“La Francia brucia”, ha scritto Donald Trump sulla sua piattaforma Truth. Nessuno dubitava che il presidente statunitense avrebbe reagito in modo aggressivo alle immagini provenienti dalla Francia. E puntualmente lo ha fatto, seguendo il suo approccio ideologico: “Chiudete le frontiere e riprendete il controllo prima che sia troppo tardi”.

Anche il vicepresidente JD Vance, lo stesso che l’anno scorso aveva fatto la predica all’Europa a proposito della scomparsa della sua civiltà, non ha esitato a intervenire, dichiarando che i “liberali” hanno importato il terzo mondo in Francia “in nome dell’assimilazione e della compassione”. Vance ne ha approfittato per mettere in guardia gli statunitensi, sottolineando che questo è il futuro che i democratici preparano per il loro paese. Con le elezioni di metà mandato in programma tra due settimane, ogni piccolo vantaggio politico torna assolutamente comodo.

Le immagini delle violenze in Francia fanno il gioco dei sostenitori del pugno di ferro. Il presidente del Salvador Nayib Bukele, famoso per le incarcerazioni di massa in condizioni disumane, ha dichiarato che la Francia potrebbe risolvere i suoi problemi in una settimana se solo imitasse il suo modello.

Per non parlare dell’Iran, che nei primi giorni delle proteste studentesche in Francia ha convocato l’ambasciatore francese per rimproverarlo delle violenze della polizia. Un paradosso, considerando che all’inizio dell’anno le forze dell’ordine iraniane hanno ucciso fino a 30mila persone.

Resta il fatto che l’eco internazionale degli eventi del weekend è molto forte. Le fotografie del municipio di Limoges in fiamme e degli scontri in place de la République a Parigi hanno fatto il giro del mondo. I mezzi d’informazione mostrano il loro stupore davanti alla portata dei saccheggi e della distruzione: nel Regno Unito il Guardian scrive del “fallimento colossale dello stato”, mentre negli Stati Uniti il New York Times evoca il blame game, lo scaricabarile politico.

L’aspetto più grave è che tutto questo succede in un momento in cui la Francia sta già alimentando la preoccupazione a livello internazionale a causa della sua situazione finanziaria e dell’impasse politica, tra il peso enorme del debito, lo spread alto (la differenza di rendimento tra titoli di stato francesi e tedeschi) e le difficoltà nell’approvare il bilancio. Questi elementi si sono combinati per formare quella che gli anglosassoni chiamano una perfect storm, una tempesta perfetta.

Emmanuel Macron ha confermato il suo viaggio nel Golfo, organizzato per garantire l’approvvigionamento energetico in una fase di grande tensione. Tuttavia è evidente che il presidente francese, a sei mesi dalla fine del mandato e attualmente alla guida di un paese indebolito, ha un peso sempre minore. Macron è diventato quello che gli statunitensi chiamano una lame duck, un’anatra zoppa.

D’altro canto, nel caos del mondo attuale, sono pochissimi i leader che possono vantare una forte popolarità e la stabilità sociale nei loro paesi. Questo non toglie niente ai problemi della Francia e alla sua perdita d’influenza, ma relativizza i giudizi definitivi, soprattutto in un momento in cui Trump si schiera con Vladimir Putin e l’Ucraina ha bisogno dell’aiuto di tutti (anche di una Francia debole).

Questo clima esplosivo alla vigilia di un voto incerto fa il gioco degli avversari della democrazia, sicuramente deliziati dalle immagini arrivate questo fine settimana dalla Francia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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