Sul cruscotto dei conflitti in Medio Oriente si è accesa una nuova spia: quella dello Yemen. O meglio si è “riaccesa”, perché il paese è in guerra già dal 2024, con intensità variabile.
Negli ultimi giorni abbiamo assistito al risveglio del conflitto tra i ribelli huthi (che hanno legami profondi con il regime iraniano) e l’alleanza tra le forze governative yemenite e il grande vicino del nord, l’Arabia Saudita. Gli huthi hanno lanciato i loro missili contro le installazioni petrolifere saudite nel sud del regno e minacciano le esportazioni di idrocarburi sauditi che passano per il mar Rosso a causa del blocco dello stretto di Hormuz.
Questa nuova crisi rischia di avere una portata inedita. Il 9 settembre, infatti, è circolata la notizia di un possibile ingresso in guerra del Pakistan, firmatario il mese scorso del patto della Mecca insieme a Turchia e Arabia Saudita. È il primo banco di prova per la nuova alleanza militare nata dal fallimento statunitense nella guerra contro l’Iran. Il Pakistan mantiene già un contingente in Arabia Saudita, ma se fossero confermate le informazioni in arrivo dalla Turchia su una partecipazione dell’aviazione pachistana in Yemen saremmo davanti a un’escalation considerevole.
Lo Yemen è un groviglio di conflitti: una guerra civile nata dalla rivoluzione abortita del 2011 ai tempi della primavera araba; una guerra brutale con l’Arabia Saudita scoppiata nel 2014 e conclusa solo con il cessate il fuoco del 2022; una partecipazione dei ribelli huthi allo scontro con Israele in seguito ai bombardamenti su Gaza del 2023; e infine un allineamento degli huthi all’Iran. Per completare il quadro bisogna aggiungere il sostegno degli Emirati Arabi Uniti ai separatisti yemeniti, a cui l’Arabia Saudita ha messo bruscamente fine nei primi mesi dell’anno.
Questa complessità si manifesta in un paese stremato ma che controlla un luogo strategico, lo stretto di Bab el Mandeb, sul mar Rosso, via d’accesso al canale di Suez. È l’ennesimo punto di passaggio obbligato la cui chiusura avrebbe ripercussioni globali. I conflitti citati sono distinti ma anche strettamente collegati.
Inevitabilmente questo nuovo “fronte” avrà conseguenze importanti sulla guerra in Iran, per vari motivi: perché minaccia una via di navigazione cruciale, perché l’Arabia Saudita (paese chiave della regione del golfo Persico) viene bersagliata dai missili e perché nel frattempo prosegue il braccio di ferro tra Iran e Stati Uniti.
Di conseguenza bisognerà prestare la massima attenzione ai movimenti degli huthi per controllare il porto di Mocha (il cui nome è legato al commercio del caffè con l’Etiopia nel sedicesimo e diciassettesimo secolo), un’azione che garantirebbe ai ribelli il controllo sullo stretto di Bab el Mandeb. Lo stesso vale per i movimenti militari dell’Arabia Saudita e del suo alleato pachistano in caso di un proseguimento dell’escalation.
L’Arabia Saudita aveva interrotto la guerra in Yemen nel 2022 per dedicarsi al vasto piano di sviluppo ideato dal principe ereditario Mohamed bin Salman. Oggi, però, Riyadh è sulla difensiva e vede avvicinarsi la guerra. La storia e la geografia trasformano questo angolo della penisola arabica in una trappola strategica. Chi si avvicina lo fa a suo rischio e pericolo.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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