Alla stazione di Bologna c’è un orologio che segna l’ora esatta due volte al giorno: alle 10.25 del mattino e della sera. Il quadrante è un luogo della memoria. Le sue lancette hanno cristallizzato un trauma ancora molto sentito. Qui la mattina del 2 agosto 1980 morirono 85 persone per l’esplosione di una bomba a orologeria. I processi, che si sono conclusi solo nel 2025, hanno dimostrato che i responsabili, terroristi di estrema destra, agivano nell’ambito di una rete che comprendeva importanti personalità impegnate a favorire l’avvento di un regime autoritario.
L’attentato metteva fine ai cosiddetti “anni di piombo” in Italia, quelli dopo il 1968, segnati dalla violenza di una sorta di guerra civile latente tra un’estrema sinistra armata e paramilitari neofascisti legati agli apparati dello stato.
I nomi delle vittime, incisi su una targa, sono sormontati da un’epigrafe che mette fine a ogni possibile discussione: “Vittime del terrorismo fascista”. Bologna la rossa era stata punita dalle nuove camicie nere, insieme alla sua storia di lotte e di resistenza.
A distanza di tempo l’Italia progressista vede spesso in questo evento l’annuncio cruento di una nuova era, tra la fine della contestazione degli anni settanta e il trionfo delle idee neoliberali di Margaret Thatcher e Ronald Reagan, di cui Silvio Berlusconi sarebbe presto diventato l’imperfetto epigono.
L’attuale presidente della commissione parlamentare antimafia, Chiara Colosimo, è di Fratelli d’Italia, il partito di ispirazione neofascista della presidente del consiglio Giorgia Meloni. Nel 2023 la sua nomina aveva suscitato l’ira delle vittime: era stata fotografata in carcere mentre abbracciava uno degli esecutori della strage.
Pronti a resistere
Il tempo delle bombe è passato, ma Bologna è ancora un obiettivo, e la libertà accademica è sotto attacco. Nel dicembre 2025 il governo e il capo dell’esercito se la sono presa con la sua università, attiva fin dall’undicesimo secolo, per aver rifiutato l’attivazione di un nuovo corso di laurea in filosofia per ufficiali dell’esercito.
Bologna è anche la custode di un patrimonio di idee umanistiche che l’estrema destra in Europa, e non solo, cerca di recidere: che si tratti del principio del controllo della forza attraverso il diritto, riscoperto qui dai giuristi medievali; della resistenza di un antico comune autonomo agli imperi; o di una cultura antifascista del compromesso fondata dopo la seconda guerra mondiale su una base di principi condivisi dalla sinistra e dalla destra.
Ma Bologna non manca di risorse per affrontare questi attacchi. Sui venti precetti di lotta contro la tirannide elaborati dallo storico statunitense del nazismo Timothy Snyder (L’era dei tiranni, Rizzoli 2023), l’università di Bologna ne ha applicati almeno due: “non obbedire in anticipo” e “difendere le istituzioni”.
Al dipartimento di storia Roberto Balzani attribuisce un’importanza particolare a preservare idee che costituiscono la cultura repubblicana: “Nel marzo 2026 abbiamo commemorato l’80° anniversario del voto femminile in Italia, fondamentale per la nascita della repubblica. È importante perché, alle superiori, gli studenti raramente arrivano a studiare quel periodo storico, e la loro cultura politica ne risulta indebolita”.
Balzani è stato sindaco a Forlì, in Emilia-Romagna, eletto con il centrosinistra, e ora è presidente del Museo storico della liberazione di Roma. Mentre nella famiglia politica di Giorgia Meloni si tende a considerare la fine del fascismo come una sconfitta, Balzani ricorda che la costituzione, cara ai repubblicani bolognesi, fu una “sintesi delle idee delle forze popolari del paese, cattoliche, comuniste, socialiste e liberali”. Il Movimento sociale italiano (Msi), neofascista e ispiratore del partito di Meloni, ne fu escluso. “Oggi come allora la sinistra in Europa sbaglia se pensa di poter vincere da sola”, conclude.
A Bologna quest’idea non è nuova. Paolo Pombeni dirige la rivista Il Mulino, fondata nel 1951, un’istituzione bolognese che ha preparato intellettualmente, in un periodo di violenza politica e sullo sfondo della guerra fredda, le idee alla base del “compromesso storico” tra democristiani e comunisti. “L’idea era di rifare la costituente per salvare la democrazia”, spiega Pombeni. Ma nel 1978 il patto fu affossato dall’assassinio del suo artefice, Aldo Moro, per mano delle Brigate rosse.
Non è tempo di compromessi
L’idea però non è morta ed è stata ripresa da un ex direttore del Mulino, Romano Prodi, fondatore nel 1995 a Bologna di una coalizione di centrosinistra che è andata al governo. Prodi, che è stato per due volte presidente del consiglio e ha anche guidato la Commissione europea, oggi è convinto che la sua “piccola città, le cui dimensioni non sono in proporzione con la sua influenza intellettuale”, sia un obiettivo dell’estrema destra.
Nonostante questo il ministro della cultura Alessandro Giuli ha annunciato il 23 aprile la conferma dei finanziamenti per le attività legate alla memoria della resistenza, che inizialmente il governo aveva tagliato per finanziare misure contro il costo dell’energia.
Ma nell’Italia di Meloni, mentre il pensiero del giurista nazista Carl Schmitt fa il suo grande ritorno nel dibattito delle idee, non è il momento del compromesso ma della designazione del nemico. “O si è con lei o si è contro di lei”, conclude Prodi, che comunque è accusato da una parte della sinistra di aver preparato il terreno ai populismi con le sue politiche di austerità.
Oltre all’università e alla sinistra di compromesso, il terzo pilastro di Bologna va cercato nella chiesa. Sia Prodi sia Pombeni hanno come riferimento storico il cattolico antifascista bolognese Giuseppe Dossetti. Partigiano, keynesiano, ostile alla dominazione statunitense sull’Europa, Dossetti partecipò alla redazione della costituzione italiana e poi al concilio Vaticano II, una svolta storica voluta da papa Giovanni XXIII per costruire un compromesso tra il funzionamento tradizionale della chiesa e le idee moderne.
Diventato sacerdote, Dossetti fondò a Bologna nel 1953 la Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII, con l’aspirazione di studiare il concilio con gli strumenti della storia, pur rischiando di provocare la rabbia dei reazionari.
Oggi il suo successore, Alberto Melloni, deve affrontare nuovi pericoli. “Ci troviamo di fronte a poteri, in particolare negli Stati Uniti, pronti a influenzare la fede per interessi politici e geopolitici”, afferma, riferendosi al vicepresidente J.D. Vance, convertito al cattolicesimo e apostolo radicale di un movimento internazionale reazionario di cui Meloni diffonde le idee.
Di fatto l’estrema destra, che prospera negli Stati Uniti, sta estendendo la sua influenza nei luoghi del sapere romani. “Una chiesa indebolita intellettualmente è vulnerabile alle infiltrazioni ideologiche e alle eresie. Per resistere, c’è bisogno di un Cern del sapere religioso”, osserva Melloni.
La Fondazione di Alberto Melloni e la rivista Le Grand Continent prevedono di organizzare a Bologna, entro il 2027, un evento internazionale sull’uso delle idee e dei discorsi escatologici, come quelli portati avanti da Peter Thiel, il miliardario di estrema destra sostenitore dell’amministrazione Trump, in lotta, secondo lui, contro un “Anticristo” rappresentato dalle regolamentazioni ambientali e digitali.
Thiel è il fondatore della Palantir, un’azienda che offre servizi di analisi dei dati all’Ice (il servizio statunitense per l’immigrazione e le dogane), a Israele e alla direzione generale della sicurezza interna francese. Il miliardario ha cercato di tenere conferenze teologiche su questo tema a Roma, a marzo, suscitando l’ostilità del Vaticano e lo sconcerto di molti partecipanti.
