Non è un G7, ma un G6 più uno. Quell’“uno” è il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che occupa molto spazio. La data del vertice è stata spostata di ventiquattr’ore per consentire a Trump di festeggiare il suo compleanno con una moderna battaglia tra gladiatori alla Casa Bianca, mentre il programma è stato accuratamente preparato in funzione della sua suscettibilità (niente discorsi sul clima, per non farlo innervosire) e della sua limitata capacità di attenzione. Trump arriva in Francia minacciando il paese di tassare del 100 per cento i suoi vini come ritorsione per una tassa sul digitale. Una bella atmosfera, insomma.
In tutto questo, il 19 giugno è prevista una cena a Versailles per celebrare i 250 anni dell’indipendenza americana. Considerando il modo in cui Trump tratta i suoi alleati, viene da chiedersi se sia davvero una buona idea.
Il grande tema del vertice sarà l’accordo stretto all’ultimo momento tra Stati Uniti e Iran. I sei partner di Washington si saranno sicuramente complimentati con Trump per questo risultato, ma in privato, al di là della soddisfazione per il prolungamento del cessate il fuoco, i paesi del G7 ne pensano tutto il male possibile, a cominciare dai tre stati europei (Germania, Francia e Regno Unito) che per vent’anni avevano negoziato con Teheran prima di arrivare all’accordo sul nucleare del 2015, stracciato da Trump nel 2018 per fare il cavaliere solitario senza ottenere niente di più.
La Francia ha invitato a Évian i paesi del golfo Persico più coinvolti nel conflitto, cioè il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti, oltre all’Egitto (l’Arabia Saudita ha declinato l’invito). Per loro è prevista una sessione speciale. Considerando il contesto attuale, sarà l’evento principale del vertice.
Anche il dopoguerra sarà sicuramente al centro dei dibattiti, e qui la faccenda si fa più complicata: bisogna ripristinare la libertà di navigazione nello stretto di Hormuz (gli europei hanno preso l’iniziativa di proporre una missione navale, se le condizioni dell’accordo saranno rispettate), ritrovare un equilibrio tra l’Iran e i paesi del Golfo (vittime collaterali del conflitto) e immaginare quale sarà l’evoluzione dei rapporti con l’Iran, tra le sanzioni da cancellare, a condizioni da definire, e le rinunce a cui sarà costretto il popolo iraniano.
Nessuno pensa che il negoziato tra Iran e Stati Uniti sarà facile. Un funzionario europeo che conosce bene l’argomento sottolinea che Trump ha fatto concessioni a Teheran già prima di trattare, quindi ci si può aspettare che il regime iraniano sarà ancora meno flessibile.
Tra due mondi
L’ambizione francese (e in particolare quella Emmanuel Macron, che è all’ultimo vertice di questo tipo sotto la sua presidenza) era fissare il punto di partenza di un nuovo ordine mondiale. La presenza di Trump, però, ha reso impossibile questo risultato, dunque è stato necessario rivedere gli obiettivi al ribasso.
Eppure si tratta di un argomento centrale: all’inizio della sua storia, più di cinquant’anni fa, il G7 valeva due terzi del pil globale, mentre oggi rappresenta appena il 44 per cento del pil e il 9 per cento della popolazione del pianeta. Il “club” non può più vantarsi di riunire i sette paesi più ricchi né tanto meno il mondo industrializzato, dato che altre potenze emerse negli ultimi decenni non hanno un posto attorno al tavolo.
Questo tema sarà appena sfiorato a Évian, perché Trump crede solo ai rapporti di forza e non a una reinvenzione del multilateralismo. Ma è oggi che bisogna porre le basi del mondo di domani. Il primo ministro canadese Mark Carney ha dichiarato che “il nuovo ordine mondiale sarà costruito a partire dall’Europa”. In attesa che questa profezia ottimista si realizzi, bisognerà continuare a gestire il G7 nella transizione tra i due mondi, insieme a Trump.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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