I miei figli (ormai adulti) e i miei nipoti trovano inappropriato che, prima di un incontro di lavoro o di un’occasione sociale, perfino per una riunione di famiglia, io faccia una rapida ricerca online per avere informazioni su chi sarà presente. Penso che milioni di persone pubblicano contenuti sui social – LinkedIn o Facebook, per esempio – proprio perché presumono che i loro post saranno letti, quindi non invado la privacy di nessuno.
Queste ricerche mi offrono spunti per conversare e creare rapporti, in alcuni casi mi aiutano semplicemente a capire come si pronuncia un nome. Non sto analizzando i fascicoli dell’Fbi o informazioni riservate! È eticamente scorretto fare qualche ricerca prima di incontrare una persona?–Lettera firmata
Ci sono certamente dei motivi per evitare che una ricerca su internet influenzi i tuoi incontri con le altre persone. Chi posta notizie personali e fotografie non pensa necessariamente (anche se forse dovrebbe) che uno sconosciuto studierà quel materiale prima di sedersi con lui a un pranzo di lavoro. E se un profilo LinkedIn è fatto per essere letto anche da chi non ci ha mai visto, una pagina Facebook può essere rivolta a una cerchia di amici e familiari.
Detto questo, una minima preparazione può essere utile. Imparare a pronunciare correttamente il nome di qualcuno, leggere una biografia professionale o scoprire un interesse comune può rendere più facile la conversazione. A volte le informazioni che trovi possono anche suggerire quali argomenti evitare o quali sensibilità tenere presenti. Quando internet non esisteva, a una festa un buon padrone di casa ti avrebbe avvertito se uno dei presenti aveva perso da poco il coniuge o un genitore.
Faresti bene ad attenerti alle informazioni chiaramente pubbliche e pertinenti, e lasciare che siano le persone a raccontarti la loro storia. Probabilmente non vuoi cominciare una conversazione dicendo: “Ho visto su Facebook che proprio non ti piacciono i chihuahua”. I tuoi figli hanno ragione a pensare che fare ricerche in anticipo possa diventare inquietante. Ma tu hai ragione a pensare che non debba esserlo per forza.
Sono impelagata da tre anni in un divorzio estenuante. Il mio ex marito e io teniamo i nostri figli, che sono adolescenti e ancora più piccoli, fuori dalle nostre controversie e non parliamo male l’uno dell’altra, ma loro inevitabilmente percepiscono la tensione.
Il nostro ultimo conflitto riguarda una casa in comune. In base a un accordo di arbitrato vincolante, il mio ex marito, che diceva di voler continuare a viverci, aveva tempo fino a una certa data per acquistare la mia quota al valore da noi concordato. Lui ha lasciato scadere il termine. Ora vuole vendere la casa, ma insiste perché io accetti il prezzo stabilito in precedenza invece della metà dell’attuale valore di mercato (oggi l’immobile vale molto di più). Il mio nome è ancora sull’atto di proprietà.
Io penso di avere legalmente ed eticamente diritto alla metà del valore attuale. La cifra stabilita in precedenza si applicava solo all’acquisto della mia quota entro un termine preciso, sulla base della sua dichiarata intenzione di rimanere nella casa. Da allora ha cambiato idea. Accettare quella cifra adesso mi farebbe perdere una somma considerevole. Ho già fatto delle concessioni per porre fine al conflitto. Ho lasciato una casa che amavo e ne ho comprata un’altra perché lui voleva restarci e minacciava di battersi fino in fondo per ottenerla. Ho scelto la pace, per me stessa e per i nostri figli.
Ora mi chiedo se fare un’altra concessione potrebbe finalmente porre fine a questo calvario e migliorare il nostro rapporto come genitori. Ma la fiducia tra noi si è gravemente deteriorata. Se rinunciassi a ciò che ritengo mio di diritto, potrei continuare a provare rancore anche molto tempo dopo la fine di questa disputa. Quando il conflitto familiare coinvolge i figli, esiste il dovere etico di scendere a compromessi, anche a condizioni ingiuste? Oppure è più etico difendere con fermezza un principio di equità?–Lettera firmatata
Consentire al tuo ex marito di ottenere più di quanto gli spetta pur di mantenere la pace non mi sembra una buona idea e tanto meno un dovere morale. Innanzitutto, sembra improbabile che possa funzionare. Hai già fatto una grossa concessione lasciando la casa, e questo non lo ha reso meno combattivo. Perché pensare che un’altra concessione possa riuscirci?
C’è anche qualcosa di discutibile nel premiare pretese irragionevoli e comportamenti scorretti. Per usare un’espressione biblica, permetteresti agli empi di prosperare. E poiché la fiducia tra voi è già venuta meno, gestire il rapporto con i vostri figli rimarrà difficile indipendentemente da come sarà diviso il ricavato della vendita.
Quindi, per quanto riguarda la questione della casa, non deporre le armi. Potresti invece proporre una terapia familiare, nel tentativo di attenuare le tensioni per il bene dei tuoi figli. Lui potrebbe rifiutare, ma vale la pena chiedergli di concentrarsi, come stai cercando di fare tu, sull’interesse dei vostri figli.
Probabilmente dovrai affrontare un periodo di rapporti tesi qualunque sia la tua decisione. Ma quando le dispute legate al divorzio si saranno attenuate, si spera che riusciate a raggiungere una specie di difficile equilibrio. Una concessione inutile che alimenti il risentimento potrebbe lasciarti meno pace e più inquietudine di quello che meriti.
(Traduzione di Gigi Cavallo)
Il consulente etico è una rubrica del New York Times Magazine su come comportarsi di fronte a un dilemma morale. Qui ci sono tutte le puntate.
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it