Una delle espressioni a cui Donald Trump è più affezionato è sicuramente “non hai le carte giuste”, utilizzata per esempio l’anno scorso nell’aggressione verbale contro Volodymyr Zelenskyj nello studio ovale.

Ma chi è che ha le “carte giuste” oggi, nello scontro tra Stati Uniti e Iran? Il presidente statunitense si comporta come se fosse lui a guidare il gioco, ma è lecito dubitarne. Il 28 aprile Trump ha scritto sui social media che l’Iran avrebbe rivelato a Washington di essere “sull’orlo del collasso”, chiedendo la riapertura dello stretto di Hormuz, al momento bloccato sia dagli iraniani sia dagli statunitensi.

In Iran, però, l’atmosfera è molto diversa da quanto vorrebbe far credere Trump. Nel paese nessuno pensa a una capitolazione, soprattutto considerando che il regime è stato capace di sopravvivere a migliaia di bombardamenti da parte di Stati Uniti e Israele. I guardiani della rivoluzione, che ormai governano l’Iran, sono convinti di avere in mano una carta vincente: il controllo dello stretto di Hormuz, che gli permette di tenere in ostaggio l’approvvigionamento petrolifero mondiale. La verità è che Washington e Teheran, dopo le bombe e i missili, sono impegnate in una guerra di nervi in cui ognuno aspetta che sia l’altro a cedere.

Ci saranno carenze di carburante? A quale prezzo? Con quale conseguenza sull’economia mondiale? Questi interrogativi hanno un peso soprattutto per Donald Trump, che rischia di pagare la rabbia dei suoi elettori per l’aumento del costo della vita.

Il presidente statunitense pensava di aver messo a punto una tattica decisiva decretando a sua volta il blocco dello stretto di Hormuz, in modo da privare l’Iran dei guadagni derivati dalle esportazioni petrolifere e della possibilità d’importare prodotti alimentari e medicine.

Tuttavia, questa strategia ha diversi problemi, a cominciare dal fatto che in Iran i prodotti inviati dai paesi disponibili ad aiutare Teheran, come la Cina e il Pakistan, possono arrivare anche via terra. Questo flusso non basta per compensare la chiusura della via marittima, ma è sufficiente per resistere e aspettare che sia Trump a piegarsi sotto la pressione delle difficoltà economiche.

Per il momento l’ipotesi di una ripresa dei bombardamenti contro l’Iran sembra essere stata scartata, a differenza di quanto succede in Libano, dove il cessate il fuoco è rispettato soltanto in parte. Di sicuro una resa totale dell’Iran, ovvero l’esito su cui avevano scommesso all’inizio israeliani e statunitensi, sembra ormai da escludere.

Resta la via diplomatica. L’Iran ha fatto arrivare a Washington una proposta che prevede varie tappe: dall’annullamento del blocco sullo stretto di Hormuz, chiesta dal mondo intero, a una trattativa per trovare un accordo sul nucleare e sugli altri temi. Trump ha già risposto negativamente, consapevole del fatto che dopo un ritorno alla normalità nello stretto di Hormuz sarebbe più difficile ottenere concessioni dall’Iran.

Alla fine gli statunitensi rischiano di dover accettare un accordo molto simile a quello negoziato da Barack Obama nel 2015, lo stesso che Donald Trump aveva abbandonato nel 2018. L’Iran non rinuncerà al suo programma balistico né alla sua influenza nella regione.

Se la conclusione della crisi dovesse davvero essere questa, per Trump sarebbe molto difficile proclamarsi vincitore. Invece di essere una dimostrazione della sua potenza, questa guerra ha evidenziato tutti i suoi limiti come presidente. Oggi, evidentemente, è Trump a non avere le carte giuste.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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