Uniti nella protesta
Queste dinamiche si inseriscono in una lotta tra una certa mentalità europea e le idee oggi al potere a Washington, che coinvolge un’istituzione bolognese votata ai legami intellettuali transatlantici: il centro per l’Europa dell’università Johns Hopkins (School of advanced international studies Europe), fondato nel 1955, la cui sede principale si trova a Baltimora, nel Maryland.
Questa istituzione ha già subito le conseguenze della sistematica ostilità dell’amministrazione Trump nei confronti della conoscenza, perdendo preziosi finanziamenti. “Washington opera ormai in una logica di puro dominio, esportando le sue guerre culturali per indebolire l’Europa dall’interno”, spiega Renaud Dehousse, il direttore franco-belga di questa istituzione che le leggende metropolitane bolognesi dipingono come un nido di spie della guerra fredda. Oggi il progetto accademico non ha più un carattere atlantista, ma riguarda le relazioni dell’Europa con il resto del mondo.
Nonostante questo Bologna mantiene alcuni legami con gli Stati Uniti, non più di potere ma di contestazione. Christopher Cerasi, padre californiano e madre italiana, guida la sezione europea del movimento No Kings, nato oltreoceano per unire gli oppositori alle tendenze monarchiche incarnate dall’amministrazione Trump e teorizzate da alcuni degli ideologi che la influenzano.
A gennaio, a Bologna, si è tenuto un incontro nazionale di questo movimento “contro i re e le loro guerre”. “L’aria di questa città ti rende libero”, dichiara un attivista, riferendosi al motto medievale di Bologna, che fu la prima ad abolire la servitù della gleba e che difese la propria autonomia di fronte al sovrano del Sacro romano impero, al papa e al re di Francia.
Cerasi aspira a un “confederalismo democratico comunale”: “Gli attori sociali dovrebbero organizzarsi autonomamente e coinvolgere le istituzioni per resistere alla deriva autoritaria di alcuni stati”. Il 28 marzo Cerasi era a Roma alla testa del corteo No Kings, dove c’erano molte bandiere palestinesi, che aveva preso slancio dalla vittoria del no al referendum sulla riforma della giustizia. Il patriottismo costituzionale, attento a difendere le conquiste delle generazioni precedenti, ha vinto la sua sfida. In Italia l’Emilia-Romagna ha avuto il record nazionale di partecipazione a questa consultazione elettorale: il 66,6 per cento. E a Bologna il no ha prevalso con il 68,2 per cento.
“Qui l’antifascismo non è solo un ricordo, è una pratica quotidiana”, afferma Sofia Marabello, del collettivo studentesco Luna. “Bologna è una piccola città, non ha una centralità gerarchica nel movimento progressista, ma per la densità delle sue reti militanti e dei suoi spazi organizzati è rimasta un luogo di resistenza e di immaginazione politica. Un vero e proprio laboratorio”.
Il movimento del ‘77
Le finestre dell’intellettuale bolognese Franco Berardi, 76 anni, detto “Bifo”, si affacciano su una piccola piazza del centro storico. È tra i rappresentanti del movimento del 1977 a Bologna. All’epoca la città universitaria ribolliva negli ultimi fermenti del 1968: una nuova generazione di contestatori emergeva tra un’ala creativa, spontanea e carnevalesca raccolta intorno alla radio libera Radio Alice, cofondata da Bifo, e un’ala pronta ad affrontare lo stato con le armi in pugno. Ma alla fine prevalsero le divisioni. E il ministro dell’interno Francesco Cossiga, noto per il ruolo ambiguo nel caso Moro, schierò in città i blindati.
“Eravamo ostili al compromesso storico tra i comunisti, che controllavano il comune, e la Democrazia cristiana, che deteneva il potere nel paese. Il partito voleva deliberatamente tradire il movimento”, racconta lo scrittore, ricordando il clima di repressione che regnava con il consenso dei comunisti.
