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Il 4 maggio la procura di Roma ha aperto un fascicolo d’indagine per il reato di sequestro di persona in seguito all’abbordaggio compiuto dalle autorità israeliane a 23 barche della Global sumud flotilla, avvenuto la notte del 29 aprile al largo di Creta, in acque internazionali.

La procura ha ricevuto tre esposti, depositati dal team legale della missione umanitaria, tra cui uno che riguarda l’arresto degli attivisti Thiago Ávila (cittadino brasiliano) e Saif Abukeshek (cittadino con doppia cittadinanza palestinese e spagnola).

“Abbiamo presentato degli esposti per i due attivisti che sono ancora detenuti. Dato che erano su una nave battente bandiera italiana, per noi è come se fosse avvenuto un sequestro di persona in territorio italiano. Quindi c’è una responsabilità diretta anche dell’Italia”, conferma l’avvocata Tatiana Montella della squadra legale dell’organizzazione.

Gli avvocati inoltre hanno presentato un ricorso alla Corte europea dei diritti umani (Cedu).

“Ci è arrivata la notizia che i pubblici ministeri – gli stessi che stavano già indagando sulla querela presentata per la prima missione della flottila – hanno avviato autonomamente un’indagine su questo caso con l’ipotesi di sequestro di persona”, spiega Montella, che ha fatto parte anche della prima squadra di legali della flottiglia lo scorso autunno.

“Nell’abbordaggio della prima flottiglia le ipotesi di reato erano diverse: sequestro, danneggiamenti, pericolo di naufragio, perché c’era stato un attacco con i droni. I magistrati stanno indagando anche sul reato di tortura, e hanno presentato delle rogatorie internazionali (cioè delle richieste formali alle autorità israeliane) per capire cosa è successo durante la detenzione degli attivisti che erano stati trattenuti in Israele. Questo è un precedente che peserà anche per questo nuovo caso”, continua l’avvocata.

Oggi c’è la necessità di intervenire subito perché ci sono rischi per l’incolumità fisica dei due attivisti detenuti. “Ci siamo avvalsi della possibilità di fare un ricorso urgente alla Cedu, usando l’articolo 39 del regolamento della corte per chiedere misure cautelari a protezione dei due attivisti detenuti. Abbiamo detto che è stata violata la convenzione europea per la salvaguardia dei diritti umani nella parte relativa ai trattamenti inumani e degradanti e all’incolumità personale. E abbiamo chiesto misure anche nei confronti dell’Italia”, conclude l’avvocata.

Intanto l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi), i Giuristi democratici e Comma2 – Lavoro è dignità denunciano “un gravissimo atto di violazione del diritto internazionale” commesso dal governo di Israele ai danni degli attivisti della flotilla.

Per i giuristi si tratta di “un vero e proprio atto di pirateria marittima ai danni di 23 imbarcazioni che si stavano dirigendo verso la Striscia di Gaza per portare alla popolazione quegli aiuti umanitari da quasi tre anni completamente negati dallo stato israeliano. Imbarcazioni distrutte o lasciate alla deriva ed equipaggi sequestrati su una nave da guerra israeliana e sbarcati dopo quaranta ore sulle coste greche”.

Le organizzazioni di giuristi denunciano anche l’assenza di reazioni dei governi europei, dopo il sequestro in acque internazionali di 175 persone, alcune delle quali, come si è detto, su imbarcazioni battenti bandiera italiana.

Anche escludendo eventuali “reati e violazioni del diritto internazionale che potranno essere accertati dalle corti internazionali e nazionali”, hanno scritto i giuristi in un comunicato, “ricordiamo che ogni stato, compresa l’Italia, è tenuto a garantire tutela alle attiviste e agli attivisti umanitari”. Questo obbligo è stabilito dalla risoluzione delle Nazioni Unite numero 53/144 dell’8 marzo 1999.

La missione continua

Il 4 maggio a Milano gli attivisti si sono incontrati per protestare contro l’arresto dei due militanti che sono in un carcere israeliano. Il corteo è partito da piazza della Scala e chiedeva la liberazione di tutti i prigionieri politici palestinesi e il rilascio immediato di Thiago Avila e Saif Abukeshek.

“Thiago e Saif sono in una situazione terribile, in uno dei peggiori carceri israeliani. Nei loro confronti sono state mosse accuse incredibili senza mostrare alcuna prova. Thiago è accusato di aver aiutato il nemico in tempo di guerra. Saif ha il passaporto spagnolo e svedese, ma poiché è di origini palestinesi rischia la pena di morte per impiccagione, se fosse dichiarato colpevole di terrorismo”, ha detto in conferenza stampa la portavoce della flotilla Maria Elena Delia.

Intanto le 36 barche della flotta civile scampate all’abbordaggio della marina militare israeliana sono a Creta, dove stanno riorganizzando gli equipaggi in attesa di ripartire verso la Turchia. Qui si dovrebbero unire altre imbarcazioni per poi proseguire verso Gaza.

“Le persone coinvolte in questa seconda missione sono attualmente divise in due gruppi. Da una parte ci sono gli equipaggi delle barche intercettate, che sono stati detenuti e poi rilasciati quasi tutti (tranne Avila e Abukeshek). Dall’altra ci sono gli equipaggi delle barche non intercettate, che sono ancora a Creta, in attesa che passi il maltempo per poter ripartire”, dice Francesca Nardi dell’associazione Gaza Free Style, che era tra le persone arrestate da Israele.

“Eravamo circa a quaranta miglia dalla costa greca. Io avevo il braccialetto numero 183. Siamo stati tra gli ultimi a essere fermati”, racconta. “Siamo stati trattenuti su una nave militare israeliana, una sorta di struttura detentiva galleggiante. Successivamente siamo stati trasferiti su mezzi della polizia greca e portati a terra, in un porto piuttosto isolato”.

Gli attivisti sono stati fatti salire su dei pullman: chi aveva bisogno di cure è stato portato in ospedale, mentre gli altri sono stati accolti da attivisti locali che hanno fornito assistenza e alloggi.

“Tutti abbiamo subito trattamenti inumani, soprattutto sul piano psicologico, ma preferisco non entrare troppo nei dettagli. Penso che l’attenzione dovrebbe restare su quello che sta succedendo in generale, in particolare sulla situazione della popolazione palestinese e sulla condotta di Israele. È importante usare questi momenti per parlare di questo”, afferma Nardi.

Dopo l’abbordaggio, qualche decina di attivisti ha dovuto ritirarsi, perché le barche danneggiate sono state molte. “Sarà necessario ridurre gli equipaggi, sia perché le imbarcazioni disponibili sono diminuite, sia perché si darà priorità alle figure tecniche e ai capitani, che sono essenziali per la navigazione. Per esempio, io ho scelto di non proseguire e di rientrare in Italia proprio per lasciargli spazio”, racconta. Molte imbarcazioni recuperate non sono utilizzabili. “In diversi casi i motori sono stati danneggiati – ci sono stati atti di sabotaggio – e servono tempo e fondi per le riparazioni. Per questo si sta valutando di non aspettare il ripristino completo di tutte le imbarcazioni”.

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