Ben oltre gli incendi che imperversano in Europa e in Nordamerica il fumo, pericoloso da respirare, aleggia nell’aria, offuscando la vista e trasformando il colore stesso della luce solare in qualcosa di cupo e inquietante.

Secondo le stime più recenti a giugno in Europa sono morte circa ventimila persone a causa del caldo estremo. Mentre le fiamme e le inondazioni uccidono con violenza drammatica, l’afa è l’assassino silenzioso del cambiamento climatico. Nella zona orientale dello stato di Washington, negli Stati Uniti, 600 abitazioni sono state incenerite all’inizio di agosto. Sia in Europa che in Nordamerica diversi pompieri sono morti nel tentativo di contenere le tempeste di fuoco alimentate dal clima estremo.

Un tempo in gran parte delle zone temperate del pianeta la popolazione aspettava con trepidazione l’estate, un periodo segnato da divertimento, frutta abbondante, giornate lunghe, clima caldo, vacanze scolastiche, attività all’aria aperta come il campeggio e il nuoto, viaggi e avventure. Oggi, invece, molti attendono i mesi estivi in preda alla paura.

Se in passato l’estate era la stagione dolce celebrata dai poeti e dai musicisti, spesso ritratta come una divinità gentile, oggi è sinonimo di minaccia e dolore. Tutto questo mi fa pensare a un libro pubblicato da Bill McKibben nel 2011 e intitolato Eaarth, un invito a considerare il cambiamento climatico come un trasloco su un pianeta più pericoloso e inospitale rispetto a quello piacevole e stabile in cui ci siamo evoluti negli ultimi dodicimila anni, ovvero dopo l’ultima era glaciale.

So bene che esistono aree del mondo in cui l’estate è sempre stata dura. Vent’anni fa il mio amico Mark Klett, fotografo residente nei pressi di Phoenix, in Arizona, mi spiegava scherzando che “Phoenix ha solo due stagioni: l’estate e l’inferno”. Per Mark l’estate erano i mesi di gennaio e febbraio, mentre gli altri dieci mesi erano l’inferno.

Ma oggi anche a Phoenix l’estate è più inclemente di prima: alcuni residenti sostengono di essersi fatti delle gravi bruciature semplicemente perché cadendo sono entrati in contatto con l’asfalto incandescente. L’estate è cambiata ovunque.

Dal 1989 vado nel New Mexico ogni estate. Alcuni anni fa ho scoperto per la prima volta la paura del caldo: secondo le previsioni le temperature a Needles – una città californiana che si trova in mezzo al deserto, lungo le sponde del fiume Colorado e nei pressi del confine con l’Arizona – avrebbero toccato un picco di 46,6 gradi. Terrorizzata all’idea che la mia auto potesse non reggere un calore simile, mi chiedevo come avrei fatto a sopravvivere se l’aria condizionata si fosse rotta in autostrada. Ho risolto il problema restando al confine del deserto del Mojave durante la notte e la mattina dopo sono passata da Flagstaff, che a duemila metri di altitudine è più fresca rispetto all’area circostante. Il giorno dopo ho proseguito a velocità sostenuta fino al New Mexico.

Mentre scrivo questo articolo, mi trovo in New Mexico e mi godo la bellezza del suo cielo. Ma a 37 anni di distanza devo ammettere che l’estate non è più quella di prima. È molto più calda.

Le piogge monsoniche sono meno affidabili e spesso più violente. Negli ultimi anni la località di Ruidoso è stata colpita ripetutamente da inondazioni e incendi. Come molti occidentali, anche io ho respirato spesso il fumo tossico degli incendi boschivi; ho seguito in televisione il dramma delle foreste e dei centri abitati divorati dalle fiamme; ho amici che hanno perso la casa per i roghi e ho visto camini di mattoni torreggiare sulle rovine carbonizzate di un quartiere.

Mentre leggo dei turisti estivi soffocati dall’afa in tutto il mondo, dal Giappone alla Spagna, mi chiedo se in futuro i viaggiatori preferiranno partire in primavera e autunno e se le scuole cambieranno il calendario delle vacanze.

In effetti tenere i bambini al sicuro negli spazi climatizzati potrebbe essere la scelta più sicura, soprattutto per quelli che a casa non hanno gli strumenti per proteggersi dal caldo. Troppo spesso l’estate è diventata un momento a cui prepararsi con timore, la stagione del pericolo, del caldo torrido, del dolore. Come ha scritto il New Yorker: “Un incendio divampato a ovest di Bordeaux, grande quattro volte Parigi, ha provocato la più massiccia evacuazione in tempo di pace nella storia della Francia: 220mila persone”.

È come se avessimo scatenato una battaglia contro la natura, trasformando un luogo dopo l’altro in una zona di guerra. In questo senso il movimento per il clima è un movimento per la pace e per mettere fine a questa guerra.

Spesso parliamo dei danni creati dal cambiamento climatico in termini di oggetti materiali: strutture distrutte dal fuoco, dalle inondazioni e dall’innalzamento del livello dei mari, alberi morti, specie minacciate e ghiacciai che si squagliano a causa del caldo. Ma l’estate era un tesoro immateriale, una gioia che apparteneva a tutti noi.

I nostri giovani hanno fatto causa ai responsabili del caos climatico e ai governi che si sono rifiutati di agire, accusandoli di averli derubati del loro futuro. La perdita della gioia incommensurabile dell’estate fa parte di questo furto. Certo, non è il primo motivo per cui l’attivismo climatico oggi è fondamentale, ma è comunque un promemoria del fatto che stiamo perdendo non solo le possibilità di sopravvivenza e la sicurezza, ma anche la libertà e il piacere.

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