Quest’estate il tempo nel sud dell’Inghilterra, dove vivo, è stato terribile: ondate di calore eccezionali e siccità da record. I binari ferroviari si sono deformati causando disagi nei trasporti e i raccolti sono diminuiti sensibilmente, con gli agricoltori che avvertono che l’anno prossimo potrebbero esserci carenze alimentari.

Secondo alcuni esperti non potevamo aspettarci altro, visto che le proiezioni sul cambiamento climatico parlano già da tempo di estati “più calde e più secche”. Ma previsioni come queste non spiegano quello che abbiamo vissuto in questi mesi, ed è importante, oltre che urgente, capire perché, almeno se vogliamo essere preparati per la prossima estate e quelle immediatamente successive.

Scenari ormai familiari di “inverni meno freddi e più piovosi, estati più calde e più secche” descrivono quello che viene definito l’aspetto “termodinamico” del cambiamento climatico: la conseguenza generica del fatto che le temperature della superficie terrestre stanno aumentando a causa delle emissioni di gas serra e che un’atmosfera più calda contiene necessariamente una maggiore quantità di vapore acqueo.

Con un’aria più umida, i normali sistemi di bassa pressione che d’inverno portano la pioggia sulle isole britanniche, a causa del cambiamento climatico ne porteranno ancora di più. D’estate, al contrario, quando questi sistemi di bassa pressione sono frenati dalla minore differenza di temperatura tra l’equatore e i poli, dovuta allo spostamento del Sole verso nord, l’aria più calda renderà il terreno più secco, riducendo ulteriormente le precipitazioni. Conosciamo molto bene questo aspetto termodinamico, anche per la semplicità della fisica che ne è alla base.

Ma nulla di tutto questo ha direttamente a che fare con i fenomeni di quest’estate. La causa immediata della siccità è stata un persistente sistema di alta pressione, un anticiclone, che dalla tarda primavera si è installato su gran parte dell’Europa occidentale. Questo anticiclone ha allontanato dal continente le perturbazioni che di regola portano la pioggia. Per capire perché l’estate di quest’anno è stata così secca e calda, dobbiamo prima comprendere le cause di questo anticiclone eccezionalmente persistente.

Doppio scenario

Le possibilità, in linea di massima, sono due. La prima è che questo fenomeno faccia parte della variabilità caotica interna del clima e non abbia quindi alcun rapporto diretto con il cambiamento climatico. Se è così, la probabilità di un anticiclone altrettanto persistente nel 2027 è piuttosto bassa. In altre parole, possiamo aspettarci che la prossima estate si presentino schemi di circolazione atmosferica più “normali”.

Ma anche con il ritorno di schemi più normali, l’effetto termodinamico del cambiamento climatico si farà comunque sentire. L’estate del 2027 sarà prevedibilmente più calda e più secca rispetto alle estati del novecento, ma non dovremmo aspettarci la siccità estrema e il caldo persistente che abbiamo sofferto quest’anno.

La seconda possibilità, molto più preoccupante, è che sia stato proprio il cambiamento climatico a rendere più probabile la formazione di un anticiclone così persistente. In questo caso, il cambiamento climatico non starebbe solo influenzando la termodinamica dell’atmosfera, ma ne starebbe addirittura modificando la “dinamica”. È una distinzione fondamentale.

Per comprendere il cambiamento climatico a livello regionale, non basta pensare al clima come a una sorta di grande macchina a vapore che diventa sempre più calda e umida man mano che continuiamo a bruciare combustibili fossili. Dobbiamo anche osservare e prevedere le forze e i movimenti delle singole parti, gli ingranaggi e i meccanismi, che compongono il sistema climatico, in particolare l’atmosfera e gli oceani.

In questo secondo scenario, il cambiamento climatico influenza gli schemi stessi della circolazione atmosferica, comprese le correnti a getto che determinano come e dove si formano gli anticicloni. Le osservazioni suggeriscono che d’estate gli anticicloni persistenti stanno effettivamente diventando più frequenti e sono quindi correlati all’aumento delle temperature globali.

Ma è difficile ottenere dai modelli dei dati che confermino queste osservazioni: a differenza dell’aspetto termodinamico, la dinamica del cambiamento climatico è estremamente complessa e non lineare, e può essere affrontata quantitativamente solo usando modelli climatici più avanzati.

Lavorare insieme

Portando queste idee all’estremo, è possibile che presto ci troveremo a superare una sorta di punto di non ritorno, quando gli effetti dinamici del cambiamento climatico saranno diventati così forti che gli anticicloni persistenti saranno estremamente probabili ogni singola estate. Se è questo lo scenario che abbiamo di fronte, non possiamo permetterci di impiegare i prossimi dieci o vent’anni per adattarci alla nuova normalità climatica. Dobbiamo trovare il modo di adattarci subito.

Alcuni esperti di modelli climatici penseranno che sono allarmista. Dopo tutto, i modelli climatici globali più completi non confermano la previsione che gli anticicloni persistenti diventino una caratteristica di ogni estate. Ma sappiamo anche che questi stessi modelli faticano a simulare il tipo di anticiclone persistente osservato quest’anno, probabilmente perché non hanno una risoluzione spaziale e temporale sufficiente per rappresentare le interazioni turbolente tra fenomeni atmosferici che avvengono su scale diverse.

È noto che queste cosiddette interazioni tra scale hanno un ruolo importante nel mantenere gli anticicloni per lunghi periodi di tempo, come accade con la Grande macchia rossa di Giove. Il fatto che gli attuali modelli non riescano a simulare questo potenziale punto di non ritorno non è un motivo per stare tranquilli, ma per migliorare urgentemente i nostri modelli.

C’è un’ulteriore complicazione in questa storia: sta arrivando El Niño. Nel Regno Unito possiamo aspettarci che questo riscaldamento transitorio delle acque tropicali dell’oceano Pacifico produrrà i suoi effetti maggiori il prossimo inverno, che sarà più piovoso del normale all’inizio, ma forse più secco del solito in seguito. Tuttavia, in Europa il tempo varia molto da un episodio del Niño all’altro. Se quello in arrivo porterà precipitazioni inferiori alla media invernale, i bacini idrici non riusciranno a riempirsi prima della prossima estate, con conseguenze potenzialmente molto gravi.

Cosa fare? Da molti anni sostengo che tutti i centri nazionali per lo studio del clima dovrebbero mettere in comune le loro risorse umane e informatiche per poter realizzare dei modelli globali ad altissima risoluzione. Non riesco a pensare a un problema più importante e urgente che sapere se stiamo superando punti critici fondamentali. Se l’umanità lavorerà insieme, potremmo trovare rapidamente una risposta.

Ma quali potrebbero essere i provvedimenti politici concreti? Quali misure d’emergenza potrebbe introdurre ora il Regno Unito per contribuire a mitigare una siccità come quella del 2026, se dovesse ripetersi nel 2027 e se nel frattempo l’inverno non fosse piovoso quanto speriamo? Il paese ha bisogno, per esempio, di impianti di desalinizzazione? Le agenzie governative devono quanto meno cominciare a pensarci, urgentemente e collettivamente. Non c’è tempo da perdere.

(Traduzione di Gigi Cavallo)

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