Accogliendo Donald Trump a Pechino, il presidente cinese Xi Jinping ha citato uno storico e capo militare greco vissuto quattrocento anni prima di Cristo. L’irruzione di Tucidide nei rapporti sino-americani, in un momento decisivo della loro storia, potrebbe risultare sorprendente, ma in realtà contiene un messaggio da parte del leader cinese per il suo omologo statunitense.
Nel suo libro sulla guerra del Peloponneso, Tucidide afferma che quando una potenza emergente sfida quella dominante, la guerra è inevitabile. All’epoca lo storico greco si riferiva a Sparta, la potenza dominante dell’epoca, e ad Atene, che la sfidava. Le due città si sono effettivamente scontrate 2.400 anni fa.
Il 14 maggio Xi Jinping si è chiesto se la Cina e gli Stati Uniti possano superare la “trappola di Tucidide”. Il riferimento è tanto più strano se consideriamo che la formula è stata coniata da un professore statunitense, Graham Allison, in un libro intitolato Destinati alla guerra. Possono l’America e la Cina sfuggire alla trappola di Tucidide? (Fazi), pubblicato nel 2017 durante il primo mandato di Trump. Nei circoli accademici la tesi di Allison è tutt’altro che universalmente accettata.
Detto questo, è naturale chiedersi cosa abbia spinto Xi a darle una simile visibilità. Il messaggio è duplice: da una parte il presidente cinese ufficializza il ruolo del suo paese come “l’altra” superpotenza del momento (da tempo la Cina è una superpotenza di fatto, ma la novità è che ora Pechino lo rivendica). Dall’altra parte, Xi mette in guardia gli Stati Uniti contro qualsiasi tentativo di bloccare o arginare l’ascesa della Cina. Se Washington ci provasse, la conseguenza sarebbe la guerra.
La citazione di Tucidide va accostata all’avvertimento su Taiwan: se la faccenda, che Pechino considera come un affare “interno”, sarà gestita nel modo sbagliato da Washington, sarà la guerra. Oggi è la Cina a fissare le regole del gioco, segno di un rapporto di forze nuovo con Trump.
Nella tensione scaturita da questi due avvertimenti risiede tutta l’ambivalenza della visita di Trump, a cui la Cina ha riservato un’accoglienza sontuosa. Il presidente statunitense, in cambio, ha definito Xi “un grande leader” e un “amico”. Ma questo tono non riflette la realtà dei fatti.
I due capi di stato avevano tutto l’interesse a presentare la visita come un successo: Trump perché l’anno scorso ha dovuto fare marcia indietro sui dazi contro la Cina quando Pechino ha imposto un embargo sulle terre rare, per non parlare del fatto che è impantanato nella guerra in Iran e ha bisogno dell’aiuto della Cina; Xi perché conosce le proprie fragilità e in questo momento non vuole uno scontro frontale con la potenza statunitense.
Il nuovo piano quinquennale della Cina è interamente impostato sull’autosufficienza e la riduzione delle dipendenze dall’occidente. Per portarlo a termine servirà tempo.
Un’altra ambivalenza è data dalla presenza dei grandi imprenditori all’interno della delegazione statunitense, a cominciare da quelli del settore tecnologico, in un momento in cui la Cina subisce pesanti sanzioni in questo ambito. Davanti alla scelta tra le sanzioni e i contratti, Trump sembra volere entrambi, ma si tratta di un complesso esercizio di equilibrismo.
L’immagine positiva della visita di Trump in Cina è stata diffusa in tutto il mondo, ma non bisogna farsi illusioni. Da un lato abbiamo Trump, che tante volte in passato ha attaccato la Cina; dall’altro c’è Xi, convinto che gli Stati Uniti siano una superpotenza in declino. In questo momento nessuno dei due sembra avere le risorse per sfuggire davvero alla “trappola di Tucidide”.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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