ai clienti.
In realtà è un altro il motivo che ha fatto scendere Wall street sul sentiero di guerra. Il Genius act, la legge del 2025 con cui Trump ha fatto entrare le criptovalute nella finanza che conta, prevede la possibilità di offrire stablecoin fruttifere, cioè di assicurare interessi a chi investe in queste valute. Non lo può fare chi le emette, ma chi le fa circolare, per esempio borse come Coinbase. Un vero e proprio incubo per la finanza tradizionale, spiega il Financial Times, perché le banche rischiano di perdere depositi (un mercato che vale 18mila miliardi di dollari) e clienti, attirati da attività più remunerative”. Così è partita una potente azione di lobbying per riscrivere il Genius act. Il Bank policy institute, per esempio, avverte che senza riforma il mondo del credito statunitense andrà incontro una crisi simile a quella del 2008.
Ma c’è un’altra questione sul tavolo: una possibile spaccatura nel fronte che sostiene Trump. L’attuale inquilino della Casa Bianca appoggia le criptovalute, facendo contenti senza dubbio i protagonisti della Silicon valley. Ma anche le banche di Wall street, osserva il Financial Times, sono dei donatori della politica molto influenti, soprattutto nel campo repubblicano. Forse Bessent riuscirà a mediare un accordo di pace e non si sentirà più parlare della riforma del Genius act, conclude il quotidiano britannico. “Nel frattempo la saga delle stablecoin è diventata un potente campanello d’allarme, non solo per la finanza ma anche per la politica statunitense e per quella globale. Se ne saprà di più alla prossima asta in cui il tesoro statunitense cercherà di collocare a Wall street nuovi titoli di stato”.
Questo testo è tratto dalla newsletter Economica.
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