“La guerra in Sudan è spesso raccontata con numeri ed etichette. È stata definita ‘dimenticata’, ‘nichilistica’, ‘una guerra per niente’. Ma così si semplificano le poste in gioco e si dimenticano le persone”, scrive la ricercatrice sudanese Mahasin Dahab su The Continent. La rivista sudafricana critica il mensile statunitense The Atlantic che presenta quello in Sudan come un conflitto combattuto da generali sostenuti da potenze straniere mosse dall’avidità, in un mondo dove gli Stati Uniti non sono più i leader. Per Dahab la realtà sul campo è più complessa: parla di Al Fashir, una città assediata da 14 mesi dalle Forze di supporto rapido (Rsf), che hanno ingaggiato 227 battaglie contro l’esercito del generale Al Burhan. Ad aprile un violento attacco delle Rsf contro il vicino campo profughi di Zamzam ha causato, secondo alcune stime, più di 1.500 morti. Ad Al Fashir la fame è usata come arma di guerra e i circa 300mila abitanti della città si sono organizzati per creare delle mense comuni in un momento in cui i prezzi alimentari sono decuplicati. Ma non è bastato: come in altre regioni del Sudan, a inizio agosto anche ad Al Fashir è stata dichiarata la carestia. Ormai in Sudan si muore più di fame e colera che per le bombe, nota il giornale keniano The East African. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1628 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati