Più o meno in contemporanea con l’uscita nelle sale dell’Odissea di Christopher Nolan la Rai ha ritirato fuori lo sceneggiato del 1968 tratto dall’opera di Omero. Diretto da Franco Rossi, Piero Schivazappa e Mario Bava, aveva Irene Papas nei panni di Penelope. Papas era greca e i critici dell’epoca insistettero sui suoi “lineamenti mediterranei così accentuati”, che incarnavano una Penelope dolente e non un’icona levigata. Nessuno, allora, sentì il bisogno di discutere se quei tratti fossero filologicamente accurati.
Vale la pena ricordarlo perché un altro personaggio dell’Odissea, un’altra donna, oggi è invece al centro di una polemica piuttosto estesa. Nolan ha scelto di affidare il ruolo di Elena, il “volto che varò mille navi”, all’attrice Lupita Nyong’o, che interpreta anche la sorella di Elena, Clitennestra.
Già a gennaio Elon Musk aveva attaccato il regista su X: “Christopher Nolan ha perso la sua integrità”. A maggio ha rincarato la dose, dopo che un profilo su Time ha confermato il doppio ruolo di Nyong’o, sostenendo che il regista avrebbe “desacralizzato” l’Odissea per rincorrere un Oscar. L’opinionista Matt Walsh ha definito Nolan “tecnicamente talentuoso ma codardo”. L’attrice ha risposto su Elle ricordando a tutti che l’Odissea è il frutto di “una storia mitologica” e non un documento storico.
Ma per chi attacca la scelta del regista scritturare una donna nera è un tradimento del testo. Tuttavia, bisogna ricordare che il Mediterraneo antico non era codificato razzialmente nei termini in cui lo è l’Europa moderna. Lo spiega su Slate la classicista Denise McCoskey, professoressa della Miami university e autrice di Race. Antiquity and its legacy. Per gli antichi greci il colore dei capelli o della pelle non rimanda a un’idea di razza, semplicemente perché quella categoria non faceva parte del loro modo di pensare. Anche la parola greca xanthós, con cui ci si riferisce a Elena e che comunemente è tradotta come “bionda”, è in realtà piuttosto ambigua agli occhi dei filologi, dice McCoskey. Pertanto, immaginare un’Elena bianca, oppure nera, significa proiettare sul passato una griglia razziale che i greci, semplicemente, non possedevano.
D’altra parte, il testo omerico offre elementi che smontano l’idea di una Grecia monocroma e bianca: il classicista Tim Whitmarsh, dell’università di Cambridge, nel saggio Black Achilles ricorda che nell’Odissea è la stessa Atena a scurire la pelle di Ulisse per renderlo più affascinante, un dettaglio che difficilmente si concilia con l’immagine di un mondo omerico bianco per definizione.
Una costruzione
La griglia bianco/nero del presente, con cui leggiamo e articoliamo la bellezza, è una costruzione ottocentesca, nata dal bisogno della filologia vittoriana di un’antica Grecia bianca, da rivendicare come eredità esclusiva. L’Elena nordica era, e continua a essere, frutto di un’iconografia sedimentata attraverso secoli di pittura accademica e di cinema – pensiamo a Diane Kruger in Troy (2004) – che l’ha imposta nel pensiero comune.
La classicista Sarah Derbew, dell’università di Stanford, ha dedicato un intero libro, Untangling blackness in greek antiquity, a recuperare la presenza nera nel mondo greco antico proprio contro la sua rimozione: una presenza che l’interpretazione occidentale ha reso invisibile nei manuali di storia più diffusi.
Musk e Walsh non stanno difendendo Omero, stanno difendendo un’invenzione ottocentesca spacciata per verità e su cui si basa gran parte dell’immaginario estetico contemporaneo.
Ma la domanda che mi interessa davvero non è se Elena “potesse” essere nera, ma cosa fa la macchina da presa con il corpo di una donna nera quando decide di metterlo in scena? Nel caso dell’attrice eritrea Zeudi Araya, protagonista del cinema italiano degli anni settanta, il suo corpo compariva quasi sempre come oggetto a disposizione dello sguardo altrui, raramente come soggetto.
Nel film di Nolan Lupita Nyong’o si cala nel ruolo di Elena e Clitennestra senza mai eccedere: eterea e accattivante, restituisce i tratti di un’Elena consapevole, che nasconde nello sguardo molto più di una bellezza superficiale.
Oltretutto, un dato che rende la sproporzione di questa polemica ancora più stridente è che nell’economia del film Elena/Clitennestra occupa uno spazio narrativo contenuto, poco più di un cameo esteso. L’attrice Anne Hathaway, che interpreta Penelope, ha un ruolo molto più centrale. Eppure, è su Nyong’o che si è riversata l’indignazione: e non per la centralità del personaggio, appunto, ma per la scelta di un corpo nero nel ruolo della “donna più bella del mondo”. E di conseguenza per l’impossibilità per certi spettatori che questa bellezza possa appartenere a una donna non bianca.
La risposta che dà Nolan resta comunque diversa da quella data per decenni dal cinema italiano coloniale e postcoloniale degli anni settanta, quando il corpo nero delle donne compariva quasi sempre come oggetto di sguardi altrui: esotizzato, muto, funzionale al desiderio di un protagonista bianco. Ed è diversa, più in generale, dalla tendenza di gran parte della storia del cinema, non solo italiano, a relegare le donne nere in ruoli subalterni: la domestica, la schiava, la confidente, la figura di supporto emotivo alla protagonista bianca, mai il centro del desiderio o della trama.
Nel 1968 la scelta di Irene Papas nel ruolo di Penelope non era una provocazione, era semplicemente l’Omero che l’Italia aveva scelto di raccontarsi. Sessant’anni dopo, la domanda su chi ha diritto di raccontare Omero, e con quale corpo, è tornata. La vera posta in gioco non è se Elena “possa” essere nera, su questo il testo e gli studiosi più attenti sono dalla parte di Nolan, non di Musk. È cosa succede dopo il casting: quanto spazio, quanta soggettività è concessa a quel corpo una volta entrato nell’inquadratura.
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