Era giunto il momento di altre emancipazioni, sulla scia della French theory, e Bifo avrebbe poi frequentato il filosofo francese Gilles Deleuze a Parigi. Il movimento aveva inaugurato il principio delle riunioni riservate alle donne e alle persone della comunità lgbt, che i critici di quella che definiscono “ideologia woke” prendono di mira oggi.
A Bologna si deve a questo movimento la Biblioteca italiana delle donne, un luogo storico e la prima istituzione dedicata agli studi di genere e alla storia delle lotte femministe in Italia.
Per Bifo quella fase storica è stata “persa politicamente, ma vinta culturalmente”, anche se in modo indiretto e grazie alla parte avversa: “Molti esponenti del movimento hanno fatto carriera nell’impero di Silvio Berlusconi”, ammette.
Del resto non fu proprio Berlusconi – che aveva convertito la fortuna accumulata nel mattone in influenza culturale grazie alle tv private, e poi con il suo partito – a mettere l’immaginazione al potere?
Berlusconi è stato il volto dell’era inaugurata in Italia dall’attentato di Bologna: nel 2010, quando era presidente del consiglio, non partecipò alle commemorazioni dell’attentato. La persona che ha dominato la vita politica italiana per un ventennio si appoggiò inizialmente all’idea di uomo di successo contrapposta allo stato sociale dei “perdenti”: la stessa idea della serie tv [Dallas](https://it.wikipedia.org/wiki/Dallas_(serie_televisiva_1978)), trasmessa dalle sue reti televisive, e di cui avrebbe potuto essere un personaggio.
Memoria segnata dalla violenza politica
Lo scrittore e semiologo Umberto Eco, arrivato a Bologna nel 1975, si adoperò molto per spingere l’università a occuparsi della cultura di massa, delle forme popolari di scrittura e di immagine. Questo aprì nuove prospettive, ma anche una grammatica di cui il consumismo e la comunicazione politica avrebbero potuto impadronirsi, anche a costo di distruggere, come alcuni pensano ancora oggi a Bologna, la cultura autentica, quella che la repubblica e la Rai, la televisione pubblica, avevano cercato di rendere democratica.
Anna Maria Lorusso, allieva di Umberto Eco e docente di semiotica all’università di Bologna, lavora sulle narrazioni politiche contemporanee e sul loro carattere performativo, in particolare quando fanno riferimento alla storia. Il periodo di tensione che l’Italia sta vivendo con Meloni è particolarmente influenzato da queste narrazioni, e tutto ciò si ripercuote con forza in una città come Bologna, che ha una memoria segnata dalla violenza politica.
“Dobbiamo essere molto attenti a come il governo usa il passato per giustificare la repressione politica”, afferma Lorusso. “In gioco c’è la percezione della realtà”. Nel percorso di progressiva radicalizzazione descritta dal potere durante la campagna per il referendum sulla giustizia, Meloni e i suoi sostenitori hanno invocato più volte il fantasma degli anni di piombo, di cui tanti italiani, in un paese che invecchia, hanno conservato la memoria e il timore.
“Di fronte a una società vulnerabile, il potere si muove in una zona grigia e pericolosa situata tra il falso e il vero, tra l’esperienza presente e una memoria deviata”, avverte Lorusso. Restano quindi i luoghi, o quello che se ne fa. E ce n’è uno in particolare che la semiologa sente come una ferita aperta.
Alla stazione centrale, sul muro della vecchia sala d’attesa dove la bomba esplose alle 10.25 del 2 agosto 1980, una lunga spaccatura, riempita dalla trasparenza di una parete di vetro, raffigura la devastazione dell’attentato. Che sia una traccia conservata del disastro o un segno impresso in un nuovo muro ricostruito, la breccia tra questi due mondi evoca le uniche cose che restano veramente reali quando verità e menzogna svaniscono, a Bologna come altrove, alle 10.25 del mattino come alle 10.25 di sera: il dolore e la consolazione che quella traccia suscita.
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