“Questo è il fiore immortale. Una geometria di giallo. Nessuno in primo piano o sullo sfondo. Al suo posto, in posizione, eccola. A cavalcioni sul calice: una donna blu, una donna che tiene due neonati tra le braccia. Sono fasciati a loro volta in una coperta di iuta ricamata di stelle” – A.
Quali sono le massime e minime forme che una memoria può prendere?
Qui sul tavolo di fronte a me c’è un disegno del “fiore immortale” (loto) che A., mia madre, ha disegnato al culmine della sua malattia, due settimane fa. Ci sono 8.000 petali e negli esseri più illuminati che questo pianeta ha ospitato solo 4 di questi petali erano aperti, mi informa mia madre. Il loto e i petali compongono: il chakra della corona.
Cosa sarebbe vivere una vita dove anche solo un petalo fosse dispiegato?
Bhanu Kapil è una poeta, performer e accademica britannica, nata a Londra nel 1968 da genitori originari del Punjab. La sua raccolta più recente, How to wash a heart (Liverpool University Press 2020), ha vinto il T.S. Eliot Prize. Questo testo, tradotto da Elisa Biagini, apre una serie di poesie intitolata Seven poems for seven flowers and love in all its forms, uscita nel 2019 sul trimestrale britannico Mal Journal. Il 24 settembre Bhanu Kapil sarà a Firenze, ospite del festival internazionale di poesia Voci lontane, voci sorelle.
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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati